Il capo gabbiano ha allungato un'ala come per stringere l'accordo fatto. Si discute di piazzole per la costruzione di nuovi nidi sulla terrazza deserta di un palazzo d'epoca abbandonato nel cuore di Roma, a Trastevere. A dire il vero è l'unico gabbiano che non si scompone, perché non ne ha bisogno, è il più anziano e quando apre il becco tutti lo ascoltano. Ma subito dopo gli altri ricominciano a fare una "caciara" infernale. <<Grah, grah, grah...>>. Strillano, si sgolano, quasi si aggrediscono. Discutono di piazzole per i nidi, ma fanno anche mercato, si scambiano opinioni, si ergono a filosofi di un tempo antico ormai scomparso e declamano le loro teorie. Però lo fanno con piglio, sono un po' permalosi, quando uno parla pretende che gli altri ascoltino, ma nello stesso momento anche gli altri hanno qualcosa da dire e anche loro pretendono di essere ascoltati: <<Grah, grah, grah...>> . Il risultato è un gran baccano, alle 6 del mattino, tutte le mattine, questi gabbiani con le penne e le piume, i becchi proprio dei gabbiani, però i gesti propri degli umani. Succede sempre così. Tutti i giorni. Io li sento nel dormiveglia e loro sono gli ospiti fissi degli ultimi sogni del mattino e nei miei sogni sono proprio degli uomini a forma di gabbiani sulla terrazza del palazzo di fronte alla finestra della mia stanza. Anzi della nostra stanza.
1. Dormiveglia
Io a volte mi sveglio, perché gli schiamazzi dei gabbiani alle 6 del mattino sono infernali. Mi sveglio e mi giro, non guardo la finestra, ma guardo verso il muro. E lì apprendo una cosa che già so, ma che ogni volta mi sembra incredibile. Lì a fianco a me, nel letto, c'è Katharina, che dorme con una leggera smorfia, forse anche i suoi sogni sono popolati da gabbiani urlanti. Allora mi avvicino a lei, la cingo con un braccio e le annuso i capelli. Lei mi dà le spalle e si fa convessa e aderisce al mio abbraccio.
Richiudo gli occhi, i gabbiani sempre strillano, saranno ora le 6 e 15 minuti, il sole è spuntato, è sabato mattina, non so se riprenderò sonno, ma ci aspetta una lunga giornata, meglio indugiare ancora un po' in questo morbido abbraccio. <<Grah, grah, grah...>>.
Sono quasi le 7, dalla finestra lasciata aperta non entra più la brezza fresca della notte, quella che soffia dal Gianicolo, proprio alle spalle del nostro palazzo, adiacente l'Orto botanico. Comincia a spirare la prima aria battuta dal sole e lascia presagire la calura del giorno. È' ormai giugno. <<Grah, grah, grah...>>, è un sabato di giugno. Sarà una lunga giornata, si va in motocicletta al mare.
In lontananza si comincia a sentire il rumore del traffico sul Lungotevere. Si sente proprio solo in lontananza, non dà alcun fastidio, quasi non si sente, ma è il segnale che la città si è risvegliata, saranno circa le 8. Ci si mette meno di un'ora per arrivare al mare, ce la prenderemo comoda, il fine settimana sono gli unici giorni in cui Katharina può dormire. Quindi sarà lei a decidere quando alzarsi. Mm... Però non posso stare qui ad annusarle i capelli all'infinito, perché ho già una voglia tremenda di fare l'amore con lei. Lei lo sa, il sabato mattina (ma anche la domenica) è il mio momento preferito. Quando non ci sono impegni precisi nella mattinata, quando il corpo si risveglia dal torpore ma ancora si compiace del calore sotto le lenzuola. Sembra di essere adagiati su una nuvoletta, nessuno può turbare la nostra serenità, la nostra intimità. <<Grah, grah, grah...>>. Siamo in un letto a soppalco in una stanza di un palazzo storico (ma un po' malandato) di Trastevere, nel cuore di Roma, al lato dell'Orto botanico, proprio sotto il Gianicolo, però è come se stessimo in paradiso... Avete presente "Il cielo in una stanza"?
Ho sentito ora qualche passo sul pianerottolo, voci di donne che scambiano le prime battute della giornata, mentre vanno o tornano dalla spesa. E che diamine! Saranno forse le 9... Katharina sempre dorme. <<Grah, grah, grah...>>, i gabbiani sempre strillano, ma in maniera un po' più rispettosa, la città si è svegliata, non sono più i padroni indiscussi dell'aurora e anche i loro strilli si perdono nel rumore di fondo della città.
Io ancora ho un braccio che cinge il fianco di Katharina. Ora la sto accarezzando. Non abbiamo fretta, però sono le 9. E' presto, non discuto, però stamattina è dalle 6 che sono sveglio, cioè già da 3 ore. Per via dei gabbiani. Questa mattina non mi è stato possibile continuare nel dormiveglia ma ho aperto gli occhi e non ho più ripreso sonno. Sono 3 ore che sono qui a guardare il soffitto annusando i capelli di Katharina. E a stropicciarmi un tronco che si è indurito sotto le lenzuola e da ore non vuole saperne di darsi tregua, nemmeno se stropicciato, torto a destra, a sinistra, verso il basso. Niente, lui è lì e reclama ciò che si aspetta. Lo sa. Ma Katharina ancora dorme, sono le 9 passate del sabato mattina, è solo nel fine settimana che può concedersi qualche ora in più di sonno a letto, non posso svegliarla. Tiro un lungo sospiro e mi rimetto a guardare il soffitto. Penso. A cosa penso? Penso a quanti scenari abbia avuto il corso della mia vita. Sempre qualcosa di sorprendente, inaspettato, incalcolabile. Ora in questo letto con una giovane ragazza tedesca che mi strabilia come in pochi mesi sia riuscita ad entrare nella mia vita ed occupare con autorevolezza un posto non certo semplice. E' così giovane, ha sospeso l'università per trasferirsi qualche mese a Roma da me. Dopo un semestre di studi a Napoli, dove ci siamo conosciuti. Il suo italiano migliora di giorno in giorno, la sua tenacia mi lascia stupefatto. E poi ha coraggio, o forse incoscienza, come può non accorgersi del letto di vipere in cui si è infilata. Cos'ha in testa? Mi vuole requisire l'anima? Sono così stregato che se me la chiedesse gliela darei senza battere ciglio. Ma non me l'ha chiesta, ancora, l'anima. Forse perché sa che non ha bisogno di chiedermela, adesso. Se lei fosse Mefistofele, io per lei sarei un Faust piuttosto accondiscendente.
<<Grah, grah...>>. Vabbeh, saranno ormai le 10, Katharina, penso sia ora di cominciare la giornata. Le do un piccolo morso sull'orecchio, la stringo un po' più forte. Lei reagisce, solleva una palpebra, si gira giusto il necessario per mettermi a fuoco, mi sorride, emette un lamento insieme a uno sbadiglio, tirando tutti i muscoli del corpo e poi si abbandona di nuovo nel letto. <<Guten Morgen, mein Schatz, sono le 10>>, le dico. <<Guten Morgen>>, risponde, con un tono di voce improbabile, surreale, quasi comico. Ha capito qual era il messaggio del mio saluto: buongiorno, sono le 10, e ho una voglia matta di fare l'amore con te.
Si gira completamente dalla mia parte, si avvicina, i nostri musi si sfiorano, le labbra si appoggiano, i miei denti affondano teneramente tra quelle labbra, le mordono, le tirano. Le mie mani stanno frugando sotto la maglietta alla ricerca di 2 piccoli seni appuntiti, li trovo sporgersi da un'impalcatura di costole. Ho giusto il tempo per tirare l'elastico delle sue mutandine mentre il tronco si è gonfiato ormai fino a scoppiare. Qualche gabbiano ancora urla, ma chi lo sente più?
<<Federì? A Federì? Ma che, sta' a dormì?>>.
<<Nooo!!!>>, all'unisono, Katharina e io. Questa voce però l'abbiamo sentita!
Richiudo gli occhi, i gabbiani sempre strillano, saranno ora le 6 e 15 minuti, il sole è spuntato, è sabato mattina, non so se riprenderò sonno, ma ci aspetta una lunga giornata, meglio indugiare ancora un po' in questo morbido abbraccio. <<Grah, grah, grah...>>.
Sono quasi le 7, dalla finestra lasciata aperta non entra più la brezza fresca della notte, quella che soffia dal Gianicolo, proprio alle spalle del nostro palazzo, adiacente l'Orto botanico. Comincia a spirare la prima aria battuta dal sole e lascia presagire la calura del giorno. È' ormai giugno. <<Grah, grah, grah...>>, è un sabato di giugno. Sarà una lunga giornata, si va in motocicletta al mare.
In lontananza si comincia a sentire il rumore del traffico sul Lungotevere. Si sente proprio solo in lontananza, non dà alcun fastidio, quasi non si sente, ma è il segnale che la città si è risvegliata, saranno circa le 8. Ci si mette meno di un'ora per arrivare al mare, ce la prenderemo comoda, il fine settimana sono gli unici giorni in cui Katharina può dormire. Quindi sarà lei a decidere quando alzarsi. Mm... Però non posso stare qui ad annusarle i capelli all'infinito, perché ho già una voglia tremenda di fare l'amore con lei. Lei lo sa, il sabato mattina (ma anche la domenica) è il mio momento preferito. Quando non ci sono impegni precisi nella mattinata, quando il corpo si risveglia dal torpore ma ancora si compiace del calore sotto le lenzuola. Sembra di essere adagiati su una nuvoletta, nessuno può turbare la nostra serenità, la nostra intimità. <<Grah, grah, grah...>>. Siamo in un letto a soppalco in una stanza di un palazzo storico (ma un po' malandato) di Trastevere, nel cuore di Roma, al lato dell'Orto botanico, proprio sotto il Gianicolo, però è come se stessimo in paradiso... Avete presente "Il cielo in una stanza"?
Ho sentito ora qualche passo sul pianerottolo, voci di donne che scambiano le prime battute della giornata, mentre vanno o tornano dalla spesa. E che diamine! Saranno forse le 9... Katharina sempre dorme. <<Grah, grah, grah...>>, i gabbiani sempre strillano, ma in maniera un po' più rispettosa, la città si è svegliata, non sono più i padroni indiscussi dell'aurora e anche i loro strilli si perdono nel rumore di fondo della città.
Io ancora ho un braccio che cinge il fianco di Katharina. Ora la sto accarezzando. Non abbiamo fretta, però sono le 9. E' presto, non discuto, però stamattina è dalle 6 che sono sveglio, cioè già da 3 ore. Per via dei gabbiani. Questa mattina non mi è stato possibile continuare nel dormiveglia ma ho aperto gli occhi e non ho più ripreso sonno. Sono 3 ore che sono qui a guardare il soffitto annusando i capelli di Katharina. E a stropicciarmi un tronco che si è indurito sotto le lenzuola e da ore non vuole saperne di darsi tregua, nemmeno se stropicciato, torto a destra, a sinistra, verso il basso. Niente, lui è lì e reclama ciò che si aspetta. Lo sa. Ma Katharina ancora dorme, sono le 9 passate del sabato mattina, è solo nel fine settimana che può concedersi qualche ora in più di sonno a letto, non posso svegliarla. Tiro un lungo sospiro e mi rimetto a guardare il soffitto. Penso. A cosa penso? Penso a quanti scenari abbia avuto il corso della mia vita. Sempre qualcosa di sorprendente, inaspettato, incalcolabile. Ora in questo letto con una giovane ragazza tedesca che mi strabilia come in pochi mesi sia riuscita ad entrare nella mia vita ed occupare con autorevolezza un posto non certo semplice. E' così giovane, ha sospeso l'università per trasferirsi qualche mese a Roma da me. Dopo un semestre di studi a Napoli, dove ci siamo conosciuti. Il suo italiano migliora di giorno in giorno, la sua tenacia mi lascia stupefatto. E poi ha coraggio, o forse incoscienza, come può non accorgersi del letto di vipere in cui si è infilata. Cos'ha in testa? Mi vuole requisire l'anima? Sono così stregato che se me la chiedesse gliela darei senza battere ciglio. Ma non me l'ha chiesta, ancora, l'anima. Forse perché sa che non ha bisogno di chiedermela, adesso. Se lei fosse Mefistofele, io per lei sarei un Faust piuttosto accondiscendente.
<<Grah, grah...>>. Vabbeh, saranno ormai le 10, Katharina, penso sia ora di cominciare la giornata. Le do un piccolo morso sull'orecchio, la stringo un po' più forte. Lei reagisce, solleva una palpebra, si gira giusto il necessario per mettermi a fuoco, mi sorride, emette un lamento insieme a uno sbadiglio, tirando tutti i muscoli del corpo e poi si abbandona di nuovo nel letto. <<Guten Morgen, mein Schatz, sono le 10>>, le dico. <<Guten Morgen>>, risponde, con un tono di voce improbabile, surreale, quasi comico. Ha capito qual era il messaggio del mio saluto: buongiorno, sono le 10, e ho una voglia matta di fare l'amore con te.
Si gira completamente dalla mia parte, si avvicina, i nostri musi si sfiorano, le labbra si appoggiano, i miei denti affondano teneramente tra quelle labbra, le mordono, le tirano. Le mie mani stanno frugando sotto la maglietta alla ricerca di 2 piccoli seni appuntiti, li trovo sporgersi da un'impalcatura di costole. Ho giusto il tempo per tirare l'elastico delle sue mutandine mentre il tronco si è gonfiato ormai fino a scoppiare. Qualche gabbiano ancora urla, ma chi lo sente più?
<<Federì? A Federì? Ma che, sta' a dormì?>>.
<<Nooo!!!>>, all'unisono, Katharina e io. Questa voce però l'abbiamo sentita!
2. Giuliana
La sua voce è sempre inconfondibile, è il nostro terrore. La senti dalle scale all'improvviso e scatta il panico. Arriva senza preavviso, senza una ragione precisa. E' Giuliana, la padrona di casa. Non lascia scampo, è una persona sfrontata e invadente, senza peli sulla lingua e per di più logorroica, talvolta aggressiva, ma più di tutto incontrollabile e imprevedibile capace di altrettanto improbabili gesti di altruismo e affetto: insomma un uragano. Non c'è mai una volta che avvisa quando deve venire. Normalmente la padrona di casa dovrebbe venire una volta al mese e magari neanche quella. Giusto per i soldi, no? No, Giuliana passa da casa in media 2 volte alla settimana. I motivi sono svariati e perlopiù futili, ma ce n'è sempre uno. Credo che lei se li cerchi, perché così ha la scusa per passare e sorvegliare. Lei racconta di cattive esperienze di precedenti inquilini che qualche anno fa le subaffittarono scandalosamente la casa a turisti per prezzi altissimi facendosi la cresta, capirete, una casa come questa nel centro di Roma, a Trastevere. E da allora Giuliana ha il terrore che tutti gli altri facciano la stessa cosa. Infatti la casa è rimasta sfitta per alcuni anni, poi Giancarlo l'estate scorsa l'ha convinta a riaffittarla, ma da allora Giuliana è una presenza incombente e incalcolabile di coloro che in quasi un anno si sono succeduti in questa casa e che infatti se ne sono scappati quasi tutti dopo pochi mesi. Come dicevo, Giancarlo è l'inquilino più anziano, cioè è ormai qui da 10 mesi, dall'agosto dell'anno scorso. Poi se ne sono succeduti altri. Io sono arrivato lo scorso dicembre, cioè 7 mesi fa. Katharina è arrivata a febbraio. Ma ufficialmente non è mai arrivata. Cioè, intendo dire che Giuliana non sa che Katharina condivide la stanza con me adesso. Perciò la nostra è una convivenza in clandestinità, da ormai 4 mesi. Poi c'è un'altra stanza, la terza, ma adesso è vuota, ci stava un ragazzo slovacco, Peter, uno studente di filosofia con l'aspetto e le maniere di un frate. Se n'è andato da un paio di mesi, perché diceva che comunque l'affitto era troppo alto, può darsi, ma in realtà per la zona di Trastevere è invece basso, ma secondo me non ne poteva più della Giuliana, e se non ne poteva più lui che era quasi un frate! Da allora Giuliana sta cercando di trovare un altro inquilino, ma invano. E con questa scusa, e molte altre, Giuliana passa spesso e volentieri da casa.
Sono le 10 di un sabato mattina di giugno e Giuliana sta già strillando dalle scale. Eh sì, perché Giuliana non parla: strilla, molto più forte dei gabbiani, anche quando ti sta parlando a un passo. Questa volta Katharina e io, più che terrorizzati, siamo scocciati. Perché è sabato mattina, e che cavolo!!! Per il resto abbiamo i nostri accorgimenti. Giancarlo ci aiuta a depistare Giuliana. D'altra parte non è un modo per arricchirci, come facevano i passati inquilini. E' solo che Katharina e io ci amiamo, vogliamo vivere insieme, questo è un posto bellissimo, io oramai stavo qui da dicembre, la nostra storia è cominciata a febbraio, quando Katharina era una studentessa tedesca a Napoli, così si è trasferita a Roma, per me, da me. Non aveva senso trovarci un altro posto, perché qui è veramente bellissimo. E allora abbiamo deciso (ma a dire la verità l'ha deciso Katharina) che la nostra convivenza, fino a settembre, sarebbe stata in clandestinità. Ha deciso lei quando le ho detto che Giuliana non avrebbe mai accettato di farci vivere insieme in una stanza:
<<Beh, allora vorrà dire che io starò qui di nascosto!>>.
Eh, ho capito, ma come si fa? Forse lei, tedesca, si immaginava che la padrona di casa non sarebbe quasi mai passata da casa, ma questa passa più volte alla settimana! Dopodiché le altre osservazioni di Katharina erano più che legittime:
<<Ma scusa, uno non è libero di ospitare degli amici nella stanza che ha affittato?>>.
Sì, liberissimo, ma come spiegarle che questa è Italia, Roma, siamo il posto al mondo dove tutte le eccezioni sono possibili e questo palazzo, questa casa, è un'eccezione tra le eccezioni. Ma lei ha solo scrollato un po' le spalle e poi si è convinta della sua decisione finale. Io che dovevo fare? Se lei era così convinta, ma sì, proviamoci!
Accorgimenti. Sono solo un paio, ma fino a questo momento efficaci: negare e nascondersi. Negare, perché non so come, ma Giuliana già un giorno mi ha detto:
<<Ma chi è quella regazza bionda che ho visto l'artro giorno pe' le scale?>>.
<<Ah, sì, Giuliana, è la mia ragazza, è tedesca, è qui in Italia per studiare>>.
<<E dove abita?>>.
<<Mm, un po' lontana, sta a Montesacro, per questo ogni tanto viene qui a casa a trovarmi>>.
<<E che, se ferma pure a dormì?>>.
<<Beh, sì, Giuliana, come fa a tornare con i mezzi a Montesacro a una cert'ora? Perché, c'è qualche problema se si ferma a dormire qualche volta?>>.
<<No, no, e vabbeh, se è solo quarche volta... nun c'è probblema>>, e mi guardava complice ma anche severa con sospetto.
Ancora non ha osato spingersi oltre e chiedermi se "vive qui", ma da come mi faceva le domande, ho capito che lo sospetti. Forse qualche vicina deve aver fatto la spia, vedendo Katharina uscire la mattina per andare al lavoro, allo stage. Ma ormai siamo in ballo, che dobbiamo fare? Per cui, primo negare. Secondo nascondersi. Perché quando Giuliana viene a casa, soprattutto quando io non ci sono, Katharina si nasconde. Non è così difficile, lei si mette sul soppalco, a letto, e si rannicchia nell'angolo lontano. Giuliana, che è una donna un po' anziana e un po' grassoccia, non ce la farebbe mai ad arrampicarsi sulla scala e ad affacciarsi sul letto.
Mi rendo conto che qualcuno potrebbe chiedersi: "Basterebbe tenere la porta chiusa a chiave e non aprire facendo finta che nessuno sia a casa". Eh no, perché quando Giancarlo l'estate scorsa riuscì a convincere Giuliana a riaffittare la casa, questo fu possibile solo dopo la promessa che la serratura non sarebbe stata cambiata e lei avesse tenuto un mazzo di chiavi e quindi sarebbe potuta passare da casa in qualsiasi momento. Mi rendo conto che è una condizione folle, ma Giancarlo accettò. E io, quando venni a vedere la casa a fine novembre, rimasi francamente stizzito da questa condizione. Alla quale si deve aggiungere che paghiamo l'affitto in nero, che il bagno è piccolissimo e l'impianto elettrico non è a norma. Dentro di me avevo già preso una decisione dopo aver visto la stanza, che tra l'altro era ammobiliata con ingombranti e brutti mobili finto-nobile di chissà quale epoca (ma che nel tempo sono riuscito a smaltire), e cioè che sarei stato sul vago e poi avrei cercato qualcosa di meglio, quando prima di andarmene Giuliana mi propose:
<<Ah, e sopra ce stà la terrazza condominiale, te la faccio vedè>>. Quando si è aperta la porta sulla terrazza si è spalancato uno spettacolo incredibile, da trattenere il fiato, il Gianicolo stava lì a un passo, in faccia, imponente e lussureggiante. Tante altre terrazze tutte intorno con i panni a stendere sollevati dal vento, un sole tenace novembrino, i gabbiani nel cielo e questa terrazza enorme. Lì ho capito che quella era la casa che ho sempre sognato:
<<La prendo, signora Giuliana, quanto ha detto che è la caparra?>>. E' così che andarono le cose.
Sono le 10 di un sabato mattina di giugno e Giuliana sta già strillando dalle scale. Eh sì, perché Giuliana non parla: strilla, molto più forte dei gabbiani, anche quando ti sta parlando a un passo. Questa volta Katharina e io, più che terrorizzati, siamo scocciati. Perché è sabato mattina, e che cavolo!!! Per il resto abbiamo i nostri accorgimenti. Giancarlo ci aiuta a depistare Giuliana. D'altra parte non è un modo per arricchirci, come facevano i passati inquilini. E' solo che Katharina e io ci amiamo, vogliamo vivere insieme, questo è un posto bellissimo, io oramai stavo qui da dicembre, la nostra storia è cominciata a febbraio, quando Katharina era una studentessa tedesca a Napoli, così si è trasferita a Roma, per me, da me. Non aveva senso trovarci un altro posto, perché qui è veramente bellissimo. E allora abbiamo deciso (ma a dire la verità l'ha deciso Katharina) che la nostra convivenza, fino a settembre, sarebbe stata in clandestinità. Ha deciso lei quando le ho detto che Giuliana non avrebbe mai accettato di farci vivere insieme in una stanza:
<<Beh, allora vorrà dire che io starò qui di nascosto!>>.
Eh, ho capito, ma come si fa? Forse lei, tedesca, si immaginava che la padrona di casa non sarebbe quasi mai passata da casa, ma questa passa più volte alla settimana! Dopodiché le altre osservazioni di Katharina erano più che legittime:
<<Ma scusa, uno non è libero di ospitare degli amici nella stanza che ha affittato?>>.
Sì, liberissimo, ma come spiegarle che questa è Italia, Roma, siamo il posto al mondo dove tutte le eccezioni sono possibili e questo palazzo, questa casa, è un'eccezione tra le eccezioni. Ma lei ha solo scrollato un po' le spalle e poi si è convinta della sua decisione finale. Io che dovevo fare? Se lei era così convinta, ma sì, proviamoci!
Accorgimenti. Sono solo un paio, ma fino a questo momento efficaci: negare e nascondersi. Negare, perché non so come, ma Giuliana già un giorno mi ha detto:
<<Ma chi è quella regazza bionda che ho visto l'artro giorno pe' le scale?>>.
<<Ah, sì, Giuliana, è la mia ragazza, è tedesca, è qui in Italia per studiare>>.
<<E dove abita?>>.
<<Mm, un po' lontana, sta a Montesacro, per questo ogni tanto viene qui a casa a trovarmi>>.
<<E che, se ferma pure a dormì?>>.
<<Beh, sì, Giuliana, come fa a tornare con i mezzi a Montesacro a una cert'ora? Perché, c'è qualche problema se si ferma a dormire qualche volta?>>.
<<No, no, e vabbeh, se è solo quarche volta... nun c'è probblema>>, e mi guardava complice ma anche severa con sospetto.
Ancora non ha osato spingersi oltre e chiedermi se "vive qui", ma da come mi faceva le domande, ho capito che lo sospetti. Forse qualche vicina deve aver fatto la spia, vedendo Katharina uscire la mattina per andare al lavoro, allo stage. Ma ormai siamo in ballo, che dobbiamo fare? Per cui, primo negare. Secondo nascondersi. Perché quando Giuliana viene a casa, soprattutto quando io non ci sono, Katharina si nasconde. Non è così difficile, lei si mette sul soppalco, a letto, e si rannicchia nell'angolo lontano. Giuliana, che è una donna un po' anziana e un po' grassoccia, non ce la farebbe mai ad arrampicarsi sulla scala e ad affacciarsi sul letto.
Mi rendo conto che qualcuno potrebbe chiedersi: "Basterebbe tenere la porta chiusa a chiave e non aprire facendo finta che nessuno sia a casa". Eh no, perché quando Giancarlo l'estate scorsa riuscì a convincere Giuliana a riaffittare la casa, questo fu possibile solo dopo la promessa che la serratura non sarebbe stata cambiata e lei avesse tenuto un mazzo di chiavi e quindi sarebbe potuta passare da casa in qualsiasi momento. Mi rendo conto che è una condizione folle, ma Giancarlo accettò. E io, quando venni a vedere la casa a fine novembre, rimasi francamente stizzito da questa condizione. Alla quale si deve aggiungere che paghiamo l'affitto in nero, che il bagno è piccolissimo e l'impianto elettrico non è a norma. Dentro di me avevo già preso una decisione dopo aver visto la stanza, che tra l'altro era ammobiliata con ingombranti e brutti mobili finto-nobile di chissà quale epoca (ma che nel tempo sono riuscito a smaltire), e cioè che sarei stato sul vago e poi avrei cercato qualcosa di meglio, quando prima di andarmene Giuliana mi propose:
<<Ah, e sopra ce stà la terrazza condominiale, te la faccio vedè>>. Quando si è aperta la porta sulla terrazza si è spalancato uno spettacolo incredibile, da trattenere il fiato, il Gianicolo stava lì a un passo, in faccia, imponente e lussureggiante. Tante altre terrazze tutte intorno con i panni a stendere sollevati dal vento, un sole tenace novembrino, i gabbiani nel cielo e questa terrazza enorme. Lì ho capito che quella era la casa che ho sempre sognato:
<<La prendo, signora Giuliana, quanto ha detto che è la caparra?>>. E' così che andarono le cose.
3. "'Sta ragazza nun me piace"
<<Federì? A Federì? Ma che, sta' a dormì? Federì?>>.
<<Cazzo!>>, il pronto commento di Katharina, che con l'Italiano ha ormai un'incredibile familiarità..
<<Minchia, Giuliana no, proprio adesso.. Vabbeh, dai, aspetta qui, vado a vedere che vuole>>.
<<Uff!!>>, sbuffa, ma sa che è il prezzo da pagare e quindi sbuffa, ma non si lamenta, perché è orgogliosa e vuole far vedere che è pronta a pagare questo prezzo. Tanto poi sono io a scendere e a dovermela sorbire..
La cosa positiva, almeno, è che Giuliana si lascia preannunciare dalle sue grida dalle scale. Ci mette un po' per salire fino al terzo piano e i gradini sono alti come si costruivano una volta, per cui si prende il suo tempo con relative pause ad ogni pianerottolo. Ma è una persona impaziente e quindi al secondo pianerottolo al più tardi comincia ad annunciare il suo arrivo. Mediamente le ci vogliono ancora 2 minuti prima di arrivare dal secondo pianerottolo alla porta e in questo frattempo si organizza la difesa, mentre lei ancora si fa annunciare dai suoi strilli rendendo famosi a tutto il palazzo i nomi degli inquilini, non so perché in particolare il mio. Il palazzo ormai la conosce e non ci fa più caso, d'altra parte Giuliana in questo palazzo ci è nata e cresciuta, prima di sposarsi. Ma poi la casa è andata in affitto per decenni con le alterne fortune di cui accennavo.
E in questo frattempo, oggi, io sono già sceso dal soppalco ed ho infilato una maglietta e i pantaloni che ho fatto fatica a chiudere per il volume che ancora si sporgeva all'altezza della cerniera.
<<Federì, che sta' a dormì? Nun ce sta nessuno in casa?>>. Come si capisce, Giuliana parla rigorosamente romanesco. Ma ho ancora una domanda per Katharina prima di lasciare la stanza:
<<Ma che le dico, che sei qui o che non ci sei?>>, d'altronde è sabato, è il fine settimana, sarebbe plausibile che lei stesse da me.
<<Mm, no dici a lei che io non ci sono, non ho voglia di scendere...>>.
<<Ah però...>>, e le faccio un sorriso complice. Esco dalla stanza che ancora sto cercando di chiudere la cerniera dei pantaloni.
<<Giuliana, sono Federico, aspetta che ti apro...>>. Prendo le chiavi e le giro nella vecchia serratura di questa porta massiccia in legno, ormai deforme e sconnessa che si apre e chiude a spallate.
<<Perché non ce le hai le chiavi?>>, chiedo, ci provo e ci spero sempre..
<<Certo che cell'ho, ma te volevo avvertì, ecche se entra così nelle case dell'artri?>>, vabbeh, che figlia di buona donna...
<<Che succede, tutto a posto, come mai sei venuta?>>.
<<No, e che me trovavo a passà, so venuta a trova 'na 'mica mia che abbita qua ddietro>>, poi si avvicina e cambia tono di voce, da squillante ora mi sussurra nell'orecchio, come per parlare di cose segrete, il suo tono di voce, dopo questo sforzo di auto-limitarsi, diventa quindi normale, che però dritto nell'orecchio di mattino presto dà comunque un certo fastidio...
<<Ma che, c'è Giancarlo? 'Ndo stà quer disgraziato?>>. I rapporti tra Giuliana e Giancarlo si sono infatti deteriorati nel tempo, perché Giancarlo sostiene che Giuliana, l'estate scorsa, quando la casa era stata riaperta, aveva promesso di rifare il bagno entro la primavera mentre Giancarlo le avrebbe anticipato 6 mesi di affitto. Non ho mai saputo come stanno veramente le cose, di fatto anche a me aveva promesso che avrebbe rifatto il bagno entro la primavera. Adesso siamo a giugno, il bagno non è rifatto e Giancarlo ha minacciato di lasciare la stanza. Visto che anche la terza stanza ormai è sfitta da 2 mesi, rimarrei io da solo. Ma d'altra parte, prima la casa era addirittura sfitta da anni...
<<Non lo so, Giuliana, forse dorme ancora>>.
<<Beh, comunque io un giorno oll'altro lo sbatto fòri de casa... Je prendo tutta la robba e jela butto per le scale...>>.
<<Vabbeh, dai, vediamo...>>, tra l'altro so che Giancarlo non è in casa, ha dormito fuori, ma non voglio farmi gli affari degli altri proprio davanti a quella lingua lunga che è la Giuliana.
<<Ah, Federì, cuanno vene l'idraulico?>>.
<<Eh, a proposito, dovrebbe arrivare verso le 11..>>.
<<A vabbeh, comunque in casa ce stai tu, no?>>.
<<Eh, sì, chi ci dev'essere?>>.
<<La tua ragazza, come se chiama...>>.
<<Katharina...>>.
<<Katharina, eh, 'ndo sta? Nun s'è fermata a dormì 'sta volta?>>, ma guarda questa, penso io, che fa, sfotte?
<<No, stanotte ha dormito a casa sua..>>.
<<Ah...>>, poi si riavvicina all'orecchio guardandosi intorno come se temesse di essere ascoltata: <<comunque a mme 'sta ragazza nun me piace, eh, io te lo devo dì..>>.
<<Perché, che c'ha?>>
<<Nun è la ragazza giusta pe' te, nun c'ha la testa pe' la casa, nun fa mai i piatti, lassa sempre tutto sporco...>>.
<<Che c'entra, ma non abita mica qui, non può fare mica i piatti e le pulizie di casa mia...>>.
<<Ah no? Però 'na volta che passa, te deve dà 'na mano a tenè pulita la casa, no? Perché nun li avete sporcati insieme li piatti?>>.
<<Vabbeh sì, ma li posso fare anch'io i piatti, non è un problema..>>
<<A Federì, comunque pe' mme è 'na zozzona, lassala perde...>>.
Tutto quello che dice la Giuliana sull'igiene di Katharina, lo potrebbe dire anche di me. Ma nella sua mente la donna non solo deve essere più pulita, ma deve anche pulire le cose degli altri. Mentalità superata, così liquido dentro di me le sue osservazioni. Non mi toccano, io amo, io adoro Katharina, farei i piatti, laverei a terra e il bagno per lei. E infatti lo faccio. Però è anche vero che lei durante la settimana è al lavoro, esce di casa alle 8 e rientra alle 6. Io quando sono a Roma, quando non sono in giro per l'Italia, non ho mai molte cose da fare, comunque mi posso gestire, perciò sono io il casalingo, mi sembra normale. Katharina non batte ciglio, per lei nordica questa non è normalità, è ovvietà. Quindi cerco di troncare il discorso:
<<Vabbeh, Giuliana, che altro c'è?>>.
<<No vabbeh, niente, comunque io ero passata solo a salutà.. Allora ce stai tu cuanno viene l'idraulico..>>.
<<Sì, però ci sarebbero dei soldi da anticipare per pagarlo...>>.
<<E cuanto vòle?>>.
<<E che ne so, credo almeno 50 euro>>.
<<E tu nun cell'hai da daje, poi te li ridò>>, io faccio una smorfia, lei rincara subito:
<<Eddai, sii paziente, nun te pòi immaginà le spese ch'ho avuto 'sta settimana, anzi le sai le sai. Damme 3-4 ggiorni, poi ripasso e te li ridò. Che, nun te fidi?>>. E intanto si è pure trovata un'altra scusa per ripassare, che alla fine è la cosa che più mi scoccia.
Ci sarebbero già validi motivi per strozzarla, vero? Ma che ci si può fare, Giuliana è così, incorreggibile.
<<Cazzo!>>, il pronto commento di Katharina, che con l'Italiano ha ormai un'incredibile familiarità..
<<Minchia, Giuliana no, proprio adesso.. Vabbeh, dai, aspetta qui, vado a vedere che vuole>>.
<<Uff!!>>, sbuffa, ma sa che è il prezzo da pagare e quindi sbuffa, ma non si lamenta, perché è orgogliosa e vuole far vedere che è pronta a pagare questo prezzo. Tanto poi sono io a scendere e a dovermela sorbire..
La cosa positiva, almeno, è che Giuliana si lascia preannunciare dalle sue grida dalle scale. Ci mette un po' per salire fino al terzo piano e i gradini sono alti come si costruivano una volta, per cui si prende il suo tempo con relative pause ad ogni pianerottolo. Ma è una persona impaziente e quindi al secondo pianerottolo al più tardi comincia ad annunciare il suo arrivo. Mediamente le ci vogliono ancora 2 minuti prima di arrivare dal secondo pianerottolo alla porta e in questo frattempo si organizza la difesa, mentre lei ancora si fa annunciare dai suoi strilli rendendo famosi a tutto il palazzo i nomi degli inquilini, non so perché in particolare il mio. Il palazzo ormai la conosce e non ci fa più caso, d'altra parte Giuliana in questo palazzo ci è nata e cresciuta, prima di sposarsi. Ma poi la casa è andata in affitto per decenni con le alterne fortune di cui accennavo.
E in questo frattempo, oggi, io sono già sceso dal soppalco ed ho infilato una maglietta e i pantaloni che ho fatto fatica a chiudere per il volume che ancora si sporgeva all'altezza della cerniera.
<<Federì, che sta' a dormì? Nun ce sta nessuno in casa?>>. Come si capisce, Giuliana parla rigorosamente romanesco. Ma ho ancora una domanda per Katharina prima di lasciare la stanza:
<<Ma che le dico, che sei qui o che non ci sei?>>, d'altronde è sabato, è il fine settimana, sarebbe plausibile che lei stesse da me.
<<Mm, no dici a lei che io non ci sono, non ho voglia di scendere...>>.
<<Ah però...>>, e le faccio un sorriso complice. Esco dalla stanza che ancora sto cercando di chiudere la cerniera dei pantaloni.
<<Giuliana, sono Federico, aspetta che ti apro...>>. Prendo le chiavi e le giro nella vecchia serratura di questa porta massiccia in legno, ormai deforme e sconnessa che si apre e chiude a spallate.
<<Perché non ce le hai le chiavi?>>, chiedo, ci provo e ci spero sempre..
<<Certo che cell'ho, ma te volevo avvertì, ecche se entra così nelle case dell'artri?>>, vabbeh, che figlia di buona donna...
<<Che succede, tutto a posto, come mai sei venuta?>>.
<<No, e che me trovavo a passà, so venuta a trova 'na 'mica mia che abbita qua ddietro>>, poi si avvicina e cambia tono di voce, da squillante ora mi sussurra nell'orecchio, come per parlare di cose segrete, il suo tono di voce, dopo questo sforzo di auto-limitarsi, diventa quindi normale, che però dritto nell'orecchio di mattino presto dà comunque un certo fastidio...
<<Ma che, c'è Giancarlo? 'Ndo stà quer disgraziato?>>. I rapporti tra Giuliana e Giancarlo si sono infatti deteriorati nel tempo, perché Giancarlo sostiene che Giuliana, l'estate scorsa, quando la casa era stata riaperta, aveva promesso di rifare il bagno entro la primavera mentre Giancarlo le avrebbe anticipato 6 mesi di affitto. Non ho mai saputo come stanno veramente le cose, di fatto anche a me aveva promesso che avrebbe rifatto il bagno entro la primavera. Adesso siamo a giugno, il bagno non è rifatto e Giancarlo ha minacciato di lasciare la stanza. Visto che anche la terza stanza ormai è sfitta da 2 mesi, rimarrei io da solo. Ma d'altra parte, prima la casa era addirittura sfitta da anni...
<<Non lo so, Giuliana, forse dorme ancora>>.
<<Beh, comunque io un giorno oll'altro lo sbatto fòri de casa... Je prendo tutta la robba e jela butto per le scale...>>.
<<Vabbeh, dai, vediamo...>>, tra l'altro so che Giancarlo non è in casa, ha dormito fuori, ma non voglio farmi gli affari degli altri proprio davanti a quella lingua lunga che è la Giuliana.
<<Ah, Federì, cuanno vene l'idraulico?>>.
<<Eh, a proposito, dovrebbe arrivare verso le 11..>>.
<<A vabbeh, comunque in casa ce stai tu, no?>>.
<<Eh, sì, chi ci dev'essere?>>.
<<La tua ragazza, come se chiama...>>.
<<Katharina...>>.
<<Katharina, eh, 'ndo sta? Nun s'è fermata a dormì 'sta volta?>>, ma guarda questa, penso io, che fa, sfotte?
<<No, stanotte ha dormito a casa sua..>>.
<<Ah...>>, poi si riavvicina all'orecchio guardandosi intorno come se temesse di essere ascoltata: <<comunque a mme 'sta ragazza nun me piace, eh, io te lo devo dì..>>.
<<Perché, che c'ha?>>
<<Nun è la ragazza giusta pe' te, nun c'ha la testa pe' la casa, nun fa mai i piatti, lassa sempre tutto sporco...>>.
<<Che c'entra, ma non abita mica qui, non può fare mica i piatti e le pulizie di casa mia...>>.
<<Ah no? Però 'na volta che passa, te deve dà 'na mano a tenè pulita la casa, no? Perché nun li avete sporcati insieme li piatti?>>.
<<Vabbeh sì, ma li posso fare anch'io i piatti, non è un problema..>>
<<A Federì, comunque pe' mme è 'na zozzona, lassala perde...>>.
Tutto quello che dice la Giuliana sull'igiene di Katharina, lo potrebbe dire anche di me. Ma nella sua mente la donna non solo deve essere più pulita, ma deve anche pulire le cose degli altri. Mentalità superata, così liquido dentro di me le sue osservazioni. Non mi toccano, io amo, io adoro Katharina, farei i piatti, laverei a terra e il bagno per lei. E infatti lo faccio. Però è anche vero che lei durante la settimana è al lavoro, esce di casa alle 8 e rientra alle 6. Io quando sono a Roma, quando non sono in giro per l'Italia, non ho mai molte cose da fare, comunque mi posso gestire, perciò sono io il casalingo, mi sembra normale. Katharina non batte ciglio, per lei nordica questa non è normalità, è ovvietà. Quindi cerco di troncare il discorso:
<<Vabbeh, Giuliana, che altro c'è?>>.
<<No vabbeh, niente, comunque io ero passata solo a salutà.. Allora ce stai tu cuanno viene l'idraulico..>>.
<<Sì, però ci sarebbero dei soldi da anticipare per pagarlo...>>.
<<E cuanto vòle?>>.
<<E che ne so, credo almeno 50 euro>>.
<<E tu nun cell'hai da daje, poi te li ridò>>, io faccio una smorfia, lei rincara subito:
<<Eddai, sii paziente, nun te pòi immaginà le spese ch'ho avuto 'sta settimana, anzi le sai le sai. Damme 3-4 ggiorni, poi ripasso e te li ridò. Che, nun te fidi?>>. E intanto si è pure trovata un'altra scusa per ripassare, che alla fine è la cosa che più mi scoccia.
Ci sarebbero già validi motivi per strozzarla, vero? Ma che ci si può fare, Giuliana è così, incorreggibile.
4. L'idraulico
<<Vabbeh, ciao a Federì, fatte dà un bacio, va.. Ce se vede in settimana...>>, miuk miuk.
<<Ciao Giuliana, buon fine settimana>>.
<<Anche a te, caro, ciao..>>.
Torno nella stanza: <<Kath, è andata. Kath.. Ohi, dormi?>>.
Mi risfilo i pantaloni e salgo per il soppalco, lei si volta e fa una smorfia con gli occhi semichiusi, si era addormentata. Io sono sul letto e le ripeto:
<<Giuliana se n'è andata. E tu che fai? Dormi ancora?>>. In risposta ricevo un verso e poi:
<<Ma che ore sono?>>.
<<Sono le 10.20, e tu dormi ancora...>>.
<<Sì, perché?>>.
<<No, no, niente, dicevo così.. Alle 11 arriva l'idraulico, ma ci sono ancora 40 minuti...>>, le dico sorridendo complice stringendo gli occhi. Lei mi risponde con un bel sorriso.
La bacio, sul collo, sulle guance, le mordo le labbra. Lei mi abbraccia e si abbandona dentro il mio abbraccio. Io le metto una mano sul culo, le stringo una natica, così piccola, così morbida ma tornita. Le alzo la maglietta, le pizzico i capezzoli. Lei mi guarda con quel muso da micetta, io le mordo un orecchio. Ci risiamo, i gabbiani stridono ancora fuori la finestra, ma sembrano lontanissimi, è sabato mattina, è il mio momento preferito.
Driiin, driiidriiinnn.,
<<Ecchecazzo! Ma stamattina è una congiura! E' pure arrivato con 20 minuti d'anticipo!!!>>, sbotto, lo so, non può che essere l'idraulico.
Katharina cerca un'espressione di apatia e quasi ci riesce. Ci vuole tanta pazienza, ma la sua non è pazienza, è determinazione. Accetta questo perché pensa che attraverso questo si possa ottenere qualcos'altro, tanto alla fine sono io che devo smazzarmi queste incombenze, lei da clandestina si gode l'invisibilità. Io accetto questo solo perché c'è lei.
<<Dev'essere l'idraulico, ieri per telefono mi ha detto che ci dovrebbe mettere una mezz'oretta. Tu che fai, rimani a letto, no?>>. Mi guarda con un piccolo sorriso, come dire: "che intuito!". Anche la mia domanda era ironica, quindi riprendo la scala del soppalco, riprendo i pantaloni buttati sul tappeto, li rinfilo, rimetto tutto nella cerniera e cerco di alzarla.
Il citofono non funziona, perciò apro alla cieca e mi metto per le scale.
Ma prima c'è bisogno di fare un po' di cronistoria di quanto avvenuto ieri per capire che viene a fare l'idraulico a casa adesso. Ieri era stata una giornata allucinante. Verso mezzogiorno era scoppiato un tubo nel muro del bagno, ma lo spruzzo dava al di fuori, perché quel muro del bagno confina con il ballatoio. Quando l'acqua ormai aveva allagato il pianerottolo e stava già gocciolando per le scale la vicina di sotto è venuta a bussarci alla porta. Giancarlo e io, dopo un rapido ragionamento, avevamo dedotto che l'unico modo per arrestare la fuoriuscita dell'acqua era chiudere l'acqua dal contatore. Siamo saliti sulla terrazzina, che sta al piano di sopra, non quella grande e bella, un'altra più piccola, che dà sull'altro lato, l'interno, verso la strada e in direzione fiume Tevere. Abbiamo chiuso l'acqua, pertanto dal muro non spruzzava più acqua ma anche noi a quel punto eravamo senz'acqua in casa.
Come se non bastasse, una mezz'ora dopo, la corrente elettrica se n'era andata. Giancarlo e io ci siamo ritrovati in corridoio attoniti:
<<Ma che, pure a te è andata via la corrente?>>
<<Eh sì. Che sarà questa volta?>>.
<<No, vabbeh, sarà saltata, andiamo giù a vedere>>.
Siamo scesi fino al pianoterra al contatore per alzare la leva, ma con nostro indescrivibile stupore, ci siamo accorti che il contatore mancava del tutto. Qualcuno se l'era portato:
<<Eh che, mo pure li contatori s'arrubbano>>, teorizza Giancarlo.
<<No, dai, impossibile!>>.
<<E allora, chi se l'è portato?>>.
<<Proviamo a chiamare quelli della compagnia, magari ne sanno qualcosa>>.
Risaliamo sconcertati e intanto chiamiamo la compagnia. La quale, con nostro nuovo altro grande stupore laconicamente ci informa:
<<Il contatore è stato staccato perché qui risulta che da agosto non vengono pagate le bollette>>.
<<Giancarlo, ma com'è possibile. Ma Giuliana non ha detto che le pagava le bollette?>>.
<<Beh, così dice>>.
<<Chiamiamo Giuliana!>>.
Insomma, dopo brevi e facili verifiche emerge una verità inquietante: Giuliana non pagava le bollette da agosto, cioè da quando la casa era stata riaperta e l'allaccio della corrente riattivato, cioè non le aveva mai pagate. Ebbene sì, tra le altre stranezze di questa casa le bollette erano intestate alla padrona e sarebbero dovute essere recapitate direttamente a casa sua.
Giuliana dopo un'ora era arrivata a casa, Giancarlo era inferocito, il romanesco faceva il resto.
<<A Giulià, ma com'è possibile?>>
<<A Giancà, ecché te devo dì, a me le bollette nun so' mai arrivate...>>.
<<Sè... mo le bollette nun arivano pe' 10 mesi, ma dai... essù..>>.
<<Aò, a Giancà, ecchette devo dì...>>.
<<Vabbeh, facemo pure che le bollette nun so' mai arivate in 10 mesi, ma a te nun sembrava strano?>>.
<<A Giancà, ecchennesò io...>>.
<<Annamo bbene. A Giulià, mo tu vai alla compagnia e vai a pagà 10 mesi de bollette pecché qui stamo senz'aqua e senza la corente..>>.
<<Evvabbeh, mo ce vado, che te devo dì?>>.
<<Niente, nun me devi dì niente, devi andà llà e devi pagà...>>.
E così si era conclusa la discussione. L'idraulico era stato chiamato, sarebbe venuto la mattina seguente, cioè oggi, verso le 11. Ma le insidie non erano finite.
Ad un certo punto, mentre siamo in cucina ancora a discutere increduli Giancarlo ed io, dalla finestra che affaccia sul ballatoio spunta Lucia, la vicina di casa, una ragazza come noi, che abita da sola in un appartamento di famiglia, lavora nel campo della moda, ma nessuno ha mai capito bene cosa faccia di preciso.
<<Ciao ragazzi, come va?>>
<<Ma, 'nsomma, Lucì, stamo 'na bellezza>>, le risponde pronto Giancarlo.
<<Che è successo?>>.
<<Entra va', che te raccontamo>>.
E così le spieghiamo. Al che lei conclude sagacemente:
<<Ma quindi voi ora siete senza luce e senza acqua...>>.
<<Eh, sì...>>.
<<E come fate? Voglio dire, la roba in frigorifero andrà a male.>>.
<<Eh...>>, all'unisono sospirando e allargando le braccia Giancarlo e io.
<<Ma scusate, le cose dal frigorifero le potete portare da me...>>.
<<Grazie, Lucia, se non ti disturba...>>.
<<Macché disturbo, ci mancherebbe altro!!!>>.
Prendiamo tutto, surgelati latticini e li portiamo da lei che ci apre casa e ci fa strada. Una volta in casa da lei, ha il tempo per un'ulteriore deduzione:
<<Ma allora siete anche senz'acqua, quindi stamattina non vi siete potuti nemmeno lavare...>>.
<<Eh... no>>.
<<Ah, ma se volete potete farvi una doccia da me...>>.
Giancarlo ed io ci guardiamo negli occhi, ci accordiamo facilmente con uno sguardo e all'unisono:
<<Mah, perché no, se non ti disturba...>>.
<<No, no, macché disturbo, ci mancherebbe altro!!>>.
<<Vabbeh, Federì, falla prima tu, se vòi...>>, propone Giancarlo.
<<Va bene, perché no..>>, accetto.
Torno in stanza e prendo le mie cose per la doccia. In un paio di minuti sono di nuovo da Lucia.
<<Permesso, allora vado in bagno, faccio la doccia...>>.
<<Sì, prego, fai come se fossi a casa tua...>>.
Richiudo la porta del bagno, giro la chiave, mi guardo allo specchio e comincio a spogliarmi. Mi avvicino alla vasca da bagno, mi sbottono i pantaloni e sto per sfilarmeli. Ce li ho alle caviglie, sto per sfilare il primo piede quando perdo un attimo l'equilibrio e mi appoggio spontaneamente al bordo del bidè. Non è che faccia particolare pressione, ma in un attimo il bidè, già percorso da un'inquietante crepa nel mezzo, si spacca definitivamente in due. Io resto lì, occhi spalancati e bocca aperta. Incredulo. Sbalordito.
<<Eh??!? E mo?>>. Pazzesco.
C'è poco da fare, mica posso ripararlo così. Anzi, c'è proprio poco da riparare, il bidè si è praticamente aperto in due. Si può solo cambiarlo. Certo, era messo maluccio anche prima, ma io gli do dato proprio un bel colpo di grazia. In ogni caso, tanto che ci sono, almeno mi faccio la doccia. Posso sempre dire che si è rotto dopo, mentre mi asciugavo. Così mi lavo e alla fine faccio un bel respiro e apro la porta, mi tocca fare un altro numero da circo come molti nella mia vita.
<<Ehm, Lucia, guarda, non so proprio come sia potuto succedere, però è il caso che dai un'occhiata al bagno, si è rotto il bidè>>.
Sulle prime, si vede che sarebbe tentata di minimizzare, ma la mia frase è perentoria anche perché c'è poco da nascondere. A dire la verità non ho molte speranze che Lucia alla fine minimizzi, conosco il suo insidioso lunatismo. Infatti si precipita in bagno e ci mette un attimo a cambiare registro.
<<Aaaah! Non ci posso credere!!>>. Passando all'urlo, forma di comunicazione diffusa in questo palazzo: <<Fuori!!! Vai via, fuori da questa casa!! Non è possibile!!! Non si è mai visto che uno presta il bagno a un amico e se lo ritrova rotto! Tu sei un pazzo!! Tu non sei normale!!!>>.
<<Vabbeh, Lucia, senti, domattina deve venire l'idraulico da noi e quando ha fatto te lo mando qui e ti faccio sostituire il bidè, pago io>>.
<<E a che ora arriva?>>, sempre urlando.
<<Alle 11>>.
<<Ma io sono una libera professionista, non ho tempo per stare in casa alle 11 ad aspettare l'idraulico>>, sempre urlando.
<<Beh, senti, mi dispiace, sono desolato, ma più di questo non posso fare>>.
<<Adesso vai fuori da questa casa, immediatamente!!! Domani dovrò aspettare l'idraulico e perdere ore per il mio lavoro. Fuori!!!>>. E me ne esco con il mio accappatoio verde e la biancheria sporca tra le mani, la coda tra le gambe e la porta che si richiude sbattendo alle mie spalle con Lucia che ancora sbraita ormai frasi incomprensibili e sconnesse.
Rientro in casa.
<<Allora adesso spetta a me>>, deduce erroneamente Giancarlo.
<<Ehm credo di no. Giancarlo, è successa una cosa incredibile. Ho rotto il bidè di Lucia e si è incazzata come un iena>>.
<<No! Ma 'nfatti me pareva de sentilla strillà...>>.
E questo è l'antefatto di ieri. Torniamo a oggi.
<<Buongiorno>>, saluto l'idraulico.
<<Buongiorno>>.
<<Venga, da questa parte>>.
<<Ciao Giuliana, buon fine settimana>>.
<<Anche a te, caro, ciao..>>.
Torno nella stanza: <<Kath, è andata. Kath.. Ohi, dormi?>>.
Mi risfilo i pantaloni e salgo per il soppalco, lei si volta e fa una smorfia con gli occhi semichiusi, si era addormentata. Io sono sul letto e le ripeto:
<<Giuliana se n'è andata. E tu che fai? Dormi ancora?>>. In risposta ricevo un verso e poi:
<<Ma che ore sono?>>.
<<Sono le 10.20, e tu dormi ancora...>>.
<<Sì, perché?>>.
<<No, no, niente, dicevo così.. Alle 11 arriva l'idraulico, ma ci sono ancora 40 minuti...>>, le dico sorridendo complice stringendo gli occhi. Lei mi risponde con un bel sorriso.
La bacio, sul collo, sulle guance, le mordo le labbra. Lei mi abbraccia e si abbandona dentro il mio abbraccio. Io le metto una mano sul culo, le stringo una natica, così piccola, così morbida ma tornita. Le alzo la maglietta, le pizzico i capezzoli. Lei mi guarda con quel muso da micetta, io le mordo un orecchio. Ci risiamo, i gabbiani stridono ancora fuori la finestra, ma sembrano lontanissimi, è sabato mattina, è il mio momento preferito.
Driiin, driiidriiinnn.,
<<Ecchecazzo! Ma stamattina è una congiura! E' pure arrivato con 20 minuti d'anticipo!!!>>, sbotto, lo so, non può che essere l'idraulico.
Katharina cerca un'espressione di apatia e quasi ci riesce. Ci vuole tanta pazienza, ma la sua non è pazienza, è determinazione. Accetta questo perché pensa che attraverso questo si possa ottenere qualcos'altro, tanto alla fine sono io che devo smazzarmi queste incombenze, lei da clandestina si gode l'invisibilità. Io accetto questo solo perché c'è lei.
<<Dev'essere l'idraulico, ieri per telefono mi ha detto che ci dovrebbe mettere una mezz'oretta. Tu che fai, rimani a letto, no?>>. Mi guarda con un piccolo sorriso, come dire: "che intuito!". Anche la mia domanda era ironica, quindi riprendo la scala del soppalco, riprendo i pantaloni buttati sul tappeto, li rinfilo, rimetto tutto nella cerniera e cerco di alzarla.
Il citofono non funziona, perciò apro alla cieca e mi metto per le scale.
Ma prima c'è bisogno di fare un po' di cronistoria di quanto avvenuto ieri per capire che viene a fare l'idraulico a casa adesso. Ieri era stata una giornata allucinante. Verso mezzogiorno era scoppiato un tubo nel muro del bagno, ma lo spruzzo dava al di fuori, perché quel muro del bagno confina con il ballatoio. Quando l'acqua ormai aveva allagato il pianerottolo e stava già gocciolando per le scale la vicina di sotto è venuta a bussarci alla porta. Giancarlo e io, dopo un rapido ragionamento, avevamo dedotto che l'unico modo per arrestare la fuoriuscita dell'acqua era chiudere l'acqua dal contatore. Siamo saliti sulla terrazzina, che sta al piano di sopra, non quella grande e bella, un'altra più piccola, che dà sull'altro lato, l'interno, verso la strada e in direzione fiume Tevere. Abbiamo chiuso l'acqua, pertanto dal muro non spruzzava più acqua ma anche noi a quel punto eravamo senz'acqua in casa.
Come se non bastasse, una mezz'ora dopo, la corrente elettrica se n'era andata. Giancarlo e io ci siamo ritrovati in corridoio attoniti:
<<Ma che, pure a te è andata via la corrente?>>
<<Eh sì. Che sarà questa volta?>>.
<<No, vabbeh, sarà saltata, andiamo giù a vedere>>.
Siamo scesi fino al pianoterra al contatore per alzare la leva, ma con nostro indescrivibile stupore, ci siamo accorti che il contatore mancava del tutto. Qualcuno se l'era portato:
<<Eh che, mo pure li contatori s'arrubbano>>, teorizza Giancarlo.
<<No, dai, impossibile!>>.
<<E allora, chi se l'è portato?>>.
<<Proviamo a chiamare quelli della compagnia, magari ne sanno qualcosa>>.
Risaliamo sconcertati e intanto chiamiamo la compagnia. La quale, con nostro nuovo altro grande stupore laconicamente ci informa:
<<Il contatore è stato staccato perché qui risulta che da agosto non vengono pagate le bollette>>.
<<Giancarlo, ma com'è possibile. Ma Giuliana non ha detto che le pagava le bollette?>>.
<<Beh, così dice>>.
<<Chiamiamo Giuliana!>>.
Insomma, dopo brevi e facili verifiche emerge una verità inquietante: Giuliana non pagava le bollette da agosto, cioè da quando la casa era stata riaperta e l'allaccio della corrente riattivato, cioè non le aveva mai pagate. Ebbene sì, tra le altre stranezze di questa casa le bollette erano intestate alla padrona e sarebbero dovute essere recapitate direttamente a casa sua.
Giuliana dopo un'ora era arrivata a casa, Giancarlo era inferocito, il romanesco faceva il resto.
<<A Giulià, ma com'è possibile?>>
<<A Giancà, ecché te devo dì, a me le bollette nun so' mai arrivate...>>.
<<Sè... mo le bollette nun arivano pe' 10 mesi, ma dai... essù..>>.
<<Aò, a Giancà, ecchette devo dì...>>.
<<Vabbeh, facemo pure che le bollette nun so' mai arivate in 10 mesi, ma a te nun sembrava strano?>>.
<<A Giancà, ecchennesò io...>>.
<<Annamo bbene. A Giulià, mo tu vai alla compagnia e vai a pagà 10 mesi de bollette pecché qui stamo senz'aqua e senza la corente..>>.
<<Evvabbeh, mo ce vado, che te devo dì?>>.
<<Niente, nun me devi dì niente, devi andà llà e devi pagà...>>.
E così si era conclusa la discussione. L'idraulico era stato chiamato, sarebbe venuto la mattina seguente, cioè oggi, verso le 11. Ma le insidie non erano finite.
Ad un certo punto, mentre siamo in cucina ancora a discutere increduli Giancarlo ed io, dalla finestra che affaccia sul ballatoio spunta Lucia, la vicina di casa, una ragazza come noi, che abita da sola in un appartamento di famiglia, lavora nel campo della moda, ma nessuno ha mai capito bene cosa faccia di preciso.
<<Ciao ragazzi, come va?>>
<<Ma, 'nsomma, Lucì, stamo 'na bellezza>>, le risponde pronto Giancarlo.
<<Che è successo?>>.
<<Entra va', che te raccontamo>>.
E così le spieghiamo. Al che lei conclude sagacemente:
<<Ma quindi voi ora siete senza luce e senza acqua...>>.
<<Eh, sì...>>.
<<E come fate? Voglio dire, la roba in frigorifero andrà a male.>>.
<<Eh...>>, all'unisono sospirando e allargando le braccia Giancarlo e io.
<<Ma scusate, le cose dal frigorifero le potete portare da me...>>.
<<Grazie, Lucia, se non ti disturba...>>.
<<Macché disturbo, ci mancherebbe altro!!!>>.
Prendiamo tutto, surgelati latticini e li portiamo da lei che ci apre casa e ci fa strada. Una volta in casa da lei, ha il tempo per un'ulteriore deduzione:
<<Ma allora siete anche senz'acqua, quindi stamattina non vi siete potuti nemmeno lavare...>>.
<<Eh... no>>.
<<Ah, ma se volete potete farvi una doccia da me...>>.
Giancarlo ed io ci guardiamo negli occhi, ci accordiamo facilmente con uno sguardo e all'unisono:
<<Mah, perché no, se non ti disturba...>>.
<<No, no, macché disturbo, ci mancherebbe altro!!>>.
<<Vabbeh, Federì, falla prima tu, se vòi...>>, propone Giancarlo.
<<Va bene, perché no..>>, accetto.
Torno in stanza e prendo le mie cose per la doccia. In un paio di minuti sono di nuovo da Lucia.
<<Permesso, allora vado in bagno, faccio la doccia...>>.
<<Sì, prego, fai come se fossi a casa tua...>>.
Richiudo la porta del bagno, giro la chiave, mi guardo allo specchio e comincio a spogliarmi. Mi avvicino alla vasca da bagno, mi sbottono i pantaloni e sto per sfilarmeli. Ce li ho alle caviglie, sto per sfilare il primo piede quando perdo un attimo l'equilibrio e mi appoggio spontaneamente al bordo del bidè. Non è che faccia particolare pressione, ma in un attimo il bidè, già percorso da un'inquietante crepa nel mezzo, si spacca definitivamente in due. Io resto lì, occhi spalancati e bocca aperta. Incredulo. Sbalordito.
<<Eh??!? E mo?>>. Pazzesco.
C'è poco da fare, mica posso ripararlo così. Anzi, c'è proprio poco da riparare, il bidè si è praticamente aperto in due. Si può solo cambiarlo. Certo, era messo maluccio anche prima, ma io gli do dato proprio un bel colpo di grazia. In ogni caso, tanto che ci sono, almeno mi faccio la doccia. Posso sempre dire che si è rotto dopo, mentre mi asciugavo. Così mi lavo e alla fine faccio un bel respiro e apro la porta, mi tocca fare un altro numero da circo come molti nella mia vita.
<<Ehm, Lucia, guarda, non so proprio come sia potuto succedere, però è il caso che dai un'occhiata al bagno, si è rotto il bidè>>.
Sulle prime, si vede che sarebbe tentata di minimizzare, ma la mia frase è perentoria anche perché c'è poco da nascondere. A dire la verità non ho molte speranze che Lucia alla fine minimizzi, conosco il suo insidioso lunatismo. Infatti si precipita in bagno e ci mette un attimo a cambiare registro.
<<Aaaah! Non ci posso credere!!>>. Passando all'urlo, forma di comunicazione diffusa in questo palazzo: <<Fuori!!! Vai via, fuori da questa casa!! Non è possibile!!! Non si è mai visto che uno presta il bagno a un amico e se lo ritrova rotto! Tu sei un pazzo!! Tu non sei normale!!!>>.
<<Vabbeh, Lucia, senti, domattina deve venire l'idraulico da noi e quando ha fatto te lo mando qui e ti faccio sostituire il bidè, pago io>>.
<<E a che ora arriva?>>, sempre urlando.
<<Alle 11>>.
<<Ma io sono una libera professionista, non ho tempo per stare in casa alle 11 ad aspettare l'idraulico>>, sempre urlando.
<<Beh, senti, mi dispiace, sono desolato, ma più di questo non posso fare>>.
<<Adesso vai fuori da questa casa, immediatamente!!! Domani dovrò aspettare l'idraulico e perdere ore per il mio lavoro. Fuori!!!>>. E me ne esco con il mio accappatoio verde e la biancheria sporca tra le mani, la coda tra le gambe e la porta che si richiude sbattendo alle mie spalle con Lucia che ancora sbraita ormai frasi incomprensibili e sconnesse.
Rientro in casa.
<<Allora adesso spetta a me>>, deduce erroneamente Giancarlo.
<<Ehm credo di no. Giancarlo, è successa una cosa incredibile. Ho rotto il bidè di Lucia e si è incazzata come un iena>>.
<<No! Ma 'nfatti me pareva de sentilla strillà...>>.
E questo è l'antefatto di ieri. Torniamo a oggi.
<<Buongiorno>>, saluto l'idraulico.
<<Buongiorno>>.
<<Venga, da questa parte>>.
5. E chi è il prossimo?
Lo conduco dentro casa verso il bagno, gli racconto la dinamica, gli mostro il muro, mi assicuro che non gli serva nulla e lo lascio lavorare. Apre la cassetta degli attrezzi, dà un'occhiata al muro, si passa una mano sul mento, riflette.
Mi scosto e vado verso la cucina. Guardo fuori la finestra, sono le 11 circa, il sole è già alto, fuori è già pieno giorno, speriamo che l'idraulico faccia davvero in fretta, poi lo devo portare da Lucia e poi oggi si va al mare con Katharina!!!
<<Federì? Ah, Federì, che, sei uscito?>>, eh? Giuliana? Se n'é appena andata... Ora di nuovo strilla dalle scale.
<<Giuliana! Che ci fai ancora qui?>>, le chiedo mentre apro la porta.
<<Eh no, è che m'ha apena telefonato 'sto regazzo che voleva vedè la stanza e alora so' tornata su. Ecolo, se chiama... com'è che te chiami?>>.
<<Marco>>.
<<Ah, eco, Marco..>>.
<<Piacere, Fede.. Giuliana, c'è qui l'idraulico>>.
<<Ah vabbeh, noi dovemo solo vedè la stanza, nun disturbamo... viè, de qua...>>
<<Prego>>, faccio entrate il ragazzo e Giuliana.
I due entrano nella stanza che è proprio adiacente all'ingresso del bagno, la porta aperta e l'idraulico che ha già sfoderato i ferri del mestiere.
Giuliana e il ragazzo parlottano, lui racconta di essere un attore, ma ha l'aria di non avere gran successo ultimamente, poi è giovane, forse è solo agli inizi. Io sono sull'uscio, con un occhio seguo l'idraulico, con un orecchio i due. Si parla di caparra, Giuliana chiede 2 mesi anticipati, il ragazzo acconsente, poi pone delle domande, Giuliana risponde vaga, non certo sul fatto che l'affitto sia in nero, quello non scandalizza certamente il ragazzo, siamo in Italia, ma sulle bollette e la tenuta della casa sembra avere qualche dubbio in più. Ma ciò che innervosisce Giuliana, lo so, è in particolare la sua indecisione, lei, sfrontata e linguacciuta.
<<Senti, come te chiami?, a Marco, che vò fa?>>.
<<Ma... eventualmente sarebbe possibile anche pagare un mese soltanto di caparra?>>. Ecco, questa è proprio l'ultima cosa che il povero Marco doveva dire. La Giuliana che anche è una persona impulsiva e lunatica, quando le tocchi i soldi, allora non ci vede proprio più.
<<Aò, a Marco, ma che sta' a dì? Stemo a scherzà?>>, tagliando corto:
<<Senti, a bbello, la stanza l'ha' vista, se la vòi è questa, se nun te va, dillo subbeto che nun c'ho tempo da perde..>>.
Stok!
Proprio in quel momento si stacca un pezzo di muro sotto un abile e preciso colpo di scalpello dell'idraulico. Ormai Giuliana ha riposto il fioretto e ha sguainato la sciabola. Urlando, ben inteso:
<<Aò, ma che sta' a fa questo? Me sta a distrugge la casa?>>.
<<A signò, se vòle che le ripari il tubo, devo rompe il muro e risaldà..>>.
<<Macché sta' a dì, ma che te se' ammattito? Ma se me sta' a spaccà tutto er bagno!!>>.
L'idraulico mi guarda, io tentenno solo un attimo, inutile incalzare la Giuliana quando prende la tangente. Lui non ci sta:
<<Vabbeh, allora me ne vado..>>, al che però devo intervenire e lo blocco:
<<No, per favore, scusi, lei continui a fare il suo lavoro. Giuliana, per favore, siamo senz'acqua, deve saldare il tubo, non si può fare altro che spaccare il muro, poi rimette la calce>>.
Driiin...
E chi è mo?
Ci guardiamo tutti negli occhi, perlomeno Giuliana non ha il tempo di contrattaccare. Vado alla porta. Apro. E' Lucia, che prende subito la parola, a suo modo:
<<Aò, e 'sto idraulico? Sono già le 11.15, io sono una libera professionista, non ho tempo da perdere!!>>.
<<Lucia, guarda, l'idraulico sta lì, sta lavorando, appena ha finito te lo mando>>.
Non chiede nemmeno, entra e si dirige verso il bagno, guarda dentro, saluta appena la Giuliana e senza pietà per il povero Marco già mezzo traumatizzato butta lì all'idraulico:
<<Eppure lei, si potrebbe dare una spicciata, no? Ancora non ha finito? Io sono una libera professionista, non ho tempo da perdere!!!>>.
<<Vabbeh signori, allora fatelo voi questo lavoro, io me ne vado>>, sbotta l'idraulico.
<<Fermo, lei non va da nessuna parte, noi siamo senz'acqua e quindi la prego, continui il suo lavoro e lasci stare queste persone>>, impartisco con decisione.
Al che scoppia la baraonda, un tutti contro tutti a sbraitare: l'idraulico, Giuliana, Lucia e io. Solo il povero Marco sta in disparte e scommetto che vorrebbe essere ovunque ma non lì in quel momento e comunque penso che a questo punto ogni suo dubbio circa la stanza sia più che mai una certezza, ossia che non rimetterà mai più piede in vita sua in questo palazzo. Ormai le parole non si intendono più, è una sfida a chi grida più forte, Giuliana e Lucia su tutti ovviamente e l'idraulico e io che cerchiamo di infilare qualche parola quando loro prendono il respiro.
Driiinn...
No, e chi è il prossimo? Francamente ho esaurito la mia immaginazione, a questo punto non vedo chi potrebbe mancare alla scena. Tutti i duellanti a questo punto si tacciono. Pure nella loro testa si fa largo uno stupore incerto. Apro titubante la porta. Mi appare un pretino, basso, vecchiarello, con un pelo di barba bianca, gli occhiali spessi e gli occhi storti. Con una flebile voce e un accento calabrese, un sorriso ingenuo e si presenta:
<<Sono venuto a ppenedire la casa...>>.
Io ormai ho esaurito la mia dose di sbalordimento, non ho altro da dire. Mi volto verso gli altri, tutti sono impietriti. Mi volto di nuovo verso il pretino:
<<P-p-prego, s'accomodi>>.
Giuliana prende l'iniziativa:
<<Ecco padre, s'accomodi, je dia 'na bella benedizione a 'sta casa che ce n'ha bbisogno>>.
<<In nomine patris et filii et...>> e bonanotte.
Mi scosto e vado verso la cucina. Guardo fuori la finestra, sono le 11 circa, il sole è già alto, fuori è già pieno giorno, speriamo che l'idraulico faccia davvero in fretta, poi lo devo portare da Lucia e poi oggi si va al mare con Katharina!!!
<<Federì? Ah, Federì, che, sei uscito?>>, eh? Giuliana? Se n'é appena andata... Ora di nuovo strilla dalle scale.
<<Giuliana! Che ci fai ancora qui?>>, le chiedo mentre apro la porta.
<<Eh no, è che m'ha apena telefonato 'sto regazzo che voleva vedè la stanza e alora so' tornata su. Ecolo, se chiama... com'è che te chiami?>>.
<<Marco>>.
<<Ah, eco, Marco..>>.
<<Piacere, Fede.. Giuliana, c'è qui l'idraulico>>.
<<Ah vabbeh, noi dovemo solo vedè la stanza, nun disturbamo... viè, de qua...>>
<<Prego>>, faccio entrate il ragazzo e Giuliana.
I due entrano nella stanza che è proprio adiacente all'ingresso del bagno, la porta aperta e l'idraulico che ha già sfoderato i ferri del mestiere.
Giuliana e il ragazzo parlottano, lui racconta di essere un attore, ma ha l'aria di non avere gran successo ultimamente, poi è giovane, forse è solo agli inizi. Io sono sull'uscio, con un occhio seguo l'idraulico, con un orecchio i due. Si parla di caparra, Giuliana chiede 2 mesi anticipati, il ragazzo acconsente, poi pone delle domande, Giuliana risponde vaga, non certo sul fatto che l'affitto sia in nero, quello non scandalizza certamente il ragazzo, siamo in Italia, ma sulle bollette e la tenuta della casa sembra avere qualche dubbio in più. Ma ciò che innervosisce Giuliana, lo so, è in particolare la sua indecisione, lei, sfrontata e linguacciuta.
<<Senti, come te chiami?, a Marco, che vò fa?>>.
<<Ma... eventualmente sarebbe possibile anche pagare un mese soltanto di caparra?>>. Ecco, questa è proprio l'ultima cosa che il povero Marco doveva dire. La Giuliana che anche è una persona impulsiva e lunatica, quando le tocchi i soldi, allora non ci vede proprio più.
<<Aò, a Marco, ma che sta' a dì? Stemo a scherzà?>>, tagliando corto:
<<Senti, a bbello, la stanza l'ha' vista, se la vòi è questa, se nun te va, dillo subbeto che nun c'ho tempo da perde..>>.
Stok!
Proprio in quel momento si stacca un pezzo di muro sotto un abile e preciso colpo di scalpello dell'idraulico. Ormai Giuliana ha riposto il fioretto e ha sguainato la sciabola. Urlando, ben inteso:
<<Aò, ma che sta' a fa questo? Me sta a distrugge la casa?>>.
<<A signò, se vòle che le ripari il tubo, devo rompe il muro e risaldà..>>.
<<Macché sta' a dì, ma che te se' ammattito? Ma se me sta' a spaccà tutto er bagno!!>>.
L'idraulico mi guarda, io tentenno solo un attimo, inutile incalzare la Giuliana quando prende la tangente. Lui non ci sta:
<<Vabbeh, allora me ne vado..>>, al che però devo intervenire e lo blocco:
<<No, per favore, scusi, lei continui a fare il suo lavoro. Giuliana, per favore, siamo senz'acqua, deve saldare il tubo, non si può fare altro che spaccare il muro, poi rimette la calce>>.
Driiin...
E chi è mo?
Ci guardiamo tutti negli occhi, perlomeno Giuliana non ha il tempo di contrattaccare. Vado alla porta. Apro. E' Lucia, che prende subito la parola, a suo modo:
<<Aò, e 'sto idraulico? Sono già le 11.15, io sono una libera professionista, non ho tempo da perdere!!>>.
<<Lucia, guarda, l'idraulico sta lì, sta lavorando, appena ha finito te lo mando>>.
Non chiede nemmeno, entra e si dirige verso il bagno, guarda dentro, saluta appena la Giuliana e senza pietà per il povero Marco già mezzo traumatizzato butta lì all'idraulico:
<<Eppure lei, si potrebbe dare una spicciata, no? Ancora non ha finito? Io sono una libera professionista, non ho tempo da perdere!!!>>.
<<Vabbeh signori, allora fatelo voi questo lavoro, io me ne vado>>, sbotta l'idraulico.
<<Fermo, lei non va da nessuna parte, noi siamo senz'acqua e quindi la prego, continui il suo lavoro e lasci stare queste persone>>, impartisco con decisione.
Al che scoppia la baraonda, un tutti contro tutti a sbraitare: l'idraulico, Giuliana, Lucia e io. Solo il povero Marco sta in disparte e scommetto che vorrebbe essere ovunque ma non lì in quel momento e comunque penso che a questo punto ogni suo dubbio circa la stanza sia più che mai una certezza, ossia che non rimetterà mai più piede in vita sua in questo palazzo. Ormai le parole non si intendono più, è una sfida a chi grida più forte, Giuliana e Lucia su tutti ovviamente e l'idraulico e io che cerchiamo di infilare qualche parola quando loro prendono il respiro.
Driiinn...
No, e chi è il prossimo? Francamente ho esaurito la mia immaginazione, a questo punto non vedo chi potrebbe mancare alla scena. Tutti i duellanti a questo punto si tacciono. Pure nella loro testa si fa largo uno stupore incerto. Apro titubante la porta. Mi appare un pretino, basso, vecchiarello, con un pelo di barba bianca, gli occhiali spessi e gli occhi storti. Con una flebile voce e un accento calabrese, un sorriso ingenuo e si presenta:
<<Sono venuto a ppenedire la casa...>>.
Io ormai ho esaurito la mia dose di sbalordimento, non ho altro da dire. Mi volto verso gli altri, tutti sono impietriti. Mi volto di nuovo verso il pretino:
<<P-p-prego, s'accomodi>>.
Giuliana prende l'iniziativa:
<<Ecco padre, s'accomodi, je dia 'na bella benedizione a 'sta casa che ce n'ha bbisogno>>.
<<In nomine patris et filii et...>> e bonanotte.
6. Dai che si fa tardi
<<Vabbeh, lei allora quando ha finito, se può venire a fare un salto anche da me, guardi sto solo dall'altro lato del pianerottolo>>.
<<Non si preoccupi, signorina, appena ho finito sarò da lei>>, risponde l'idraulico a Lucia.
<<Vabbeh, allora io vado, ciao Giulià..>>.
<<Ciao a Lucì, ce se vede>>, poi a sua volta Giuliana:
<<Aò, a Marco, 'nsomma, fa 'n po' come te pare, se se' ancora interessato, me chiami...>>.
<<D'accordo signora, le faccio sapere, sempre due mesi anticipati di caparra...?>>.
Giuliana lo guarda storto, ma poi si rassegna:
<<A Marco, fa 'n po' come te pare, se me vòi dà solo un mese, ecché te devo dì, a fijo mio, damme solo un mese>>, e poi si volta all'idraulico e scoppia in una risata da matta, come a cercare l'appoggio dall'idraulico che aveva assalito solo 10 minuti prima.
Il pretino nel frattempo se n'è appena andato, non prima che io, a nome di tutta la platea, gli abbia lasciato un 5 euro, tanto sono sempre io che anticipo i soldi.
<<Vabbeh, Federì, allora io vado, ciao, se vedemo...>>.
<<Ciao, arrivederci>>, mi stringe la mano il ragazzo, Marco.
<<Ciao>>, rispondo:
<<Ciao Giuliana>>.
Richiudo la porta, la pace è tornata nella casa.
<<Ho quasi finito, ma purtroppo per adesso non sarà possibile riaprire l'acqua>>, esclama l'idraulico che ha appena riposto la fiamma, e che si era portato saggiamente avanti mentre il pretino benediva, azzardando una fiamma viva nel bagno puntata dentro il muro sul tubo bucato, sapendo inoffensivi gli astanti alla presenza del pretino.
<<Purtroppo questi sono tubi vecchi, c'hanno più di cent'anni. Devo tornare nel pomeriggio. Magari prima però vado dalla vicina>>.
Ecco sì, magari è meglio. Nel pomeriggio ci sarà Giancarlo, noi saremo al mare. Gli lascio comunque già 50 euro e gli indico la porta di Lucia. Quando suona il campanello io ho già richiuso la porta di casa. Finalmente l'incubo è finito. E' quasi mezzogiorno. Torno in camera. Katharina è ancora a letto, però adesso è sveglia ed è seduta tra le lenzuola. Subito mi chiede, mentre mi sto risfilando i pantaloni per la seconda volta questa mattina:
<<Ma che è successo?>>
<<Di tutto, lascia perdere, dopo ti spiego..>>.
<<Ma c'era anche la Giuliana... sentivo la sua voce. Ma non se n'era andata?>>.
<<Eh, è tornata con un tipo per vedere la stanza. Poi è arrivata anche Lucia e infine un prete>>.
<<Un prete?>>.
<<Eh, te l'ho detto, è una storia un po' complicata, te la racconto un'altra volta>>.
E intanto mi sono infilato nel letto e mi sono lanciato sul suo collo.
<<Fede, ma si fa tardi...>>.
<<Appunto, dai che si fa tardi! Poi dobbiamo andare al mareeee!!!>>.
<<Au, langsam!!>>.
Ma di fatto Katharina sorride e si lascia baciare e travolgere dalla mia passione. Mentre le sfilo la maglietta tuona a salve il cannone del Gianicolo, come tutti i giorni alle 12 in punto. I vetri della finestra della stanza come sempre tremano. Ma noi non ci facciamo nemmeno caso.
<<Vabbeh, allora io vado, ciao Giulià..>>.
<<Ciao a Lucì, ce se vede>>, poi a sua volta Giuliana:
<<Aò, a Marco, 'nsomma, fa 'n po' come te pare, se se' ancora interessato, me chiami...>>.
<<D'accordo signora, le faccio sapere, sempre due mesi anticipati di caparra...?>>.
Giuliana lo guarda storto, ma poi si rassegna:
<<A Marco, fa 'n po' come te pare, se me vòi dà solo un mese, ecché te devo dì, a fijo mio, damme solo un mese>>, e poi si volta all'idraulico e scoppia in una risata da matta, come a cercare l'appoggio dall'idraulico che aveva assalito solo 10 minuti prima.
Il pretino nel frattempo se n'è appena andato, non prima che io, a nome di tutta la platea, gli abbia lasciato un 5 euro, tanto sono sempre io che anticipo i soldi.
<<Vabbeh, Federì, allora io vado, ciao, se vedemo...>>.
<<Ciao, arrivederci>>, mi stringe la mano il ragazzo, Marco.
<<Ciao>>, rispondo:
<<Ciao Giuliana>>.
Richiudo la porta, la pace è tornata nella casa.
<<Ho quasi finito, ma purtroppo per adesso non sarà possibile riaprire l'acqua>>, esclama l'idraulico che ha appena riposto la fiamma, e che si era portato saggiamente avanti mentre il pretino benediva, azzardando una fiamma viva nel bagno puntata dentro il muro sul tubo bucato, sapendo inoffensivi gli astanti alla presenza del pretino.
<<Purtroppo questi sono tubi vecchi, c'hanno più di cent'anni. Devo tornare nel pomeriggio. Magari prima però vado dalla vicina>>.
Ecco sì, magari è meglio. Nel pomeriggio ci sarà Giancarlo, noi saremo al mare. Gli lascio comunque già 50 euro e gli indico la porta di Lucia. Quando suona il campanello io ho già richiuso la porta di casa. Finalmente l'incubo è finito. E' quasi mezzogiorno. Torno in camera. Katharina è ancora a letto, però adesso è sveglia ed è seduta tra le lenzuola. Subito mi chiede, mentre mi sto risfilando i pantaloni per la seconda volta questa mattina:
<<Ma che è successo?>>
<<Di tutto, lascia perdere, dopo ti spiego..>>.
<<Ma c'era anche la Giuliana... sentivo la sua voce. Ma non se n'era andata?>>.
<<Eh, è tornata con un tipo per vedere la stanza. Poi è arrivata anche Lucia e infine un prete>>.
<<Un prete?>>.
<<Eh, te l'ho detto, è una storia un po' complicata, te la racconto un'altra volta>>.
E intanto mi sono infilato nel letto e mi sono lanciato sul suo collo.
<<Fede, ma si fa tardi...>>.
<<Appunto, dai che si fa tardi! Poi dobbiamo andare al mareeee!!!>>.
<<Au, langsam!!>>.
Ma di fatto Katharina sorride e si lascia baciare e travolgere dalla mia passione. Mentre le sfilo la maglietta tuona a salve il cannone del Gianicolo, come tutti i giorni alle 12 in punto. I vetri della finestra della stanza come sempre tremano. Ma noi non ci facciamo nemmeno caso.
7. Mostra fotografica alla stazione Termini
<<Ma come, a quest'ora del sabato?>>.
<<Sì, perché?>>, e scrolla le spalle con un sorriso...
<<Ma come, Kath!!>>.
<<L'ho fatto altre volte, non è la prima volta che è andata via l'acqua in questa casa...>>.
<<Eh, ho capito, ma le altre volte la facevi alle 8 di mattina la doccia sulla terrazza, non all'1 di pomeriggio!! E poi non il sabato!>>.
Niente, mi sorride, prende le sue cose e sale su in terrazza. Dentro uno sgabuzzino ci sono gli allacci dell'acqua e anche un rubinetto con una canna. Sì, è vero, era capitato altre volte in passato che fossimo rimasti senz'acqua, perché le tubature sono vecchie e ogni tanto ne scoppia qualcuna. Ma oggi, sabato, all'1 di giorno, mi sembra davvero un azzardo. Perché Katharina la doccia sulla terrazza la fa nuda. Non sono mica geloso, però qui siamo a Roma, non in Germania. Ci saranno potenzialmente qualche decina di finestre da cui si vede la nostra terrazza, quella piccola, quella in direzione Tevere. Se la vede qualcuno un po' bigotto è capace che chiama la polizia. Sai che succede se domani siamo su qualche giornale: "Ragazza tedesca fa la doccia nuda sulla terrazza in zona Trastevere. I vicini chiamano la buoncostume...".
Mentre lei sale a farsi la doccia io mi metto al pianoforte e comincio a suonare: mi rilassa, mi distrae... Sto scrivendo una musica che dedicherò a Katharina. Ma stamattina non ho molta ispirazione, perciò dalle dita mi escono cose conosciute, mi metto a suonare musiche di altri tempi.
<<Hai visto, non è successo niente...>>.
<<Eh, aspetta, lo dici tu, magari tra un po' arriva la polizia a suonarci, chiamata da qualche vicino...>>.
<<Ma dai, Fede...>>, e mi dà un bacio con una carezza sulla barba sotto il mento.
Io la doccia non la faccio, la farò sulla spiaggia: si sta facendo davvero tardi!
E' l'1 passata quando riusciamo a lasciare casa. Charlie, il gatto rossiccio di Lucia, aspetta al portone che qualcuno apra per potersene uscire sulla strada. Noi siamo arrivati con i caschi in mano e uno zaino con le stuoie per la spiaggia. Katharina prova ad accarezzarlo ma è un gatto asociale e molto opportunista, perciò si scosta e non appena apro il portone con un balzo raggiunge il selciato. La prima boccata d'aria sulla strada ci porta il profumo del glicine in fiore. La motocicletta è parcheggiata 50 metri più avanti, vicino al muro, appena dopo il bivio tra vicolo della Penitenza e via della Penitenza. Chiuso lo zaino nel baule, ci mettiamo i caschi. Adesso ho acceso il motore, ho fatto mezzo metro per scostare la moto dal muro e poi ho aspettato come sempre la domanda di Katharina:
<<Posso salire?>>.
Lei pensa che io le debba dare il permesso, che ci sia un momento giusto per salire. In realtà non è proprio così. Però una volta successe che salì all'improvviso e soprattutto aggrappandosi eccessivamente, io quasi perdetti l'equilibrio e recuperai la moto all'ultimo prima che si adagiasse di lato sulla strada. Da allora lei pensa che ci sia un momento "giusto" per salire. Io glielo lascio credere, ma solo per un motivo, per sentirmi dire quella frase:
<<Posso salire?>>.
Non è il senso di potere che potrebbe spiegare questo mio piacere. No, è quella sua "r" stranamente arrotata alla tedesca, "sali-r-e", che mi fa impazzire. Io aspetto che lei mi chieda il permesso solo per sentire quella "r". Sì, la ripete altre volte, ogniqualvolta ci sia una "r" da pronunciare, ma nei discorsi tutto fila via veloce e improvviso. Quella "r" per me è invece un appuntamento fisso, so che sta lì, so che è già pronta per me, e io l'aspetto come aspetto Katharina ogni giorno della settimana quando torna dal lavoro. Allo stesso modo quella "r" torna puntuale tutte le volte che Katharina deve salire sulla motocicletta.
<<Posso salire?>>.
<<Sì, sali pure, amore...>>.
Inserisco la marcia e si parte. Ripassiamo davanti al portone di casa. Charlie è già lì fermo davanti in attesa che arrivi qualcuno ad aprirlo per rientrare poi sulle scale del palazzo. Valli a capire i gatti a volte. Sembra che facciano le cose solo per dimostrare a se stessi che sono in grado di farle, non perché realmente le desiderino. Sembra che quando ottengono una cosa è solo per ricominciare a desiderare la cosa opposta. Spendono la vita desiderando l'opposto di quello che hanno. Saranno felici anche così? Oppure la loro sarà una vita da insoddisfatti? Oppure quel sottile piacere dell'attesa unito al sottile piacere della conquista della cosa tanto attesa è la loro più sublime felicità. Perso in questo enigma svolto in via dei Riari, accelero fino a via della Lungara, poi a destra per la salita del Buon Pastore. Il semaforo è rosso. Metto in folle, con il piede sinistro premo il freno per non far muovere la moto, siamo in salita, il piede destro è appoggiato a terra e tiene in equilibrio la moto. Le mie mani sono sulle ginocchia nude di Katharina. Indossa una gonna lunga di jeans che in moto però le si ferma a metà coscia. Spirito nordico, a me non dispiace che la guardino. Scatta il verde, in un attimo sfrecciamo sul Lungotevere...
<<Fede, ti ricordi che dobbiamo prima passare alla stazione Termini per quella mostra fotografica che ci ha consigliato Başak?>>.
<<Ma come, Kath, ma non arriviamo più al mare così!!>>.
<<Ma no, stiamo poco, solo una mezz'oretta... Abbiamo ancora tante ore di sole...>>.
In effetti, bianchi come il latte tutti e due, non ci fa male evitare il sole a picco. E poi le ore che ci piacciono di più sulla spiaggia sono quelle del tramonto. Però oggi sembra davvero che non arriveremo mai alla spiaggia. Non vedo l'ora di posare tutto e stendermi sulla sabbia.
Passiamo piazza Trilussa e poi via in fondo fino a ponte Sublicio. Poi via Marmorata fino a Piramide, poi direzione Colosseo e infine stazione Termini. Parcheggio dal lato di via Giolitti, dove la mostra è stata allestita. Il fotografo ha ritratto la campagna della Basilicata in bianco e nero.
<<Belle, eh Kath?>>, non apre bocca ma spalanca gli occhi e fa un cenno di ammirazione con la testa. <<Un giorno ci andiamo anche noi in moto in Basilicata, eh?>>.
<<Prima dobbiamo andare in Umbria...>>.
<<Va bene, quando vuoi. Prima in Umbria...>>.
Non si perde una foto e davanti ad ognuna si sofferma a lungo. Io invece ho già finito il giro e sto guardando i binari da una finestra. Mi torna in mente uno dei nostri primi episodi. Era la seconda volta che Katharina era venuta a Roma, la prima da sola, senza l'amica Başak, la tedesca con il padre turco.
Era stata pochi giorni, a febbraio. E' in quei giorni che facemmo l'amore la prima volta. Sembra passata una vita e invece sono solo 4 mesi fa. Era stata a Roma per definire il contratto con cui ha iniziato la stage. Ma non era lo stage che le interessava, lo so. Ero io il motivo per cui, anziché tornare in Germania dopo il semestre di studi, aveva deciso di trasferirsi a Roma fino all'estate per stare da me. Per stare con me. Anche la sua amica tedesca, Başak, con la quale a settembre era arrivata in Italia, a Napoli, aveva deciso di prolungare fino all'estate la permanenza in Italia, però fermandosi nella città partenopea. E' così che sono andate le cose.
Beh, comunque, quel giorno l'accompagnai al binario, sarebbe tornata a Napoli per prendere le sue cose e trasferirsi definitivamente da me. Arrivammo al treno, salii con lei per aiutarla a sistemarsi. Poi scesi. Il suo sedile dava sul lato opposto al binario. Io però rimasi almeno 5 minuti sul binario, facendo inutili gesti con la mano per salutarla, per farmi vedere che ero ancora lì ad aspettare finché il treno sarebbe partito. Mi sentivo un po' stupido, tutti mi notavano tranne lei. Katharina invece era immersa in una lettura e nemmeno si sognava che io fossi ancora lì sul binario per strapparle l'ultimo saluto, l'ultimo sguardo, l'ultimo sospiro prima che il treno si mettesse in movimento. Quel giorno pensai: "ma guarda tu 'sti Tedeschi! Ma come: non si usa aspettare sul binario finché il treno parte?". Avremmo avuto tante cose da imparare sul nostro modo di essere e sulle nostre diverse culture. Ma abbiamo anche avuto tante occasioni e tanto desiderio di impararle insieme in questi 4 mesi. Adesso ci sembra normale capirci. O perlomeno questa è la nostra illusione.
<<Non ti è piaciuta?>>.
<<No no, anzi, i paesaggi della Basilicata trovo che abbiano un fascino davvero inusuale>>.
<<Fede, io ho fame, mangiamo qualcosa qua sotto>>.
Con questo caldo io fame proprio non ne ho, ma le tengo volentieri compagnia.
Sono le 2.30, dopo lo spuntino, finalmente si parte per il mare! In meno di un'ora saremo sulla spiaggia!
<<Sì, perché?>>, e scrolla le spalle con un sorriso...
<<Ma come, Kath!!>>.
<<L'ho fatto altre volte, non è la prima volta che è andata via l'acqua in questa casa...>>.
<<Eh, ho capito, ma le altre volte la facevi alle 8 di mattina la doccia sulla terrazza, non all'1 di pomeriggio!! E poi non il sabato!>>.
Niente, mi sorride, prende le sue cose e sale su in terrazza. Dentro uno sgabuzzino ci sono gli allacci dell'acqua e anche un rubinetto con una canna. Sì, è vero, era capitato altre volte in passato che fossimo rimasti senz'acqua, perché le tubature sono vecchie e ogni tanto ne scoppia qualcuna. Ma oggi, sabato, all'1 di giorno, mi sembra davvero un azzardo. Perché Katharina la doccia sulla terrazza la fa nuda. Non sono mica geloso, però qui siamo a Roma, non in Germania. Ci saranno potenzialmente qualche decina di finestre da cui si vede la nostra terrazza, quella piccola, quella in direzione Tevere. Se la vede qualcuno un po' bigotto è capace che chiama la polizia. Sai che succede se domani siamo su qualche giornale: "Ragazza tedesca fa la doccia nuda sulla terrazza in zona Trastevere. I vicini chiamano la buoncostume...".
Mentre lei sale a farsi la doccia io mi metto al pianoforte e comincio a suonare: mi rilassa, mi distrae... Sto scrivendo una musica che dedicherò a Katharina. Ma stamattina non ho molta ispirazione, perciò dalle dita mi escono cose conosciute, mi metto a suonare musiche di altri tempi.
<<Hai visto, non è successo niente...>>.
<<Eh, aspetta, lo dici tu, magari tra un po' arriva la polizia a suonarci, chiamata da qualche vicino...>>.
<<Ma dai, Fede...>>, e mi dà un bacio con una carezza sulla barba sotto il mento.
Io la doccia non la faccio, la farò sulla spiaggia: si sta facendo davvero tardi!
E' l'1 passata quando riusciamo a lasciare casa. Charlie, il gatto rossiccio di Lucia, aspetta al portone che qualcuno apra per potersene uscire sulla strada. Noi siamo arrivati con i caschi in mano e uno zaino con le stuoie per la spiaggia. Katharina prova ad accarezzarlo ma è un gatto asociale e molto opportunista, perciò si scosta e non appena apro il portone con un balzo raggiunge il selciato. La prima boccata d'aria sulla strada ci porta il profumo del glicine in fiore. La motocicletta è parcheggiata 50 metri più avanti, vicino al muro, appena dopo il bivio tra vicolo della Penitenza e via della Penitenza. Chiuso lo zaino nel baule, ci mettiamo i caschi. Adesso ho acceso il motore, ho fatto mezzo metro per scostare la moto dal muro e poi ho aspettato come sempre la domanda di Katharina:
<<Posso salire?>>.
Lei pensa che io le debba dare il permesso, che ci sia un momento giusto per salire. In realtà non è proprio così. Però una volta successe che salì all'improvviso e soprattutto aggrappandosi eccessivamente, io quasi perdetti l'equilibrio e recuperai la moto all'ultimo prima che si adagiasse di lato sulla strada. Da allora lei pensa che ci sia un momento "giusto" per salire. Io glielo lascio credere, ma solo per un motivo, per sentirmi dire quella frase:
<<Posso salire?>>.
Non è il senso di potere che potrebbe spiegare questo mio piacere. No, è quella sua "r" stranamente arrotata alla tedesca, "sali-r-e", che mi fa impazzire. Io aspetto che lei mi chieda il permesso solo per sentire quella "r". Sì, la ripete altre volte, ogniqualvolta ci sia una "r" da pronunciare, ma nei discorsi tutto fila via veloce e improvviso. Quella "r" per me è invece un appuntamento fisso, so che sta lì, so che è già pronta per me, e io l'aspetto come aspetto Katharina ogni giorno della settimana quando torna dal lavoro. Allo stesso modo quella "r" torna puntuale tutte le volte che Katharina deve salire sulla motocicletta.
<<Posso salire?>>.
<<Sì, sali pure, amore...>>.
Inserisco la marcia e si parte. Ripassiamo davanti al portone di casa. Charlie è già lì fermo davanti in attesa che arrivi qualcuno ad aprirlo per rientrare poi sulle scale del palazzo. Valli a capire i gatti a volte. Sembra che facciano le cose solo per dimostrare a se stessi che sono in grado di farle, non perché realmente le desiderino. Sembra che quando ottengono una cosa è solo per ricominciare a desiderare la cosa opposta. Spendono la vita desiderando l'opposto di quello che hanno. Saranno felici anche così? Oppure la loro sarà una vita da insoddisfatti? Oppure quel sottile piacere dell'attesa unito al sottile piacere della conquista della cosa tanto attesa è la loro più sublime felicità. Perso in questo enigma svolto in via dei Riari, accelero fino a via della Lungara, poi a destra per la salita del Buon Pastore. Il semaforo è rosso. Metto in folle, con il piede sinistro premo il freno per non far muovere la moto, siamo in salita, il piede destro è appoggiato a terra e tiene in equilibrio la moto. Le mie mani sono sulle ginocchia nude di Katharina. Indossa una gonna lunga di jeans che in moto però le si ferma a metà coscia. Spirito nordico, a me non dispiace che la guardino. Scatta il verde, in un attimo sfrecciamo sul Lungotevere...
<<Fede, ti ricordi che dobbiamo prima passare alla stazione Termini per quella mostra fotografica che ci ha consigliato Başak?>>.
<<Ma come, Kath, ma non arriviamo più al mare così!!>>.
<<Ma no, stiamo poco, solo una mezz'oretta... Abbiamo ancora tante ore di sole...>>.
In effetti, bianchi come il latte tutti e due, non ci fa male evitare il sole a picco. E poi le ore che ci piacciono di più sulla spiaggia sono quelle del tramonto. Però oggi sembra davvero che non arriveremo mai alla spiaggia. Non vedo l'ora di posare tutto e stendermi sulla sabbia.
Passiamo piazza Trilussa e poi via in fondo fino a ponte Sublicio. Poi via Marmorata fino a Piramide, poi direzione Colosseo e infine stazione Termini. Parcheggio dal lato di via Giolitti, dove la mostra è stata allestita. Il fotografo ha ritratto la campagna della Basilicata in bianco e nero.
<<Belle, eh Kath?>>, non apre bocca ma spalanca gli occhi e fa un cenno di ammirazione con la testa. <<Un giorno ci andiamo anche noi in moto in Basilicata, eh?>>.
<<Prima dobbiamo andare in Umbria...>>.
<<Va bene, quando vuoi. Prima in Umbria...>>.
Non si perde una foto e davanti ad ognuna si sofferma a lungo. Io invece ho già finito il giro e sto guardando i binari da una finestra. Mi torna in mente uno dei nostri primi episodi. Era la seconda volta che Katharina era venuta a Roma, la prima da sola, senza l'amica Başak, la tedesca con il padre turco.
Era stata pochi giorni, a febbraio. E' in quei giorni che facemmo l'amore la prima volta. Sembra passata una vita e invece sono solo 4 mesi fa. Era stata a Roma per definire il contratto con cui ha iniziato la stage. Ma non era lo stage che le interessava, lo so. Ero io il motivo per cui, anziché tornare in Germania dopo il semestre di studi, aveva deciso di trasferirsi a Roma fino all'estate per stare da me. Per stare con me. Anche la sua amica tedesca, Başak, con la quale a settembre era arrivata in Italia, a Napoli, aveva deciso di prolungare fino all'estate la permanenza in Italia, però fermandosi nella città partenopea. E' così che sono andate le cose.
Beh, comunque, quel giorno l'accompagnai al binario, sarebbe tornata a Napoli per prendere le sue cose e trasferirsi definitivamente da me. Arrivammo al treno, salii con lei per aiutarla a sistemarsi. Poi scesi. Il suo sedile dava sul lato opposto al binario. Io però rimasi almeno 5 minuti sul binario, facendo inutili gesti con la mano per salutarla, per farmi vedere che ero ancora lì ad aspettare finché il treno sarebbe partito. Mi sentivo un po' stupido, tutti mi notavano tranne lei. Katharina invece era immersa in una lettura e nemmeno si sognava che io fossi ancora lì sul binario per strapparle l'ultimo saluto, l'ultimo sguardo, l'ultimo sospiro prima che il treno si mettesse in movimento. Quel giorno pensai: "ma guarda tu 'sti Tedeschi! Ma come: non si usa aspettare sul binario finché il treno parte?". Avremmo avuto tante cose da imparare sul nostro modo di essere e sulle nostre diverse culture. Ma abbiamo anche avuto tante occasioni e tanto desiderio di impararle insieme in questi 4 mesi. Adesso ci sembra normale capirci. O perlomeno questa è la nostra illusione.
<<Non ti è piaciuta?>>.
<<No no, anzi, i paesaggi della Basilicata trovo che abbiano un fascino davvero inusuale>>.
<<Fede, io ho fame, mangiamo qualcosa qua sotto>>.
Con questo caldo io fame proprio non ne ho, ma le tengo volentieri compagnia.
Sono le 2.30, dopo lo spuntino, finalmente si parte per il mare! In meno di un'ora saremo sulla spiaggia!
8. Amore sbullonato
Le operazioni di imbarco per un lungo viaggio in moto, perlomeno per un tragitto extra-cittadino, prevedono l'allestimento degli auricolari con lo sdoppiatore. Io ho un lettore di musica, così da sotto i caschi possiamo sentire insieme la stessa musica. E' una cosa che ci piace tanto. In realtà sarebbe vietato, però è strano, perché in macchina uno può mettere la musica altissima e uno in moto non può ascoltare la musica con gli auricolari da sotto il casco? E poi quando guido, la moto o l'auto, non ho mai molta fiducia nel mezzo uditivo. Mi fido molto di più di quello visivo. Perché ho molta fiducia nella mia vista e soprattutto nella mia capacità di cogliere gli spazi e leggere i movimenti delle cose che mi circondano. Forse ho imparato questo da bambino quando si giocava nei prati saltando i fossi con le biciclette come dei veri e propri banditi. Era un fatto di sopravvivenza e soprattutto di ruolo sociale. Dovevi essere abile e spericolato per avere importanza nel gruppo. Ho grande fiducia nel mio "colpo d'occhio", cosa che ho sviluppato anche in seguito, un po' più grande, giocando a calcio. Perciò, non mi curo del divieto e mi infilo gli auricolari sotto il casco. E poi ascoltare la musica mentre si va in moto è un'esperienza davvero esaltante e rilassante.
<<Però anche con una sola "h" non sarebbe male>>, siamo a San Giovanni, Kath ha letto questa variante da qualche parte sul muro e, da sotto il casco, vuole rilanciare una vecchia discussione.
<<Dove, all'inizio o alla fine?>>, rilancio io, sotto il mio casco.
<<Beh, direi alla fine..>>.
<<Ma no, perché vuoi rovinare il palindromo?>>.
<<Cos'è che rovino?>>
<<Il palindromo. Significa quando hai delle parole le cui lettere sono simmetriche. Tipo "radar", che puoi leggerlo dall'inizio alla fine o dalla fine all'inizio sempre "radar" lo pronunci. Se ci metti una "h" alla fine non è più un palindromo>>.
<<Sì, Fede, ma due "h" sono troppe>>.
<<Ma come sono troppe? Voi in Germania lo scrivete così, non capisco perché vuoi togliere le 2 "h"..>>.
<<Noi in Germania lo scriviamo anche senza le "h">>.
<<Sì, ma perché l'avete importato così. Ma qual è il vostro vero modo di scriverlo?>>.
<<Tutti e 2>>.
<<Eh, vabbeh..>>.
Questa discussione la potremmo capire soltanto io e Kath. Fa parte della nostra storia, del nostro modo di parlare, dei nostri argomenti preferiti. Una di quella cose che non costa nulla discutere, lo si fa solo per passare il tempo, tanto al momento non ha nulla a che fare con la realtà.
Io lo scriverei con 2 "h": "Hannah". Lei senza le "h": "Anna". Oppure con una "h" alla fine: "Annah". Ma di questa ultima ipotesi non se ne parla nemmeno. Non permetterei mai di rovinare il palindromo. Semmai "Anna".
<<Vabbeh, allora ti concedo "Anna". Però se sarà un maschio allora sarà "Kurt"..>>.
<<No, Fede, "Kurt" assolutamente no>>.
<<Ma come no, guarda, scelgo tutti nomi tedeschi e tu ti lamenti anche..>>.
<<Cosa c'entra, "Kurt" è brutto>>.
<<Come è brutto? "Kurt", senti come suona bene..>>.
<<Ma Fede, è un nome antico, non lo usa più nessuno..>>.
<<Come non lo usa più nessuno, e Kurt Cobain allora?>>.
<<Ma che c'entra, lui è Americano..>>.
<<Va bene, è Americano, ma con un nome tedesco>>.
<<Sì, ma in America è diverso. E poi anche lì non è molto diffuso>>.
<<Vabbeh, ma che importa la diffusione. Importa che suoni bene>>.
<<"Kurt" no, semmai "Hannah" con le 2 "h"..>>.
<<Vabbeh, ma se il primo viene un maschio..>>.
<<Allora troviamo un altro nome>>.. Cosa costa fare queste chiacchiere? E poi è lei che le comincia quasi sempre.
Siamo già sulla Colombo, tra poco il traffico si farà rado, supereremo l'Eur e ci dirigeremo a grande velocità verso il litorale sotto un sole che picchia e l'aria calda sulle braccia. Nelle orecchie passano le canzoni che ho caricato nella memoria, ma ho impostato il selezionatore casuale. Adesso c'è Rino Gaetano che canta:
"L'estate che veniva con le nuvole rigonfie di speranza... / Il sole che bruciava, lunghe spiagge di silicio e tu crescevi, crescevi sempre più bella. / Fiorivi, sfiorivano le viole e il sole batteva su di me / e tu prendevi la mia mano, mentre io aspettavo..", e vai di congas...
"I passi delle onde che danzavano sul mare a piedi nudi / come un sogno di follie venduto all'asta... / il sole che bruciava, bruciava, bruciava, / e tu crescevi, crescevi, crescevi più bella. / Fiorivi, sfiorivano le viole e il sole batteva su di me / e tu prendevi la mia mano, mentre io aspettavo.. te!".
E Katharina la mano me la prende per davvero, anche se sto guidando la moto a 100 all'ora o forse di più. La strada è libera, reggo il manubrio con la destra. La sinistra la appoggio sul ginocchio suo e lì lei mi tiene la mano. E' dolcissimo. Anche questo non si dovrebbe fare. Guidare la moto con una mano. Però è dolcissimo! E poi, vai, adesso si canta a squarciagola Rino Gaetano da sotto il casco:
"Mentre io aspettavo te... Ancora penso alle mie donne quelle passate e le presenti e le ricordo appena.. Mentre io aspettavo te.. Otto von Bismarck-Shönhausen realizza l'unità germanica e si annette mezza Europa.. Mentre io aspettavo te.. Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga....".
<<Però anche con una sola "h" non sarebbe male>>, siamo a San Giovanni, Kath ha letto questa variante da qualche parte sul muro e, da sotto il casco, vuole rilanciare una vecchia discussione.
<<Dove, all'inizio o alla fine?>>, rilancio io, sotto il mio casco.
<<Beh, direi alla fine..>>.
<<Ma no, perché vuoi rovinare il palindromo?>>.
<<Cos'è che rovino?>>
<<Il palindromo. Significa quando hai delle parole le cui lettere sono simmetriche. Tipo "radar", che puoi leggerlo dall'inizio alla fine o dalla fine all'inizio sempre "radar" lo pronunci. Se ci metti una "h" alla fine non è più un palindromo>>.
<<Sì, Fede, ma due "h" sono troppe>>.
<<Ma come sono troppe? Voi in Germania lo scrivete così, non capisco perché vuoi togliere le 2 "h"..>>.
<<Noi in Germania lo scriviamo anche senza le "h">>.
<<Sì, ma perché l'avete importato così. Ma qual è il vostro vero modo di scriverlo?>>.
<<Tutti e 2>>.
<<Eh, vabbeh..>>.
Questa discussione la potremmo capire soltanto io e Kath. Fa parte della nostra storia, del nostro modo di parlare, dei nostri argomenti preferiti. Una di quella cose che non costa nulla discutere, lo si fa solo per passare il tempo, tanto al momento non ha nulla a che fare con la realtà.
Io lo scriverei con 2 "h": "Hannah". Lei senza le "h": "Anna". Oppure con una "h" alla fine: "Annah". Ma di questa ultima ipotesi non se ne parla nemmeno. Non permetterei mai di rovinare il palindromo. Semmai "Anna".
<<Vabbeh, allora ti concedo "Anna". Però se sarà un maschio allora sarà "Kurt"..>>.
<<No, Fede, "Kurt" assolutamente no>>.
<<Ma come no, guarda, scelgo tutti nomi tedeschi e tu ti lamenti anche..>>.
<<Cosa c'entra, "Kurt" è brutto>>.
<<Come è brutto? "Kurt", senti come suona bene..>>.
<<Ma Fede, è un nome antico, non lo usa più nessuno..>>.
<<Come non lo usa più nessuno, e Kurt Cobain allora?>>.
<<Ma che c'entra, lui è Americano..>>.
<<Va bene, è Americano, ma con un nome tedesco>>.
<<Sì, ma in America è diverso. E poi anche lì non è molto diffuso>>.
<<Vabbeh, ma che importa la diffusione. Importa che suoni bene>>.
<<"Kurt" no, semmai "Hannah" con le 2 "h"..>>.
<<Vabbeh, ma se il primo viene un maschio..>>.
<<Allora troviamo un altro nome>>.. Cosa costa fare queste chiacchiere? E poi è lei che le comincia quasi sempre.
Siamo già sulla Colombo, tra poco il traffico si farà rado, supereremo l'Eur e ci dirigeremo a grande velocità verso il litorale sotto un sole che picchia e l'aria calda sulle braccia. Nelle orecchie passano le canzoni che ho caricato nella memoria, ma ho impostato il selezionatore casuale. Adesso c'è Rino Gaetano che canta:
"L'estate che veniva con le nuvole rigonfie di speranza... / Il sole che bruciava, lunghe spiagge di silicio e tu crescevi, crescevi sempre più bella. / Fiorivi, sfiorivano le viole e il sole batteva su di me / e tu prendevi la mia mano, mentre io aspettavo..", e vai di congas...
"I passi delle onde che danzavano sul mare a piedi nudi / come un sogno di follie venduto all'asta... / il sole che bruciava, bruciava, bruciava, / e tu crescevi, crescevi, crescevi più bella. / Fiorivi, sfiorivano le viole e il sole batteva su di me / e tu prendevi la mia mano, mentre io aspettavo.. te!".
E Katharina la mano me la prende per davvero, anche se sto guidando la moto a 100 all'ora o forse di più. La strada è libera, reggo il manubrio con la destra. La sinistra la appoggio sul ginocchio suo e lì lei mi tiene la mano. E' dolcissimo. Anche questo non si dovrebbe fare. Guidare la moto con una mano. Però è dolcissimo! E poi, vai, adesso si canta a squarciagola Rino Gaetano da sotto il casco:
"Mentre io aspettavo te... Ancora penso alle mie donne quelle passate e le presenti e le ricordo appena.. Mentre io aspettavo te.. Otto von Bismarck-Shönhausen realizza l'unità germanica e si annette mezza Europa.. Mentre io aspettavo te.. Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tuttora in voga....".
9. Fare finta di prendere la tintarella
Ho sempre odiato spalmare e farmi spalmare la crema solare addosso. Ma quando vedo Katharina accingersi a questo rito capisco che per lei è un fatto di sopravvivenza. Non che io sia al riparo da scottature e spiacevoli conseguenze dall'esposizione solare, ma una bella selvaggia scottatura non è mai stata poi un'eventualità tanto peggiore che imbalsamarsi di quella odiosa crema che quando ero bambino mi toglieva tutti gli odori del mondo e ovunque andassi per il resto della giornata avevo nel naso quell'odioso odore artificiale. Non più odore di mare, non più odore di cibo, non più odore delle persone, non più odore del vento. Solo odore di crema solare per il resto della giornata. E quel senso di appiccicoso sulla pelle sulla quale le gocce di sudore scivolano come se fossero su una pista da sci, senza più impregnarsi alla pelle, senza più rinfrescare la pelle al vento. Ma mi rendo conto che per Katharina è una questione di sopravvivenza. Alla fine la spalmo e mi faccio spalmare. Gradazione massima, praticamente possibilità di abbronzarsi pari a zero. Tipo catrame addosso. Però oggi tutto sembra divertente. Anche mettersi a sfogliare una rivista e commentare insieme i titoli e le teorie da pettegolezzo. Oggi un articolo parla di "poliamoristi". Cioè quelle persone che non solo ammettono di poter amare più persone contemporaneamente, ma di fatto praticano questo stile di vita. Tematiche da ombrellone, si dirà. Più che mai se affrontate a pancia in giù sulla sabbia. Ma che altro si può fare? Il mare sul litorale romano è poco meglio di una melma, la spiaggia è affollata. E quindi, vai di grandi discussioni da ombrellone! Anzi, a dire il vero non abbiamo neanche quello, la crema basta e avanza. Ma comunque. L'articolo illustra alcuni casi di famiglie allargate negli Stati Uniti, con tanto di associazioni, ritrovi, siti internet. L'Italia (ma anche la Germania) è come una parabolica orientata verso Washington. Tutto ciò che succede verso Stoccolma, Città del Capo o Mumbay (ossia nord, sud e est) non interessa. Katharina si trova a suo agio in questo orizzonte. Io no. Ma oggi tutto è divertente. Anche le discussioni scomode.
<<Tu cosa ne pensi?>>. In questo Kath è maledettamente italiana anche se non lo sa: gelosa. Io cerco di giocare facile.
<<Ma dai, è il solito sensazionalismo americano. Di cosa stiamo parlando? Di "AMORE", "LIEBE"? Allora penso che se amo una persona non posso amarne un'altra. Amare secondo me significa mettersi, guardarsi negli occhi, sapere di piacersi e desiderare fare qualcosa insieme che non sia passare il tempo ma che sconvolga le vite reciproche. Quando amo una persona la desidero, ce l'ho sempre in testa e nel cuore. Non vedo nessun'altra.. quando c'è..>>.
<<In che senso quando c'è?>>, ecco, vedi, non le sfugge niente.
<<Mm.. nel senso che, anche se si ama una persona e per noi lei è unica, però è ipocrita pensare che esista una sola persona al mondo che ci possa piacere. Ci sono tante belle persone al mondo. Belle come persone, intendo. Oppure, parliamone, anche persone che semplicemente ci trasmettono una carica erotica, un'attrazione. Questi richiami quando sono con te non li sento..>>.
<<Sì, vabbeh, Fede, che vuoi dire, però?>>.
<<Kath, lo sai. Cosa succederà quando tornerai in Germania? Come puoi pensare che stando così tanto tempo lontani non sentiremo la mancanza di qualcuno vicino? Può darsi che incontrerai qualcuno che ti darà calore, che ti piacerà come persona, che ti incuriosirà. Questo non significa necessariamente amarlo. Ma se ci vai a letto, è una scelta tua, che posso anche rispettare, perché per me non ha nulla a che fare con l'amore che provi per me. Questo non significa essere "poliamorista", mi pare. Lì negli Stati Uniti questi hanno partner diversi, amano contemporaneamente persone diverse e fanno figli con persone diverse. E' un'altra cosa..>>.
<<Fede, ma stai parlando per te o per me?>>.
<<In che senso?>>.
<<Cioè, dici queste cose perché è quello che pensi di me o è quello che pensi di fare tu?>>, a questo punto i miei maldestri tentativi di giocare facile sono presto falliti e io sono già nell'angolo. Ma non mi nascondo, su certe cose è giusto essere chiari, no?
<<Tu cosa ne pensi?>>. In questo Kath è maledettamente italiana anche se non lo sa: gelosa. Io cerco di giocare facile.
<<Ma dai, è il solito sensazionalismo americano. Di cosa stiamo parlando? Di "AMORE", "LIEBE"? Allora penso che se amo una persona non posso amarne un'altra. Amare secondo me significa mettersi, guardarsi negli occhi, sapere di piacersi e desiderare fare qualcosa insieme che non sia passare il tempo ma che sconvolga le vite reciproche. Quando amo una persona la desidero, ce l'ho sempre in testa e nel cuore. Non vedo nessun'altra.. quando c'è..>>.
<<In che senso quando c'è?>>, ecco, vedi, non le sfugge niente.
<<Mm.. nel senso che, anche se si ama una persona e per noi lei è unica, però è ipocrita pensare che esista una sola persona al mondo che ci possa piacere. Ci sono tante belle persone al mondo. Belle come persone, intendo. Oppure, parliamone, anche persone che semplicemente ci trasmettono una carica erotica, un'attrazione. Questi richiami quando sono con te non li sento..>>.
<<Sì, vabbeh, Fede, che vuoi dire, però?>>.
<<Kath, lo sai. Cosa succederà quando tornerai in Germania? Come puoi pensare che stando così tanto tempo lontani non sentiremo la mancanza di qualcuno vicino? Può darsi che incontrerai qualcuno che ti darà calore, che ti piacerà come persona, che ti incuriosirà. Questo non significa necessariamente amarlo. Ma se ci vai a letto, è una scelta tua, che posso anche rispettare, perché per me non ha nulla a che fare con l'amore che provi per me. Questo non significa essere "poliamorista", mi pare. Lì negli Stati Uniti questi hanno partner diversi, amano contemporaneamente persone diverse e fanno figli con persone diverse. E' un'altra cosa..>>.
<<Fede, ma stai parlando per te o per me?>>.
<<In che senso?>>.
<<Cioè, dici queste cose perché è quello che pensi di me o è quello che pensi di fare tu?>>, a questo punto i miei maldestri tentativi di giocare facile sono presto falliti e io sono già nell'angolo. Ma non mi nascondo, su certe cose è giusto essere chiari, no?
10. Devoto e infedele
<<Dico questo perché è quello che penso. Ma non so cosa farò, non so cosa succederà, vorrei sentire anche il tuo parere..>>.
<<Ma, Fede, se io ti amo non posso pensare di andare a letto con un'altra persona..>>, ecco, fase di stallo.
<<E allora non ci andare, nessuno ti obbliga>>.
<<Grazie, ma tu che fai?>>.
<<Non lo so. Adesso sto dicendo soltanto quello che penso. Se tu non sarai d'accordo, visto che ti amo, può darsi che rinuncerò alle mie convinzioni>>.
<<E quali sono le tue convinzioni?>>.
<<Lo sai, Kath. Sono un amante devoto e infedele. Ma cerchiamo di capirci. Amarti non è un capriccio. E' una scelta, una responsabilità che sento. Ricordi il "Piccolo Principe"? La volpe dice: "noi siamo responsabili di ciò che addomestichiamo". E addomesticare è una scelta. Lasciare che una persona si avvicini sempre di più, un passo alla volta, fino a diventare così intima a noi. Questa è una scelta, o almeno dovrebbe sempre esserlo. Nel nostro caso è una scelta consapevole e io mi sento responsabile di te, dei tuoi sentimenti, della tua allegria, della tua salute fisica e mentale, adesso e anche un domani se la nostra storia finirà. Però cerco di non essere ipocrita. Saremo lontani. Non mi scandalizza l'idea che andrai a letto con un altro. Sei anche così giovane. Magari avrai semplicemente voglia di fare altre esperienze. Magari di una sera, o di una settimana, senza che diventino una relazione>>.
<<Lo so, Fede, ma io non me la sento>>.
<<E infatti nessuno ti spinge a farlo. Vorrei soltanto che noi ci sentissimo a nostro agio sempre e comunque>>.
<<Capisco quello che vuoi dire. Non lo so, ci devo pensare. Non sono contraria per principio a quello che dici, ma per me è difficile>>.
<<Difficile cosa: praticare questo stile di vita o accettare che io lo pratichi?>>.
<<Tutti e 2>>.
<<E allora non lo praticherò nemmeno io>>.
<<Lo farai per me?>>.
<<Se ti amo lo farò>>.
<<Ma io non te lo chiedo..>>.
<<Come non me lo chiedi?>>.
<<Tu devi fare quello che senti. E poi te l'ho detto. Non sono contraria per principio. Per adesso per me è ancora difficile..>>.
<<Se sarà troppo difficile allora decideremo insieme di separarci, dando il tempo a ognuno di abiutarsi a questa idea, senza cose traumatiche, vero?>>.
<<Non so se posso farcela a vivere questo stile che mi proponi, capisci?>>.
<<Capisco, tranquilla>>.
<<Cioè, magari non ce la faccio adesso, poi con il tempo magari le cose cambiano>>.
<<Senti, facciamoci una passeggiata lungo la riva, la spiaggia comincia a svuotarsi. Che dici?>>.
<<Buona idea>>.
<<Ma, Fede, se io ti amo non posso pensare di andare a letto con un'altra persona..>>, ecco, fase di stallo.
<<E allora non ci andare, nessuno ti obbliga>>.
<<Grazie, ma tu che fai?>>.
<<Non lo so. Adesso sto dicendo soltanto quello che penso. Se tu non sarai d'accordo, visto che ti amo, può darsi che rinuncerò alle mie convinzioni>>.
<<E quali sono le tue convinzioni?>>.
<<Lo sai, Kath. Sono un amante devoto e infedele. Ma cerchiamo di capirci. Amarti non è un capriccio. E' una scelta, una responsabilità che sento. Ricordi il "Piccolo Principe"? La volpe dice: "noi siamo responsabili di ciò che addomestichiamo". E addomesticare è una scelta. Lasciare che una persona si avvicini sempre di più, un passo alla volta, fino a diventare così intima a noi. Questa è una scelta, o almeno dovrebbe sempre esserlo. Nel nostro caso è una scelta consapevole e io mi sento responsabile di te, dei tuoi sentimenti, della tua allegria, della tua salute fisica e mentale, adesso e anche un domani se la nostra storia finirà. Però cerco di non essere ipocrita. Saremo lontani. Non mi scandalizza l'idea che andrai a letto con un altro. Sei anche così giovane. Magari avrai semplicemente voglia di fare altre esperienze. Magari di una sera, o di una settimana, senza che diventino una relazione>>.
<<Lo so, Fede, ma io non me la sento>>.
<<E infatti nessuno ti spinge a farlo. Vorrei soltanto che noi ci sentissimo a nostro agio sempre e comunque>>.
<<Capisco quello che vuoi dire. Non lo so, ci devo pensare. Non sono contraria per principio a quello che dici, ma per me è difficile>>.
<<Difficile cosa: praticare questo stile di vita o accettare che io lo pratichi?>>.
<<Tutti e 2>>.
<<E allora non lo praticherò nemmeno io>>.
<<Lo farai per me?>>.
<<Se ti amo lo farò>>.
<<Ma io non te lo chiedo..>>.
<<Come non me lo chiedi?>>.
<<Tu devi fare quello che senti. E poi te l'ho detto. Non sono contraria per principio. Per adesso per me è ancora difficile..>>.
<<Se sarà troppo difficile allora decideremo insieme di separarci, dando il tempo a ognuno di abiutarsi a questa idea, senza cose traumatiche, vero?>>.
<<Non so se posso farcela a vivere questo stile che mi proponi, capisci?>>.
<<Capisco, tranquilla>>.
<<Cioè, magari non ce la faccio adesso, poi con il tempo magari le cose cambiano>>.
<<Senti, facciamoci una passeggiata lungo la riva, la spiaggia comincia a svuotarsi. Che dici?>>.
<<Buona idea>>.
11. Palermo
Non so esattamente perché, ma questa discussione l'ha messa di buon umore. Adesso ha voglia di parlare di vacanze, mentre passeggiamo lungo la riva, scansando le alghe.
<<Allora quando andiamo a Palermo?>>.
<<Tra un mese esatto direi. Anche se per la prima settimana dovrò lavorare. Comunque mi sono accordato con Piero e porterò la moto, così non c'è bisogno che mi noleggino una macchina per gli spostamenti, ma solo il trasporto in traghetto da Napoli e benzina e autostrada, ovviamente. Ma tu? Potresti partire con me, vero?>>.
<<In teoria sì, però lo sai che voglio aspettare anche Başak e il suo amico spagnolo. Vorrei fare il viaggio con loro e raggiungerti là dopo 2 giorni..>>.
<<E io? Mi lasci andare da solo?>>.
<<Vabbeh, sì, ma poi dopo 2 giorni arrivo>>.
<<Eh, 2 giorni, grazie, appunto, dopo 2 giorni soltanto arrivano Başak e l'amico spagnolo. Allora perché non aspettarli insieme a Palermo?>>.
<<Ma Fede, non ci vediamo quasi mai con Başak, da quando mi sono trasferita a Roma. Vorrei stare 2 giorni in più anche con lei..>>.
<<Vabbeh, ma tra 3 mesi tornate in Germania e state insieme quanto volete..>>.
<<Sì, ma che c'entra, è adesso che non ci vediamo quasi mai..>>.
<<Vabbeh, quindi mi fai fare il viaggio in traghetto da Napoli a Palermo con la moto da solo..>>.
<<Sì, ma che problema c'è?>>.
<<Eh, è che volevo farlo insieme a te il viaggio, ci prendevamo una cabina..>>.
<<Al ritorno, Fede..>>.
<<Eh, al ritorno.. Però era bello farlo anche all'andata..>>.
<<Allora quando andiamo a Palermo?>>.
<<Tra un mese esatto direi. Anche se per la prima settimana dovrò lavorare. Comunque mi sono accordato con Piero e porterò la moto, così non c'è bisogno che mi noleggino una macchina per gli spostamenti, ma solo il trasporto in traghetto da Napoli e benzina e autostrada, ovviamente. Ma tu? Potresti partire con me, vero?>>.
<<In teoria sì, però lo sai che voglio aspettare anche Başak e il suo amico spagnolo. Vorrei fare il viaggio con loro e raggiungerti là dopo 2 giorni..>>.
<<E io? Mi lasci andare da solo?>>.
<<Vabbeh, sì, ma poi dopo 2 giorni arrivo>>.
<<Eh, 2 giorni, grazie, appunto, dopo 2 giorni soltanto arrivano Başak e l'amico spagnolo. Allora perché non aspettarli insieme a Palermo?>>.
<<Ma Fede, non ci vediamo quasi mai con Başak, da quando mi sono trasferita a Roma. Vorrei stare 2 giorni in più anche con lei..>>.
<<Vabbeh, ma tra 3 mesi tornate in Germania e state insieme quanto volete..>>.
<<Sì, ma che c'entra, è adesso che non ci vediamo quasi mai..>>.
<<Vabbeh, quindi mi fai fare il viaggio in traghetto da Napoli a Palermo con la moto da solo..>>.
<<Sì, ma che problema c'è?>>.
<<Eh, è che volevo farlo insieme a te il viaggio, ci prendevamo una cabina..>>.
<<Al ritorno, Fede..>>.
<<Eh, al ritorno.. Però era bello farlo anche all'andata..>>.
12. Quella volta la spuntai io
A questo punto, mi accorgo che ci stiamo dirigendo verso un punto che non ha più senso raggiungere, intendo lungo la riva, visto che il paesaggio è sempre lo stesso. Ma anche il nostro discorso, del resto, non porterà da nessuna parte, lo so. Io sono testa dura, ma Katharina è tedesca, vorrà dire qualcosa. So che non ci caverò un ragno dal buco. Sono rarissime le volte in cui sono riuscito a spuntarla io. Una di queste è stato nel decidere il giorno in cui ci saremmo ufficialmente fidanzati. Strano, eh?
Però le cose andarono così. Katharina venne un giorno a Roma, agli inizi di febbraio. Era la seconda volta che veniva, la prima era stata ai primi di dicembre, ma allora era venuta con Başak e io le avevo ospitate. Questa volta era venuta per sostenere un colloquio per lo stage che le avrebbe consentito di trasferirsi a Roma, cioè da me. All'inizio la cosa stava in questi termini: "mi piacerebbe venire a Roma per qualche mese e fare questa esperienza di stage". E io rispondevo: "bello, speriamo che accettino la tua domanda", e infatti le avevo corretto la lettera di richiesta, aggiustando o rendendo più efficaci alcuni passaggi in Italiano. Insomma Katharina venne a Roma per questo colloquio. Io la ospitai. Però lei dormì nel letto e io su un materasso sul tappeto. Il colloquio andò bene, la sua domanda venne accettata. Kath si fermò in tutto tre giorni. L'ultima sera, stavamo chiacchierando ospiti nella casa di Lucia, la vicina di casa un po' pazza, quella che fa la libera professionista non si sa bene di cosa. Allora non le avevo ancora rotto il bidè. Quando ad un certo punto, tutti quanti gli ospiti decisero di uscire a bersi una birra, ma era già la mezzanotte. Katharina, la mattina seguente sarebbe ripartita per Napoli. Così le chiesi in disparte se avesse voglia di andare a bere una birra o di andare a letto. Lei mi propose di rimanere a casa, ma dal suo sguardo non sembrava una persona morta di sonno. Così salutammo tutti sul pianerottolo ed entrammo in casa. Appena richiusa la porta, quella antica, con una spallata, neanche il tempo di contare fino a 2 e ci siamo aggrappati in un bacio appassionato. E da lì, nel giro di qualche minuto (?, come si fa a quantificare il tempo in quei momenti..) siamo finiti a letto insieme per la prima volta.
La mattina seguente Katharina prese il treno e tornò a Napoli senza grandi discorsi, come era giusto che fosse. Ma nei 10 giorni che ci vollero per iniziare lo stage (e quindi trasferirsi a Roma) si intavolò a distanza una discussione. Il fine settimana successivo io la raggiunsi a Napoli e facemmo ancora l'amore. Ma questa volta si incominciò a parlare. Kath mi disse che si sarebbe trasferita a casa mia. Io le dissi che l'ipotesi era interessante, ma per fare cosa, visto che in Germania, almeno ufficialmente, c'era sempre un ragazzo che l'aspettava. Lei disse che non era importante, che alla fine io dovevo sapere che era per me che aveva cercato il modo di trasferirsi a Roma e il suo ragazzo capirà. Io mi trovai un attimo perso in questo ragionamento al che le chiesi di ripetere daccapo. Quindi Katharina decise di essere più chiara:
<<Va bene, lascerò il mio ragazzo e il giorno che arriverò a Roma tu sarai il mio nuovo ragazzo>>.
Benché un po' stordito da tutta questa intraprendenza, devo dire che aveva scelto quelle parole precise che ogni uomo (o almeno la maggior parte) vorrebbe sentirsi dire in questi casi. Non ebbi niente da obiettare. Tranne una cosa:
<<Sì, però, lo devi chiamare il tuo ragazzo in questi giorni, prima che vieni a Roma, insomma glielo devi dire che è finita..>>.
<<Sì, non ti preoccupare>>.
Quindi, stavo dicendo, il giorno del nostro "fidanzamento" venne deciso a tavolino, o meglio al telefono, dopo un caparbio confronto, uno dei primi. Quella volta la spuntai io. Lo stage sarebbe cominciato il 17 di febbraio. Il fine settimana precedente a Napoli io le avevo proposto di arrivare a Roma il 14, in modo che il nostro anniversario sarebbe coinciso con San Valentino. Più che romanticismo, il mio era desiderio di semplificare, sarebbe stato strano festeggiare il 14 e il 15, meglio una festa sola. Ma anche questo era un pretesto, un verità era comunque un giorno di differenza e io morivo dalla voglia di rivederla a Roma. Insomma si intavolò questa discussione per telefono perché un'altra amica tedesca conosciuta nei mesi precedenti a Napoli era in partenza il 15 e quindi avrebbero fatto la festa di addio il 14, quindi il 15 entrambe avrebbero lasciato Napoli. Solo che questa idea Kath me la propose per telefono soltanto un paio di giorni prima quando tra noi c'era già un accordo. E questa cosa non mi faceva felice. Perciò si intavolò il caparbio confronto. Quella volta la spuntai io. Loro fecero la festa tra amiche il 13. Il 14 Kath arrivò a Roma e la nostra storia ebbe inizio. Mi ricordo che quella sera della famosa telefonata, Kath imparò una nuova parola di italiano: "cocciuto". Ero io, ovviamente. Ma da lì in poi spuntarla sarebbe stata sempre più dura.
Però le cose andarono così. Katharina venne un giorno a Roma, agli inizi di febbraio. Era la seconda volta che veniva, la prima era stata ai primi di dicembre, ma allora era venuta con Başak e io le avevo ospitate. Questa volta era venuta per sostenere un colloquio per lo stage che le avrebbe consentito di trasferirsi a Roma, cioè da me. All'inizio la cosa stava in questi termini: "mi piacerebbe venire a Roma per qualche mese e fare questa esperienza di stage". E io rispondevo: "bello, speriamo che accettino la tua domanda", e infatti le avevo corretto la lettera di richiesta, aggiustando o rendendo più efficaci alcuni passaggi in Italiano. Insomma Katharina venne a Roma per questo colloquio. Io la ospitai. Però lei dormì nel letto e io su un materasso sul tappeto. Il colloquio andò bene, la sua domanda venne accettata. Kath si fermò in tutto tre giorni. L'ultima sera, stavamo chiacchierando ospiti nella casa di Lucia, la vicina di casa un po' pazza, quella che fa la libera professionista non si sa bene di cosa. Allora non le avevo ancora rotto il bidè. Quando ad un certo punto, tutti quanti gli ospiti decisero di uscire a bersi una birra, ma era già la mezzanotte. Katharina, la mattina seguente sarebbe ripartita per Napoli. Così le chiesi in disparte se avesse voglia di andare a bere una birra o di andare a letto. Lei mi propose di rimanere a casa, ma dal suo sguardo non sembrava una persona morta di sonno. Così salutammo tutti sul pianerottolo ed entrammo in casa. Appena richiusa la porta, quella antica, con una spallata, neanche il tempo di contare fino a 2 e ci siamo aggrappati in un bacio appassionato. E da lì, nel giro di qualche minuto (?, come si fa a quantificare il tempo in quei momenti..) siamo finiti a letto insieme per la prima volta.
La mattina seguente Katharina prese il treno e tornò a Napoli senza grandi discorsi, come era giusto che fosse. Ma nei 10 giorni che ci vollero per iniziare lo stage (e quindi trasferirsi a Roma) si intavolò a distanza una discussione. Il fine settimana successivo io la raggiunsi a Napoli e facemmo ancora l'amore. Ma questa volta si incominciò a parlare. Kath mi disse che si sarebbe trasferita a casa mia. Io le dissi che l'ipotesi era interessante, ma per fare cosa, visto che in Germania, almeno ufficialmente, c'era sempre un ragazzo che l'aspettava. Lei disse che non era importante, che alla fine io dovevo sapere che era per me che aveva cercato il modo di trasferirsi a Roma e il suo ragazzo capirà. Io mi trovai un attimo perso in questo ragionamento al che le chiesi di ripetere daccapo. Quindi Katharina decise di essere più chiara:
<<Va bene, lascerò il mio ragazzo e il giorno che arriverò a Roma tu sarai il mio nuovo ragazzo>>.
Benché un po' stordito da tutta questa intraprendenza, devo dire che aveva scelto quelle parole precise che ogni uomo (o almeno la maggior parte) vorrebbe sentirsi dire in questi casi. Non ebbi niente da obiettare. Tranne una cosa:
<<Sì, però, lo devi chiamare il tuo ragazzo in questi giorni, prima che vieni a Roma, insomma glielo devi dire che è finita..>>.
<<Sì, non ti preoccupare>>.
Quindi, stavo dicendo, il giorno del nostro "fidanzamento" venne deciso a tavolino, o meglio al telefono, dopo un caparbio confronto, uno dei primi. Quella volta la spuntai io. Lo stage sarebbe cominciato il 17 di febbraio. Il fine settimana precedente a Napoli io le avevo proposto di arrivare a Roma il 14, in modo che il nostro anniversario sarebbe coinciso con San Valentino. Più che romanticismo, il mio era desiderio di semplificare, sarebbe stato strano festeggiare il 14 e il 15, meglio una festa sola. Ma anche questo era un pretesto, un verità era comunque un giorno di differenza e io morivo dalla voglia di rivederla a Roma. Insomma si intavolò questa discussione per telefono perché un'altra amica tedesca conosciuta nei mesi precedenti a Napoli era in partenza il 15 e quindi avrebbero fatto la festa di addio il 14, quindi il 15 entrambe avrebbero lasciato Napoli. Solo che questa idea Kath me la propose per telefono soltanto un paio di giorni prima quando tra noi c'era già un accordo. E questa cosa non mi faceva felice. Perciò si intavolò il caparbio confronto. Quella volta la spuntai io. Loro fecero la festa tra amiche il 13. Il 14 Kath arrivò a Roma e la nostra storia ebbe inizio. Mi ricordo che quella sera della famosa telefonata, Kath imparò una nuova parola di italiano: "cocciuto". Ero io, ovviamente. Ma da lì in poi spuntarla sarebbe stata sempre più dura.
13. Pink Floyd al tramonto
<<Fede, torniamo?>>, d'altronde il nostro percorso e il nostro discorso non portavano più da nessuna parte.
<<Va bene..>>, con il mio tipico muso lungo, un po' giocoso, non certo astioso, ma lungo lungo. A Palermo mi toccherà andarci da solo. Questa volta l'aveva spuntata lei. E' che io ci tengo a queste cose, che saranno stupide, facile dire un giorno più un giorno meno. A me costa perdermeli.
<<Senti, hanno messo i Pink Floyd, dai allunghiamo il passo>>, le propongo io che un banalissima cosa, come sempre, mi basta per dimenticare il muso lungo.
<<Va bene..>>, e non poteva dire altro, visto che gliel'avevo appena lasciata vinta.
Una delle cose per cui vale la pena venire sul litorale sono questi tramonti con la musica a tutto volume dalle capanne di paglia sulla spiaggia. Specialmente in alcuni tratti di spiaggia, per esempio Capo Cotta. Sembra di andare al cinema. I ragazzi si mettono lì, seduti sulla sabbia, direzione sole che va giù, si accendono un bel cannone e si godono lo spettacolo con la musica a tutto volume. Questa sera ci sono i Pink Floyd, "The dark side of the moon", non poteva esserci scelta migliore. Anche noi, tornati alle stuoie, ci mettiamo in posizione con tutto il necessario e ci godiamo lo spettacolo.
"I've been mad for fucking years, absolutely years, been over the edge for yonks, been working me buns off for bands... I've always been mad, I know I've been mad, like the most of us... very hard to explain why you're mad, even if you're not mad..."...
"Sono stato un pazzo per tantissimi fottuti anni. E' davvero dura spiegare perché tu sei un pazzo". Così apre questo capolavoro, tra le mie opere musicali preferite di tutti i tempi e generi. "Sono stato un pazzo, come la maggior parte di noi", ma Katharina lo sa che sono un pazzo? E lei, fa parte di questa maggioranza? Sì, certo che ne fa parte.
"Breathe, breathe in the air. / Don't be afraid to care. / Leave but don't leave me. /Look around and choose your own ground". Cara Katharina, questo sono parole che vorrei dedicare a te, mentre siamo ora stesi fumando davanti a questo tramonto: "un respiro, un respiro nell'aria, non avere paura di prenderti cura di qualcosa o di qualcuno, parti se vuoi, ma non lasciarmi, guardati intorno e scegliti il tuo proprio terreno".
Non glielo dico e non lo do a vedere, ma ho una fottutissima paura di quando se ne tornerà in Germania.
Lo so, non sono discorsi da fare adesso questi. E infatti non li faccio. Ci aspettano i mesi estivi che sono lì davanti a noi che già si possono toccare e saranno indimenticabili, già lo sappiamo. E infatti non faccio questi discorsi. Guardo fisso il sole che va giù e cerco di non pensarci. Ma com'è possibile non pensarci? Tornerà in Germania, dopo un anno trascorso in Italia. Certo, è bello pensare che questo anno le ha cambiato la vita. Che io le ho cambiato la vita. Sembra proprio così, perché non crederlo? E perché crederlo, comunque? Rivedrà il suo ragazzo. Sì, ha detto che il rapporto era già in crisi. In effetti non mi sembra che senta la sua mancanza. Allora, quando si trasferì a Roma, il 14 febbraio, quando la nostra storia cominciò, ebbi solo a farle notare che mi aveva promesso che prima di trasferirsi avrebbe chiamato il suo ragazzo e gli avrebbe spiegato come stavano le cose. Arrivò e mi disse che ancora non lo aveva chiamato, che lo avrebbe fatto nei giorni successivi. Io allora le chiesi:
<<Scusa, ma allora come facciamo a metterci insieme noi oggi se tu sei ancora con il tuo ragazzo>>.
<<No, io non sono più con il mio ragazzo..>>.
<<Eh, speriamo.. Però intanto lui non lo sa>>.
<<Sì, ma lo chiamo non ti preoccupare..>>.
<<No, no mi preoccupo, ma, voglio dire, avrà qualcosa da dire anche lui dopo che avrà saputo la notizia. E' stato il tuo ragazzo per 3 anni, conterà qualcosa nella tua vita o gli devi soltanto recapitare un telegramma in cui lo metti al corrente a cose fatte?>>.
Come si può immaginare la cosa non mi piacque affatto. Forse sbagliai a lasciar correre alla fine. Feci finta di niente. Le ripetei solo la domanda ogni giorno fino a quando, 2 o 3 giorni più tardi, lo chiamò. Forse sbagliai. Sì, è chiaro, io e questo povero cristo eravamo rivali in quei giorni, ma cristo santo forse un giorno saremmo stati dalla stessa parte, come si dice, oggi a te domani a me. Voglio dire, prima o poi la stessa cosa sarebbe potuta capitare anche a me.
Una notte, qualche giorno più tardi, eravamo a letto, stavamo dormendo. Almeno, io stavo dormendo. Finché mi parve di sentire Katharina parlare. Ma la voce era così bassa. Ho pensato che stesse parlando nel sonno. Era voltata dall'altra parte. Allora mi svegliai del tutto e cercai di seguire quello che diceva. Finché mi accorsi che non parlava nel sonno, ma era rannicchiata sotto le coperte a parlare al cellulare. Perché stava dall'altro lato della scala del soppalco, perciò per scendere m'avrebbe dovuto camminare addosso. Forse pensò che parlando così piano io non mi sarei svegliato. E infatti parlava pianissimo, non so come facesse quell'altro a sentirla. Beh, non ci misi molto a capire con chi stava parlando. Aspettai che la telefonata fosse terminata e poi le dissi:
<<Questa però è l'ultima volta. Una cosa del genere non la voglio più vedere. Almeno quando siamo a letto>>.
<<Sì, chiaro. Scusa>>.
La cosa non si ripeté mai più. In realtà però io mi costrinsi a fare il duro, ma non ero davvero arrabbiato. Ero stupefatto, incredulo. Mi arrabbiai davvero qualche settimana più tardi.
<<Va bene..>>, con il mio tipico muso lungo, un po' giocoso, non certo astioso, ma lungo lungo. A Palermo mi toccherà andarci da solo. Questa volta l'aveva spuntata lei. E' che io ci tengo a queste cose, che saranno stupide, facile dire un giorno più un giorno meno. A me costa perdermeli.
<<Senti, hanno messo i Pink Floyd, dai allunghiamo il passo>>, le propongo io che un banalissima cosa, come sempre, mi basta per dimenticare il muso lungo.
<<Va bene..>>, e non poteva dire altro, visto che gliel'avevo appena lasciata vinta.
Una delle cose per cui vale la pena venire sul litorale sono questi tramonti con la musica a tutto volume dalle capanne di paglia sulla spiaggia. Specialmente in alcuni tratti di spiaggia, per esempio Capo Cotta. Sembra di andare al cinema. I ragazzi si mettono lì, seduti sulla sabbia, direzione sole che va giù, si accendono un bel cannone e si godono lo spettacolo con la musica a tutto volume. Questa sera ci sono i Pink Floyd, "The dark side of the moon", non poteva esserci scelta migliore. Anche noi, tornati alle stuoie, ci mettiamo in posizione con tutto il necessario e ci godiamo lo spettacolo.
"I've been mad for fucking years, absolutely years, been over the edge for yonks, been working me buns off for bands... I've always been mad, I know I've been mad, like the most of us... very hard to explain why you're mad, even if you're not mad..."...
"Sono stato un pazzo per tantissimi fottuti anni. E' davvero dura spiegare perché tu sei un pazzo". Così apre questo capolavoro, tra le mie opere musicali preferite di tutti i tempi e generi. "Sono stato un pazzo, come la maggior parte di noi", ma Katharina lo sa che sono un pazzo? E lei, fa parte di questa maggioranza? Sì, certo che ne fa parte.
"Breathe, breathe in the air. / Don't be afraid to care. / Leave but don't leave me. /Look around and choose your own ground". Cara Katharina, questo sono parole che vorrei dedicare a te, mentre siamo ora stesi fumando davanti a questo tramonto: "un respiro, un respiro nell'aria, non avere paura di prenderti cura di qualcosa o di qualcuno, parti se vuoi, ma non lasciarmi, guardati intorno e scegliti il tuo proprio terreno".
Non glielo dico e non lo do a vedere, ma ho una fottutissima paura di quando se ne tornerà in Germania.
Lo so, non sono discorsi da fare adesso questi. E infatti non li faccio. Ci aspettano i mesi estivi che sono lì davanti a noi che già si possono toccare e saranno indimenticabili, già lo sappiamo. E infatti non faccio questi discorsi. Guardo fisso il sole che va giù e cerco di non pensarci. Ma com'è possibile non pensarci? Tornerà in Germania, dopo un anno trascorso in Italia. Certo, è bello pensare che questo anno le ha cambiato la vita. Che io le ho cambiato la vita. Sembra proprio così, perché non crederlo? E perché crederlo, comunque? Rivedrà il suo ragazzo. Sì, ha detto che il rapporto era già in crisi. In effetti non mi sembra che senta la sua mancanza. Allora, quando si trasferì a Roma, il 14 febbraio, quando la nostra storia cominciò, ebbi solo a farle notare che mi aveva promesso che prima di trasferirsi avrebbe chiamato il suo ragazzo e gli avrebbe spiegato come stavano le cose. Arrivò e mi disse che ancora non lo aveva chiamato, che lo avrebbe fatto nei giorni successivi. Io allora le chiesi:
<<Scusa, ma allora come facciamo a metterci insieme noi oggi se tu sei ancora con il tuo ragazzo>>.
<<No, io non sono più con il mio ragazzo..>>.
<<Eh, speriamo.. Però intanto lui non lo sa>>.
<<Sì, ma lo chiamo non ti preoccupare..>>.
<<No, no mi preoccupo, ma, voglio dire, avrà qualcosa da dire anche lui dopo che avrà saputo la notizia. E' stato il tuo ragazzo per 3 anni, conterà qualcosa nella tua vita o gli devi soltanto recapitare un telegramma in cui lo metti al corrente a cose fatte?>>.
Come si può immaginare la cosa non mi piacque affatto. Forse sbagliai a lasciar correre alla fine. Feci finta di niente. Le ripetei solo la domanda ogni giorno fino a quando, 2 o 3 giorni più tardi, lo chiamò. Forse sbagliai. Sì, è chiaro, io e questo povero cristo eravamo rivali in quei giorni, ma cristo santo forse un giorno saremmo stati dalla stessa parte, come si dice, oggi a te domani a me. Voglio dire, prima o poi la stessa cosa sarebbe potuta capitare anche a me.
Una notte, qualche giorno più tardi, eravamo a letto, stavamo dormendo. Almeno, io stavo dormendo. Finché mi parve di sentire Katharina parlare. Ma la voce era così bassa. Ho pensato che stesse parlando nel sonno. Era voltata dall'altra parte. Allora mi svegliai del tutto e cercai di seguire quello che diceva. Finché mi accorsi che non parlava nel sonno, ma era rannicchiata sotto le coperte a parlare al cellulare. Perché stava dall'altro lato della scala del soppalco, perciò per scendere m'avrebbe dovuto camminare addosso. Forse pensò che parlando così piano io non mi sarei svegliato. E infatti parlava pianissimo, non so come facesse quell'altro a sentirla. Beh, non ci misi molto a capire con chi stava parlando. Aspettai che la telefonata fosse terminata e poi le dissi:
<<Questa però è l'ultima volta. Una cosa del genere non la voglio più vedere. Almeno quando siamo a letto>>.
<<Sì, chiaro. Scusa>>.
La cosa non si ripeté mai più. In realtà però io mi costrinsi a fare il duro, ma non ero davvero arrabbiato. Ero stupefatto, incredulo. Mi arrabbiai davvero qualche settimana più tardi.
14. Quella volta che Kath sparì per 3 giorni
Tempo addietro il suo ragazzo aveva comprato un biglietto aereo per Napoli, per venire a trovare Katharina che si supponeva sarebbe rimasta lì a vivere ancora qualche mese. Nel frattempo erano successe delle cose. Il ragazzo però aveva espresso il desiderio di venire comunque a Napoli, perlomeno per confrontarsi a quattr'occhi con Kath. Lei mi spiegò la cosa. Il ragazzo sarebbe rimasto 5 giorni. Io le dissi:
<<Mi sembra giusto, logico, normale che lui voglia venire. Tu che intendi fare?>>.
<<Che devo fare? Andrò a Napoli e starò con lui>>.
<<5 giorni?>>.
<<No, 5 giorni non posso, perché ho appena iniziato lo stage, non mi danno tutte queste ferie. Però magari prendo il lunedì, così con il sabato e la domenica sono 3 giorni>>.
<<3 giorni? Insieme a Napoli? E io qui. Non ti sembrano troppi 3 giorni? A me pare che un giorno può essere abbastanza. Puoi andare lì il venerdì sera e domenica mattina ripartire e tornare a Roma>>.
<<Ma Fede, e lui che fa gli altri giorni?>>.
<<Il turista. Napoli è una bellissima città>>.
<<No, Fede, non si può. Parto il venerdì sera e torno lunedì sera>>.
<<Mah, la cosa così non mi fa piacere. Non è neanche un mese che siamo insieme. Penso che sia sacrosanto che voi vi incontriate, ma il fine settimana romantico a Napoli mi sembra troppo>>.
<<Ma quale fine settimana romantico? Stiamo da Matteo, mica andiamo in albergo! C'è anche Başak e tutti gli altri, lo sai com'è, saremo almeno in 10 in quella casa..>>.
<<E voi dormirete nello stesso letto..>>.
<<No, Fede, dormiremo in due stanze separate>>.
<<La cosa comunque non mi piace, 3 giorni sono troppi>>.
Insomma andò a finire che fece come aveva detto. Non solo. Inspiegabilmente il suo cellulare rimase spento per 3 giorni. Disse che aveva dovuto mettere la scheda tedesca. Ma io il suo numero tedesco lo conoscevo, me l'aveva dato prima che tornasse in Germania per le vacanze di Natale, quando era solo una carissima amica, seppure io già la corteggiassi apertamente. Quindi avevo provato invano anche su quel numero. Riuscì solo a rispondermi con un sms il lunedì pomeriggio dicendo che stava tornando a Roma, che era me che voleva, che dovevo stare tranquillo e avrei dovuto aspettarla a casa. Come ogni tanto accadeva, per tutto il fine settimana, come se non bastasse, a casa eravamo rimasti senza corrente. Io stavo impazzendo. Potevo immaginarmi di tutto. Che poi non è neanche il cosa possa essere successo, che me ne frega di una scopata, sono i suoi sentimenti che mi interessano, quindi il fatto che quel telefono fosse chiuso da 3 giorni per me era angosciante. Riuscii a parlare al telefono con Matteo, mio amico fraterno. Mi disse che non li aveva quasi mai visti per 3 giorni, che un giorno erano andati a Ischia per parlare meglio, che comunque lui aveva dormito in una stanza separata e che però stava venendo a Roma con Kath.
<<Eh!!!!! Questo nel messaggio non c'era scritto!>>.
Il telefono era ancora chiuso. "Ecco perché mi aveva chiesto di aspettarla a casa!", pensai. Le mandai un altro messaggio: "vi vengo a prendere alla stazione". Lei apriva il telefono quei pochi secondi per ricevere i miei messaggi e poi lo richiudeva, ormai era chiaro. A quel punto mi richiamò dal treno:
<<Fede, ti prego, sì, è qui con me sul treno, ha insistito, no, non viene a casa, ci salutiamo a Termini, poi lui si prende una stanza in ostello e domani farà il turista a Roma poi in serata domani tornerà a Napoli, io stasera vengo a casa da te. Ma ti prego, non venire in stazione>>.
In stazione alla fine ci andai, ma non glielo dissi mai. Dieci minuti prima che il treno arrivasse, cambiai idea, ripresi la moto e tornai a casa e lì la aspettai.
Quando Kath entrò in casa fu terribile. Io ero ancora a lume di candela, perché la corrente ancora non era tornata. Buttato sul tappeto. Lei entrò e si sedette. Stemmo così, senza parlare per un'ora. Poi il succo della discussione fu questo. Io le dissi:
<<Sono molto deluso. Soprattutto dal fatto che sei andata a Napoli senza tenere conto che io non ero sereno, hai fatto tutto quello che volevi fare nonostante questo. Non solo, hai spento il telefono per 3 giorni. Se questo è il tuo modo di fare, io dico che da domani esci da questa casa. Ho già trovato chi ti può ospitare momentaneamente. C'è Nino che ha sempre quella stanza libera a Porta Portese>>.
Lei pianse, chiese scusa e disse che capiva di aver sbagliato ma non avrebbe potuto per quella volta fare diversamente e mi promise però che una cosa così non sarebbe mai più successa. Se oggi sono qui seduto al tramonto fumando con Kath seduto sulla spiaggia di Capo Cotta davanti al tramonto ascoltando i Pink Floyd, significa che le credetti. O perlomeno così le dissi, soprattutto nei fatti, perché non se ne andò da quella casa e anzi da quel giorno in poi il nostro rapporto migliorò di giorno in giorno fino a diventare quello che è oggi: una storia che se fosse la storia della mia vita non mi meraviglierei, né avrei qualcosa in contrario.
<<Mi sembra giusto, logico, normale che lui voglia venire. Tu che intendi fare?>>.
<<Che devo fare? Andrò a Napoli e starò con lui>>.
<<5 giorni?>>.
<<No, 5 giorni non posso, perché ho appena iniziato lo stage, non mi danno tutte queste ferie. Però magari prendo il lunedì, così con il sabato e la domenica sono 3 giorni>>.
<<3 giorni? Insieme a Napoli? E io qui. Non ti sembrano troppi 3 giorni? A me pare che un giorno può essere abbastanza. Puoi andare lì il venerdì sera e domenica mattina ripartire e tornare a Roma>>.
<<Ma Fede, e lui che fa gli altri giorni?>>.
<<Il turista. Napoli è una bellissima città>>.
<<No, Fede, non si può. Parto il venerdì sera e torno lunedì sera>>.
<<Mah, la cosa così non mi fa piacere. Non è neanche un mese che siamo insieme. Penso che sia sacrosanto che voi vi incontriate, ma il fine settimana romantico a Napoli mi sembra troppo>>.
<<Ma quale fine settimana romantico? Stiamo da Matteo, mica andiamo in albergo! C'è anche Başak e tutti gli altri, lo sai com'è, saremo almeno in 10 in quella casa..>>.
<<E voi dormirete nello stesso letto..>>.
<<No, Fede, dormiremo in due stanze separate>>.
<<La cosa comunque non mi piace, 3 giorni sono troppi>>.
Insomma andò a finire che fece come aveva detto. Non solo. Inspiegabilmente il suo cellulare rimase spento per 3 giorni. Disse che aveva dovuto mettere la scheda tedesca. Ma io il suo numero tedesco lo conoscevo, me l'aveva dato prima che tornasse in Germania per le vacanze di Natale, quando era solo una carissima amica, seppure io già la corteggiassi apertamente. Quindi avevo provato invano anche su quel numero. Riuscì solo a rispondermi con un sms il lunedì pomeriggio dicendo che stava tornando a Roma, che era me che voleva, che dovevo stare tranquillo e avrei dovuto aspettarla a casa. Come ogni tanto accadeva, per tutto il fine settimana, come se non bastasse, a casa eravamo rimasti senza corrente. Io stavo impazzendo. Potevo immaginarmi di tutto. Che poi non è neanche il cosa possa essere successo, che me ne frega di una scopata, sono i suoi sentimenti che mi interessano, quindi il fatto che quel telefono fosse chiuso da 3 giorni per me era angosciante. Riuscii a parlare al telefono con Matteo, mio amico fraterno. Mi disse che non li aveva quasi mai visti per 3 giorni, che un giorno erano andati a Ischia per parlare meglio, che comunque lui aveva dormito in una stanza separata e che però stava venendo a Roma con Kath.
<<Eh!!!!! Questo nel messaggio non c'era scritto!>>.
Il telefono era ancora chiuso. "Ecco perché mi aveva chiesto di aspettarla a casa!", pensai. Le mandai un altro messaggio: "vi vengo a prendere alla stazione". Lei apriva il telefono quei pochi secondi per ricevere i miei messaggi e poi lo richiudeva, ormai era chiaro. A quel punto mi richiamò dal treno:
<<Fede, ti prego, sì, è qui con me sul treno, ha insistito, no, non viene a casa, ci salutiamo a Termini, poi lui si prende una stanza in ostello e domani farà il turista a Roma poi in serata domani tornerà a Napoli, io stasera vengo a casa da te. Ma ti prego, non venire in stazione>>.
In stazione alla fine ci andai, ma non glielo dissi mai. Dieci minuti prima che il treno arrivasse, cambiai idea, ripresi la moto e tornai a casa e lì la aspettai.
Quando Kath entrò in casa fu terribile. Io ero ancora a lume di candela, perché la corrente ancora non era tornata. Buttato sul tappeto. Lei entrò e si sedette. Stemmo così, senza parlare per un'ora. Poi il succo della discussione fu questo. Io le dissi:
<<Sono molto deluso. Soprattutto dal fatto che sei andata a Napoli senza tenere conto che io non ero sereno, hai fatto tutto quello che volevi fare nonostante questo. Non solo, hai spento il telefono per 3 giorni. Se questo è il tuo modo di fare, io dico che da domani esci da questa casa. Ho già trovato chi ti può ospitare momentaneamente. C'è Nino che ha sempre quella stanza libera a Porta Portese>>.
Lei pianse, chiese scusa e disse che capiva di aver sbagliato ma non avrebbe potuto per quella volta fare diversamente e mi promise però che una cosa così non sarebbe mai più successa. Se oggi sono qui seduto al tramonto fumando con Kath seduto sulla spiaggia di Capo Cotta davanti al tramonto ascoltando i Pink Floyd, significa che le credetti. O perlomeno così le dissi, soprattutto nei fatti, perché non se ne andò da quella casa e anzi da quel giorno in poi il nostro rapporto migliorò di giorno in giorno fino a diventare quello che è oggi: una storia che se fosse la storia della mia vita non mi meraviglierei, né avrei qualcosa in contrario.
15. Il lato oscuro della luna.
Però io da quel giorno ho paura. E se un domani la stessa cosa succedesse a me? Se un domani, quando lei sarà in Germania, si troverà un altro e mi comunicherà solo a cose fatte che la nostra storia è finita? Magari senza nemmeno darmi la possibilità di dire qualcosa, rivederci, mentre lei si è trovata un altro. Io impazzirei, lo so. Non sembra un'ipotesi fantasiosa. Anzi, mi sembra molto probabile, a dire la verità. Sì, lo so, sono lo stesso che qualche ora fa le diceva di non essere ipocrita e che aggiungeva:
<<Come puoi pensare che stando così tanto tempo lontani non sentiremo la mancanza di qualcuno vicino? Può darsi che incontrerai qualcuno che ti darà calore, che ti piacerà come persona, che ti incuriosirà. Questo non significa necessariamente amarlo. Ma se ci vai a letto, è una scelta tua, che posso anche rispettare, perché per me non ha nulla a che fare con l'amore che provi per me..>>.
E lei, che adesso siede qui accanto a me, è la stessa che rispondeva:
<<Ma, Fede, se io ti amo non posso pensare di andare a letto con un'altra persona..>>.
Sembra tutto così complicato. Eppure siamo sempre noi. Parte della maggioranza delle persone matte. Per me è importante il suo amore. Per lei è importante il mio corpo, il possesso di me. E' questo? E' questo che spiega il dilemma? E' forse la paura di perdermi che la spinge a non ammettere nient'altro che la fedeltà? La paura di soffrire, di rimanere sola. Allora quando farà l'amore con un altro, quel giorno mi lascerà. Per sempre. Mi lascerà perché quel giorno, facendo l'amore con un altro, sancirà un nuovo patto d'amore e lascerà me ma non sarà sola, ma con questa nuova persona. Ma a me, cosa me ne può importare di una scopata! Una scopata è una scopata! Niente di più. Non mi interessa niente. Quante volte gliel'ho ripetuto. E' il suo amore che mi interessa.
"And I am not frightened of dying, any time will do, I don't mind. Why should I be frightened of dying?There's no reason for it, you've gotta go sometime".
"Non ho paura di morire, in qualunque momento avvenga, non mi importa. Perché dovrei aver paura di morire? Non c'è alcuna ragione per aver paura di morire, prima o poi ce ne dobbiamo andare..".
"The dark side of the moon" lancia le sue note nell'aria, il sole sta già affondando nel mare.
Anch'io non ho paura di morire. Sarebbe già potuto succedere un po' di volte in passato, Kath non lo sa, non sa tutte le cose di me. Invece sono qua. Non ho paura di morire. Ma ho paura di continuare a vivere dopo aver perso Kath.
Mi fa paura immaginare di vivere senza di lei. Ma la cosa che veramente mi fa più paura è pensare che cosa di così brutto debba accadere per stroncare questo amore così bello com'è oggi. Ecco, io non ho paura di perdere Kath, io ho paura di vedere e di vivermi questo qualcosa di molto brutto che deve accadere per poter fare finire questo amore. Non lo voglio vedere. Mi basterebbe che Kath mi dicesse a fine settembre, quando farà ritorno in Germania: "Fede, è stato bellissimo, i 7 mesi più belli della mia vita. Ma adesso torno in Germania, non so cosa sarà di noi". Non avrei paura di una frase come questa. Perché non c'è niente di brutto. E' solo la vita. E' una frase onesta. La posso accettare. Preferirei questa situazione per poi sentire che le manco. E magari ribaltare daccapo le nostre vite per tornare a vivere insieme. O se questo non accade allora significa che la storia è finita da sola perché così doveva andare. Ma senza eventi traumatici. Invece è proprio l'evento traumatico di cui ho paura. Perché lo so. Katharina a fine settembre tornerà in Germania. Non farà la follia di fermarsi qui a Roma e di finire qui l'università, anche se ormai parla un ottimo italiano. Lei tornerà in Germania e a fine settembre mi dirà quello che già adesso mi va ripetendo: "torno in Germania ma io ti amo sempre e voglio che la nostra storia continui, troveremo il modo di vederci, adesso i voli non costano così tanto". E' molto bella questa frase, ma è un salto nel vuoto questa cosa. Se è questo che vuole, io la accontento. Perché la amo. Ma ho paura. Perché in questo modo la nostra storia può finire solo per un evento traumatico. Katharina è dolcissima, affettuosissima. E' "Freude meiner Augen", è la gioia dei miei occhi. Ma sa come far male e forse nemmeno lo sa. E non sarò io a lasciarla, si capisce.
"All that is now / All that is gone /All that's to come / and everything under the sun is in tune / but the sun is eclipsed by the moon.
There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark".
"Tutto ciò che è oggi, tutto ciò che è già andato, tutto ciò che ancora deve venire e ogni cosa sotto il sole è armonia, ma il sole è eclissato dalla luna".
Poi l'opera dei Pink Floyd finisce in modo bizzarro, auto-irriverente, grottesco: "Non c'è nessun lato oscuro della luna. Il fatto è che tutto è oscuro".
Forse è questo che i Pink Floyd ci vogliono dire. Tutto è oscuro nell'universo, forse quindi bisognerebbe parlare del lato luminoso della luna, più che del lato oscuro. Ma noi che la guardiamo dalla Terra, noi possiamo vederne solo il lato luminoso. Per noi la luna è solo quella. Per noi che siamo accecati dall'amore, l'unico lato della persona amata che riusciamo a vedere è quello illuminato dal fascio di luce del nostro amore. Ma il fatto è, il fatto è che tutto è oscuro nell'universo, quella è la normalità, quello è il vero e normale stato delle cose. Come dire che chi ama non può conoscere la parte più vera della persona che ama, ma solo la parte illuminata dall'amore e pertanto deformata dall'amore accecante che impedisce una visione naturale. E durante l'eclissi, quando la persona amata si frappone tra noi e la luce dell'amore? Ci pare di non vedere, ci pare di essere persi, traditi. In realtà in quel momento, proprio in quel momento, il vero volto della persona amata si offre a noi per la prima volta per quello che è, perché ne vediamo il lato oscuro, ossia la vediamo al naturale senza essere accecati dal fascio luminoso del nostro amore.
Per fortuna ho ancora l'ultimo tiro in mano, cazzo, per stroncare nelle vene ogni assalto di adrenalina.. Lo aspiro fino in fondo, e perdo il mio sguardo all'orizzonte.
<<Come puoi pensare che stando così tanto tempo lontani non sentiremo la mancanza di qualcuno vicino? Può darsi che incontrerai qualcuno che ti darà calore, che ti piacerà come persona, che ti incuriosirà. Questo non significa necessariamente amarlo. Ma se ci vai a letto, è una scelta tua, che posso anche rispettare, perché per me non ha nulla a che fare con l'amore che provi per me..>>.
E lei, che adesso siede qui accanto a me, è la stessa che rispondeva:
<<Ma, Fede, se io ti amo non posso pensare di andare a letto con un'altra persona..>>.
Sembra tutto così complicato. Eppure siamo sempre noi. Parte della maggioranza delle persone matte. Per me è importante il suo amore. Per lei è importante il mio corpo, il possesso di me. E' questo? E' questo che spiega il dilemma? E' forse la paura di perdermi che la spinge a non ammettere nient'altro che la fedeltà? La paura di soffrire, di rimanere sola. Allora quando farà l'amore con un altro, quel giorno mi lascerà. Per sempre. Mi lascerà perché quel giorno, facendo l'amore con un altro, sancirà un nuovo patto d'amore e lascerà me ma non sarà sola, ma con questa nuova persona. Ma a me, cosa me ne può importare di una scopata! Una scopata è una scopata! Niente di più. Non mi interessa niente. Quante volte gliel'ho ripetuto. E' il suo amore che mi interessa.
"And I am not frightened of dying, any time will do, I don't mind. Why should I be frightened of dying?There's no reason for it, you've gotta go sometime".
"Non ho paura di morire, in qualunque momento avvenga, non mi importa. Perché dovrei aver paura di morire? Non c'è alcuna ragione per aver paura di morire, prima o poi ce ne dobbiamo andare..".
"The dark side of the moon" lancia le sue note nell'aria, il sole sta già affondando nel mare.
Anch'io non ho paura di morire. Sarebbe già potuto succedere un po' di volte in passato, Kath non lo sa, non sa tutte le cose di me. Invece sono qua. Non ho paura di morire. Ma ho paura di continuare a vivere dopo aver perso Kath.
Mi fa paura immaginare di vivere senza di lei. Ma la cosa che veramente mi fa più paura è pensare che cosa di così brutto debba accadere per stroncare questo amore così bello com'è oggi. Ecco, io non ho paura di perdere Kath, io ho paura di vedere e di vivermi questo qualcosa di molto brutto che deve accadere per poter fare finire questo amore. Non lo voglio vedere. Mi basterebbe che Kath mi dicesse a fine settembre, quando farà ritorno in Germania: "Fede, è stato bellissimo, i 7 mesi più belli della mia vita. Ma adesso torno in Germania, non so cosa sarà di noi". Non avrei paura di una frase come questa. Perché non c'è niente di brutto. E' solo la vita. E' una frase onesta. La posso accettare. Preferirei questa situazione per poi sentire che le manco. E magari ribaltare daccapo le nostre vite per tornare a vivere insieme. O se questo non accade allora significa che la storia è finita da sola perché così doveva andare. Ma senza eventi traumatici. Invece è proprio l'evento traumatico di cui ho paura. Perché lo so. Katharina a fine settembre tornerà in Germania. Non farà la follia di fermarsi qui a Roma e di finire qui l'università, anche se ormai parla un ottimo italiano. Lei tornerà in Germania e a fine settembre mi dirà quello che già adesso mi va ripetendo: "torno in Germania ma io ti amo sempre e voglio che la nostra storia continui, troveremo il modo di vederci, adesso i voli non costano così tanto". E' molto bella questa frase, ma è un salto nel vuoto questa cosa. Se è questo che vuole, io la accontento. Perché la amo. Ma ho paura. Perché in questo modo la nostra storia può finire solo per un evento traumatico. Katharina è dolcissima, affettuosissima. E' "Freude meiner Augen", è la gioia dei miei occhi. Ma sa come far male e forse nemmeno lo sa. E non sarò io a lasciarla, si capisce.
"All that is now / All that is gone /All that's to come / and everything under the sun is in tune / but the sun is eclipsed by the moon.
There is no dark side of the moon really. Matter of fact it's all dark".
"Tutto ciò che è oggi, tutto ciò che è già andato, tutto ciò che ancora deve venire e ogni cosa sotto il sole è armonia, ma il sole è eclissato dalla luna".
Poi l'opera dei Pink Floyd finisce in modo bizzarro, auto-irriverente, grottesco: "Non c'è nessun lato oscuro della luna. Il fatto è che tutto è oscuro".
Forse è questo che i Pink Floyd ci vogliono dire. Tutto è oscuro nell'universo, forse quindi bisognerebbe parlare del lato luminoso della luna, più che del lato oscuro. Ma noi che la guardiamo dalla Terra, noi possiamo vederne solo il lato luminoso. Per noi la luna è solo quella. Per noi che siamo accecati dall'amore, l'unico lato della persona amata che riusciamo a vedere è quello illuminato dal fascio di luce del nostro amore. Ma il fatto è, il fatto è che tutto è oscuro nell'universo, quella è la normalità, quello è il vero e normale stato delle cose. Come dire che chi ama non può conoscere la parte più vera della persona che ama, ma solo la parte illuminata dall'amore e pertanto deformata dall'amore accecante che impedisce una visione naturale. E durante l'eclissi, quando la persona amata si frappone tra noi e la luce dell'amore? Ci pare di non vedere, ci pare di essere persi, traditi. In realtà in quel momento, proprio in quel momento, il vero volto della persona amata si offre a noi per la prima volta per quello che è, perché ne vediamo il lato oscuro, ossia la vediamo al naturale senza essere accecati dal fascio luminoso del nostro amore.
Per fortuna ho ancora l'ultimo tiro in mano, cazzo, per stroncare nelle vene ogni assalto di adrenalina.. Lo aspiro fino in fondo, e perdo il mio sguardo all'orizzonte.
16. La gatta
Il sole si è tuffato nel mare come un biscotto nella tazza. Anche i Pink Floyd hanno finito. E' ora di far ritorno a casa. Raccogliamo le cose e ci prepariamo per il rientro. A quest'ora e in motocicletta ci vorrà un attimo ad essere a casa.
<<Posso salire?>>
<<Sali pure, amore>>.
Si parte con una canzone romantica che accompagna bene il litorale al crepuscolo. "Ricordi, sbocciavan le viole / con le nostre parole 'non ci lasceremo mai, mai e poi mai'".. con un coro da sotto il casco.
Sfrecciamo già nella quasi oscurità sotto i pini marittimi, il traffico ancora un po' rallenta, ma noi superiamo di lato. Ormai all'Eur dalla selezione di musiche che ascoltiamo sincronizzati nelle cuffie, salta fuori una sorpresa: "C'era una volta una gatta / che aveva una macchia nera sul muso / e una vecchia soffitta vicino al mare / con una finestra a un passo dal cielo blu". C'è subito un semaforo rosso, ci fermiamo, Kath non perde l'occasione:
<<E questa quando l'hai aggiunta?>>
Io rido già, molto contento, da sotto il casco. Conosco il suo tono di voce, anche se non la vedo in faccia so che è felice. Sarà vero, come dicono i Pink Floyd che tutto è oscuro e che forse non vedrò mai il vero volto di Katharina se non quando lei si frapporrà tra me e il sole del mio amore per lei, però conosco molto bene il lato di lei illuminato dal mio amore e so benissimo come farla felice, fintanto che sta con me.
<<L'ho scaricata l'altro giorno, perché non ti piace?>>, provoco. Conosco bene la storia. Tre anni fa venne in Italia per la prima volta per fare un corso di Italiano, in quell'occasione utilizzarono questa canzone per muovere i primi passi nella lingua italiana. Lei è molto affezionata a questa canzone. E poi ha quell'aria naif che a lei piace molto.
Non risponde alla mia provocazione, però mi stringe forte. Io sorrido colmo di gioia mentre inserisco la prima e riparto al verde. Lei non mi vede, ma lo sa benissimo che sto sorridendo da sotto il casco e sono felicissimo.
Mentre sfrecciamo di nuovo sulla Colombo mi urla da dietro:
<<Fede, devi conoscere Wickert, la mia gatta..>>.
<<Lo so, me lo dici sempre, ma quando mi porti a conoscerla?>>, le rispondo urlando.
Non siamo mai andati in Germania insieme, pertanto non ho mai conosciuto la sua gatta, che adesso è accudita dai suoi ex e futuri coinquilini quando rimetterà piede a Dresda.
<<Questo autunno, quando mi vieni a trovare..>>.
Io sono felicissimo per questa risposta. Solo per un attimo ricordo il pensiero che facevo al tramonto. Ora però mi sembra di crederci a questa follia. Tu ed io, Kath, sempre insieme. Ma sì, forse è possibile, perché non dovrebbe esserlo!
Mentre siamo già sul Lungotevere mi giunge una proposta gradita:
<<Fede, perché non ci fermiamo a prendere una bottiglia di vino e ce la beviamo sulla terrazza?>>.
<<Mm, buona idea>>.
Roma è in fibrillazione intorno a Piazza Trilussa, come tutti i sabato sera. Sono le 20.30, noi però abbiamo altri programmi e mentre svolto dentro Trastevere e parcheggio la moto, semplicemente scivolo tra la folla, forse volo, e vado verso l'enoteca. Ritorno alla moto sempre volando e innalzando la bottiglia di vino, Nero d'Avola ovviamente.
<<Posso salire?>>.
<<Ma certo, prego, amore, sali pure>>.
Solo 5 minuti più tardi stiamo già facendo le scale di casa.
<<Posso salire?>>
<<Sali pure, amore>>.
Si parte con una canzone romantica che accompagna bene il litorale al crepuscolo. "Ricordi, sbocciavan le viole / con le nostre parole 'non ci lasceremo mai, mai e poi mai'".. con un coro da sotto il casco.
Sfrecciamo già nella quasi oscurità sotto i pini marittimi, il traffico ancora un po' rallenta, ma noi superiamo di lato. Ormai all'Eur dalla selezione di musiche che ascoltiamo sincronizzati nelle cuffie, salta fuori una sorpresa: "C'era una volta una gatta / che aveva una macchia nera sul muso / e una vecchia soffitta vicino al mare / con una finestra a un passo dal cielo blu". C'è subito un semaforo rosso, ci fermiamo, Kath non perde l'occasione:
<<E questa quando l'hai aggiunta?>>
Io rido già, molto contento, da sotto il casco. Conosco il suo tono di voce, anche se non la vedo in faccia so che è felice. Sarà vero, come dicono i Pink Floyd che tutto è oscuro e che forse non vedrò mai il vero volto di Katharina se non quando lei si frapporrà tra me e il sole del mio amore per lei, però conosco molto bene il lato di lei illuminato dal mio amore e so benissimo come farla felice, fintanto che sta con me.
<<L'ho scaricata l'altro giorno, perché non ti piace?>>, provoco. Conosco bene la storia. Tre anni fa venne in Italia per la prima volta per fare un corso di Italiano, in quell'occasione utilizzarono questa canzone per muovere i primi passi nella lingua italiana. Lei è molto affezionata a questa canzone. E poi ha quell'aria naif che a lei piace molto.
Non risponde alla mia provocazione, però mi stringe forte. Io sorrido colmo di gioia mentre inserisco la prima e riparto al verde. Lei non mi vede, ma lo sa benissimo che sto sorridendo da sotto il casco e sono felicissimo.
Mentre sfrecciamo di nuovo sulla Colombo mi urla da dietro:
<<Fede, devi conoscere Wickert, la mia gatta..>>.
<<Lo so, me lo dici sempre, ma quando mi porti a conoscerla?>>, le rispondo urlando.
Non siamo mai andati in Germania insieme, pertanto non ho mai conosciuto la sua gatta, che adesso è accudita dai suoi ex e futuri coinquilini quando rimetterà piede a Dresda.
<<Questo autunno, quando mi vieni a trovare..>>.
Io sono felicissimo per questa risposta. Solo per un attimo ricordo il pensiero che facevo al tramonto. Ora però mi sembra di crederci a questa follia. Tu ed io, Kath, sempre insieme. Ma sì, forse è possibile, perché non dovrebbe esserlo!
Mentre siamo già sul Lungotevere mi giunge una proposta gradita:
<<Fede, perché non ci fermiamo a prendere una bottiglia di vino e ce la beviamo sulla terrazza?>>.
<<Mm, buona idea>>.
Roma è in fibrillazione intorno a Piazza Trilussa, come tutti i sabato sera. Sono le 20.30, noi però abbiamo altri programmi e mentre svolto dentro Trastevere e parcheggio la moto, semplicemente scivolo tra la folla, forse volo, e vado verso l'enoteca. Ritorno alla moto sempre volando e innalzando la bottiglia di vino, Nero d'Avola ovviamente.
<<Posso salire?>>.
<<Ma certo, prego, amore, sali pure>>.
Solo 5 minuti più tardi stiamo già facendo le scale di casa.
17. Vino in terrazza
Entriamo in casa e la corrente ancora non c'è, almeno fino a lunedì. Mi dirigo al rubinetto in cucina, con la luce che dal pianerottolo entra dalla finestrella.
<<E' tornata l'acqua!!!>>, esclamo.
<<Meno male, eh..>>, risponde Kath che le piace quando le cose funzionano.
<<Allora posso fare anche qualcosa da mangiare..>>, almeno il gas c'è.
<<Magari, eh!>>, sempre Kath, che le piace quando qualcuno pensa ai suoi bisogni primari, specialmente il cibo.
<<Posso fare del riso con le melanzane e l'uva sultanina e le mandorle, magari anche il pesce che Lucia ci ha restituito, ma penso sia ancora buono visto che era congelato e se non lo finiamo stasera domani sarà da buttare..>>.
<<Mm..>>, mi sorride con gli occhi accesi di buon umore e l'acquolina in bocca.
Mi metto al lavoro, di solito sono io che faccio da mangiare e questo piatto di riso con questi ingredienti è la mia specialità e Kath ne va matta. Cucino io perché mi piace, e mi piace quando Kath mangia di gusto una cosa che io ho preparato. Ma cucino io anche per evitare che lei si metta ai fornelli. Non cucina male, ma di solito cose che io trovo un po' tristi, un po' nordiche insomma, tipo patate bollite e verdure bollite o zuppe. Mah, chissà, magari in Germania finirei per apprezzarle, ma qui a Roma mi sembrano tristi.
Mentre io mi do da fare ai fornelli, Kath ha acceso una candela (ne abbiamo una scorta sempre pronta) e sta rimettendo le cose a posto, ma più ricordando a memoria la stanza che effettivamente vedendo.
<<Peccato, non si può mettere neanche un po' di musica>>, grido io dalla cucina, illuminato dalla luce del pianerottolo dalla finestrella.
<<Eh..>>, sospira lei dalla stanza.
Dopo qualche minuto mi fa visita per verificare che tutto proceda. Dà un'occhiata investigativa alla pentola. Io per tenerla occupata propongo:
<<Apriamo la bottiglia di vino?>>.
<<Perché no?>>, mi guarda sorridendo di buon umore e mi dà un bacio.
Prendo il cavatappi e stappo. Verso il vino.
<<Al nostro sabato pomeriggio.. Prost>>, cercando goffamente di arrotare la "r" alla maniera tedesca.
<<Prost!>>, risponde lei con impeccabile accento crucco.
<<Dai prendi i piatti che è quasi pronto. Li riempiamo qui e saliamo in terrazza con la bottiglia di vino>>.
<<Mmm!!!>>.
<<Tu porta bicchieri e bottiglia, io riempio i piatti e ti raggiungo>>.
<<Le prendi tu le chiavi?>>.
<<Sì, non ti preoccupare!>>.
Riempio i piatti, esco di casa con le chiavi in tasca e i due piatti fumanti in mano, tiro la porta con un piede, non è chiusa perfettamente, ma a quest'ora chi vuoi che passi dal pianerottolo?
Salgo un piano e faccio il mio ingresso trionfale sulla terrazza con i piatti fumanti in mano. Tiro una boccata di ossigeno, mi guardo intorno, l'aria è fresca e profumata di Gianicolo e di Orto botanico comunale. Qualche gabbiano strilla in volo, ma si amalgama con il paesaggio.
Ci sediamo al tavolo. Stasera non c'è nessuno sulla terrazza condominiale, siamo soli.
Spazzoliamo i piatti come se non mangiassimo dal giorno prima (a dire il vero io non mangio dal giorno prima).
<<Sediamoci a terra per finire il vino..>>, propongo alla fine.
C'è calma, tranquillità, silenzio, armonia, sazietà, amore.
Rollo una sigaretta "plus", mentre Kath sta già fumando una sigaretta semplice che si è immediatamente rollata dopo cena, canonicamente.
Sono le 11, non abbiamo altri programmi per la serata.
<<Che si fa domani? Perché non andiamo a Calcata?>>, butto lì io.
<<Mm, ma ci siamo già stati. Potremmo andare al lago, Fede>>.
<<Quale lago?>>.
<<Quello che dicevi tu..>>.
<<Ah, il lago di Martignano>>.
<<Boh..>>.
<<Perché no..>>.
<<Sì sì, e poi facciamo l'amore nel prato>>.
<<Eh??!?! O!?! Ma che ti sei messa in testa?>>.
<<Sì sì!! Dai...>>.
<<Ma è domenica, sarà pieno di gente..>>,
Alza le spalle: <<E vabbeh, ma troveremo un posto dove non c'è nessuno..>>.
<<Eh, mica facile>>. Mi piace fingere di scoraggiarla in queste sue idee strambe che in realtà mi fanno impazzire.
<<Ma perché non ci facciamo un giro a Villa Borghese? Possiamo noleggiare una barchetta e remare tra papere e tartarughe..>>.
<<Ma tu hai detto che anche al lago si può noleggiare una barca..>>.
<<No, al lago si noleggia il pedalò..>>.
<<E cos'è il peda.. peda..>>.
<<Pedalò. E' quello che stai seduto e pedali come in bicicletta, seduti uno a fianco all'altra come in macchina e così ti muovi sull'acqua..>>.
<<Ah, ho capito. Tretboot. In Italiano? Pedalò. Eh, va bene, che problema c'è. Noleggiamo questo. E poi a Villa Borghese vorrei andarci il prossimo fine settimana che arriva Josepha>>.
<<Josepha? E chi è Josepha?>>.
<<Ma come chi è? Te l'avevo detto che veniva a trovarmi una mia amica di Dresda. Viene con il suo ragazzo. Si fermano 5 giorni. Ho preso un giorno di ferie venerdì e li porto a vedere Roma e poi vorrei andare anche a Villa Borghese. La sera poi andiamo a mangiare la pizza a San Lorenzo, al Formula Uno..>>.
<<Ah, hai già fatto tutto il programma..>>.
<<Sì, sì. E poi sabato andiamo a Napoli e la sera andiamo a mangiare la pizza da Sorbillo. Ma come, Fede, non ti ricordi? Te l'avevo detto che veniva Josepha..>>.
<<Sì, ma non pensavo che era già il prossimo fine settimana>>.
<<Perché hai degli impegni?>>.
<<Mm, non mi pare>>.
<<Yuhuu!!! Così andiamo insieme a Napoli con il nostro trenino a 10 €!!>>.
<<Sì, e 3 ore di viaggio schiacciati come sardine..>>.
<<Sì, va bene, però intanto si parla, si guarda il paesaggio, poi a Gaeta c'è il mare fuori dal finestrino..>>.
<<Sì, poi magari c'è un guasto al treno così il mare te lo guardi proprio bene fuori dal finestrino con il treno fermo, un caldo pazzesco e l'invidia per quelli che stanno sulla spiaggia..>>.
<<Sì, va bene, però poi anche noi quando arriviamo a Napoli andiamo alla Caiolella a fare il bagno, yuhuu!!!!!>>.
<<Ti ricordi quel giorno a gennaio alla Caiolella, quando c'era anche Virgilio? Abbiamo fatto due passi tu ed io. Era la prima volta che ci rivedevamo da quando eri tornata a Napoli dopo le vacanze di Natale. C'eravamo tutti, tutti gli amici e ci eravamo portati da mangiare. Poi abbiamo incontrato quelle persone che ci hanno offerto il vino sugli scogli. Başak ha fatto delle belle foto in bianco e nero quel giorno. Ti ricordi, abbiamo fatto due passi insieme soli tu ed io sul molo e io ti dissi che ti avevo pensata tanto e che ero sempre innamorato di te ma tu non dicevi niente..>>.
<<Perché ci dovevo pensare..>>.
<<Eh.. Ma cosa c'era da pensare?>>.
E così sfottendoci un po' si è fatta quasi l'ora di andare a letto. La sigarettina "plus" ha fatto il suo dovere e domani andremo al lago. E poi una volta là, si vedrà.
<<E' tornata l'acqua!!!>>, esclamo.
<<Meno male, eh..>>, risponde Kath che le piace quando le cose funzionano.
<<Allora posso fare anche qualcosa da mangiare..>>, almeno il gas c'è.
<<Magari, eh!>>, sempre Kath, che le piace quando qualcuno pensa ai suoi bisogni primari, specialmente il cibo.
<<Posso fare del riso con le melanzane e l'uva sultanina e le mandorle, magari anche il pesce che Lucia ci ha restituito, ma penso sia ancora buono visto che era congelato e se non lo finiamo stasera domani sarà da buttare..>>.
<<Mm..>>, mi sorride con gli occhi accesi di buon umore e l'acquolina in bocca.
Mi metto al lavoro, di solito sono io che faccio da mangiare e questo piatto di riso con questi ingredienti è la mia specialità e Kath ne va matta. Cucino io perché mi piace, e mi piace quando Kath mangia di gusto una cosa che io ho preparato. Ma cucino io anche per evitare che lei si metta ai fornelli. Non cucina male, ma di solito cose che io trovo un po' tristi, un po' nordiche insomma, tipo patate bollite e verdure bollite o zuppe. Mah, chissà, magari in Germania finirei per apprezzarle, ma qui a Roma mi sembrano tristi.
Mentre io mi do da fare ai fornelli, Kath ha acceso una candela (ne abbiamo una scorta sempre pronta) e sta rimettendo le cose a posto, ma più ricordando a memoria la stanza che effettivamente vedendo.
<<Peccato, non si può mettere neanche un po' di musica>>, grido io dalla cucina, illuminato dalla luce del pianerottolo dalla finestrella.
<<Eh..>>, sospira lei dalla stanza.
Dopo qualche minuto mi fa visita per verificare che tutto proceda. Dà un'occhiata investigativa alla pentola. Io per tenerla occupata propongo:
<<Apriamo la bottiglia di vino?>>.
<<Perché no?>>, mi guarda sorridendo di buon umore e mi dà un bacio.
Prendo il cavatappi e stappo. Verso il vino.
<<Al nostro sabato pomeriggio.. Prost>>, cercando goffamente di arrotare la "r" alla maniera tedesca.
<<Prost!>>, risponde lei con impeccabile accento crucco.
<<Dai prendi i piatti che è quasi pronto. Li riempiamo qui e saliamo in terrazza con la bottiglia di vino>>.
<<Mmm!!!>>.
<<Tu porta bicchieri e bottiglia, io riempio i piatti e ti raggiungo>>.
<<Le prendi tu le chiavi?>>.
<<Sì, non ti preoccupare!>>.
Riempio i piatti, esco di casa con le chiavi in tasca e i due piatti fumanti in mano, tiro la porta con un piede, non è chiusa perfettamente, ma a quest'ora chi vuoi che passi dal pianerottolo?
Salgo un piano e faccio il mio ingresso trionfale sulla terrazza con i piatti fumanti in mano. Tiro una boccata di ossigeno, mi guardo intorno, l'aria è fresca e profumata di Gianicolo e di Orto botanico comunale. Qualche gabbiano strilla in volo, ma si amalgama con il paesaggio.
Ci sediamo al tavolo. Stasera non c'è nessuno sulla terrazza condominiale, siamo soli.
Spazzoliamo i piatti come se non mangiassimo dal giorno prima (a dire il vero io non mangio dal giorno prima).
<<Sediamoci a terra per finire il vino..>>, propongo alla fine.
C'è calma, tranquillità, silenzio, armonia, sazietà, amore.
Rollo una sigaretta "plus", mentre Kath sta già fumando una sigaretta semplice che si è immediatamente rollata dopo cena, canonicamente.
Sono le 11, non abbiamo altri programmi per la serata.
<<Che si fa domani? Perché non andiamo a Calcata?>>, butto lì io.
<<Mm, ma ci siamo già stati. Potremmo andare al lago, Fede>>.
<<Quale lago?>>.
<<Quello che dicevi tu..>>.
<<Ah, il lago di Martignano>>.
<<Boh..>>.
<<Perché no..>>.
<<Sì sì, e poi facciamo l'amore nel prato>>.
<<Eh??!?! O!?! Ma che ti sei messa in testa?>>.
<<Sì sì!! Dai...>>.
<<Ma è domenica, sarà pieno di gente..>>,
Alza le spalle: <<E vabbeh, ma troveremo un posto dove non c'è nessuno..>>.
<<Eh, mica facile>>. Mi piace fingere di scoraggiarla in queste sue idee strambe che in realtà mi fanno impazzire.
<<Ma perché non ci facciamo un giro a Villa Borghese? Possiamo noleggiare una barchetta e remare tra papere e tartarughe..>>.
<<Ma tu hai detto che anche al lago si può noleggiare una barca..>>.
<<No, al lago si noleggia il pedalò..>>.
<<E cos'è il peda.. peda..>>.
<<Pedalò. E' quello che stai seduto e pedali come in bicicletta, seduti uno a fianco all'altra come in macchina e così ti muovi sull'acqua..>>.
<<Ah, ho capito. Tretboot. In Italiano? Pedalò. Eh, va bene, che problema c'è. Noleggiamo questo. E poi a Villa Borghese vorrei andarci il prossimo fine settimana che arriva Josepha>>.
<<Josepha? E chi è Josepha?>>.
<<Ma come chi è? Te l'avevo detto che veniva a trovarmi una mia amica di Dresda. Viene con il suo ragazzo. Si fermano 5 giorni. Ho preso un giorno di ferie venerdì e li porto a vedere Roma e poi vorrei andare anche a Villa Borghese. La sera poi andiamo a mangiare la pizza a San Lorenzo, al Formula Uno..>>.
<<Ah, hai già fatto tutto il programma..>>.
<<Sì, sì. E poi sabato andiamo a Napoli e la sera andiamo a mangiare la pizza da Sorbillo. Ma come, Fede, non ti ricordi? Te l'avevo detto che veniva Josepha..>>.
<<Sì, ma non pensavo che era già il prossimo fine settimana>>.
<<Perché hai degli impegni?>>.
<<Mm, non mi pare>>.
<<Yuhuu!!! Così andiamo insieme a Napoli con il nostro trenino a 10 €!!>>.
<<Sì, e 3 ore di viaggio schiacciati come sardine..>>.
<<Sì, va bene, però intanto si parla, si guarda il paesaggio, poi a Gaeta c'è il mare fuori dal finestrino..>>.
<<Sì, poi magari c'è un guasto al treno così il mare te lo guardi proprio bene fuori dal finestrino con il treno fermo, un caldo pazzesco e l'invidia per quelli che stanno sulla spiaggia..>>.
<<Sì, va bene, però poi anche noi quando arriviamo a Napoli andiamo alla Caiolella a fare il bagno, yuhuu!!!!!>>.
<<Ti ricordi quel giorno a gennaio alla Caiolella, quando c'era anche Virgilio? Abbiamo fatto due passi tu ed io. Era la prima volta che ci rivedevamo da quando eri tornata a Napoli dopo le vacanze di Natale. C'eravamo tutti, tutti gli amici e ci eravamo portati da mangiare. Poi abbiamo incontrato quelle persone che ci hanno offerto il vino sugli scogli. Başak ha fatto delle belle foto in bianco e nero quel giorno. Ti ricordi, abbiamo fatto due passi insieme soli tu ed io sul molo e io ti dissi che ti avevo pensata tanto e che ero sempre innamorato di te ma tu non dicevi niente..>>.
<<Perché ci dovevo pensare..>>.
<<Eh.. Ma cosa c'era da pensare?>>.
E così sfottendoci un po' si è fatta quasi l'ora di andare a letto. La sigarettina "plus" ha fatto il suo dovere e domani andremo al lago. E poi una volta là, si vedrà.
18. Gute nacht, mein Schatz!
Raccolti i piatti dal tavolo scendiamo in casa.
Chiudiamo la porta della stanza. La finestra resta aperta, ormai fa caldo. Ci spogliamo al lume di candela.
Io sono mansueto questa sera, ma Kath si sente un po' gattina e sa come provocarmi. E poi ha acceso il computer portatile sulla mensola sospesa in fondo al soppalco, ma questa sera non è per guardare gli speciali "Blu Notte" di Carlo Lucarelli sui misteri italiani (che a lei piacciono molto, all'inizio, poi si addormenta e lascia me da solo a guardarli fino alla fine). Questa sera la luce del computer è l'unica che abbiamo perché manca la corrente, perciò farà da abat-jour. Ora Kath ha messo Damien Rice per fare atmosfera e c'è la nostra canzone preferita, "Amie", ormai mi ha conquistato: "Nothing unusual, nothing strange / Close to nothing at all / The same old scenario, the same old rain".
"Niente di inusuale, prossimo al nulla, il solito vecchio copione, la solita vecchia pioggia".
"But I'm not a miracle / And you're not a saint / Just another soldier / On the road to nowhere / Amie come sit on my wall / And read me the story of O / And tell it like you still believe / That the end of the century / Brings a change for you and me".
"Io non sono un miracolo e tu non sei una santa, solo un altro soldato sulla strada per nessun dove, Amie, vieni a sederti sul mio muro e leggimi la storia di O, e raccontala come se tu ancora credessi che la fine del secolo porti un cambiamento per te e per me".
Questa notte qualcosa di me sarà dentro di lei.
Spento il portatile, dopo l'amore le ultime parole:
<<Sogni dolci, amore>>, io rimango sospeso su quella "r" per qualche secondo a farla risuonare nelle mie orecchie. Poi rispondo:
<<Gute Nacht, mein Schatz, schlaf schön! Süße Träume..>>...
<<Süße Träume..>>..
Qualche attimo di silenzio. Si sentono solo i gabbiani, ma giusto qualche grido non molesto qua e là nel cielo.
<<Ma a Palermo ci sono spiagge come la Caiolella?>>.
<<No, a Palermo c'è Mondello, vedrai, è una spiaggia di sabbia bellissima. E poi basta uscire un po' da Palermo e ci sono delle spiagge favolose. Poi andremo a San Vito Lo Capo, in moto>>.
<<Ci sono dei musei interessanti da visitare?>>.
<<Beh, per prima cosa la tomba di Federico II nella cattedrale di Palermo. Un tedesco che aveva capito il Mediterraneo, non come quelli di oggi che vengono solo per bagnarsi i piedi in acqua e portarsi a casa qualche souvenir del loro viaggio avventuroso in Italia..>>.
<<Ma dai, Fede, non è così..>>..
Io cerco di guardarla con scherzosa severità. Ma tanto lei non mi vede e nemmeno io la vedo nel buio. Riprendo il discorso per andare oltre.
<<E poi al mattino andremo alla pescheria sotto casa a comprarci il pesce fresco che costa poco tutti i giorni. Vedrai, sarà bellissimo>>.
<<Grazie, Fede. Lo sai che ti amo?>>.
Io le sorrido. Non la vedo bene negli occhi, perché è buio, la luce è spenta e comunque manca la corrente.
Penso che i suoi occhi siano sinceri. Così io me li vedo nel buio.
<<Certo che lo so. Ich liebe dich auch..>>.
Addio, Freude meiner Augen. "I'll see you on the dark side of the moon".
Ti rivedrò sul lato oscuro della luna.
Chiudiamo la porta della stanza. La finestra resta aperta, ormai fa caldo. Ci spogliamo al lume di candela.
Io sono mansueto questa sera, ma Kath si sente un po' gattina e sa come provocarmi. E poi ha acceso il computer portatile sulla mensola sospesa in fondo al soppalco, ma questa sera non è per guardare gli speciali "Blu Notte" di Carlo Lucarelli sui misteri italiani (che a lei piacciono molto, all'inizio, poi si addormenta e lascia me da solo a guardarli fino alla fine). Questa sera la luce del computer è l'unica che abbiamo perché manca la corrente, perciò farà da abat-jour. Ora Kath ha messo Damien Rice per fare atmosfera e c'è la nostra canzone preferita, "Amie", ormai mi ha conquistato: "Nothing unusual, nothing strange / Close to nothing at all / The same old scenario, the same old rain".
"Niente di inusuale, prossimo al nulla, il solito vecchio copione, la solita vecchia pioggia".
"But I'm not a miracle / And you're not a saint / Just another soldier / On the road to nowhere / Amie come sit on my wall / And read me the story of O / And tell it like you still believe / That the end of the century / Brings a change for you and me".
"Io non sono un miracolo e tu non sei una santa, solo un altro soldato sulla strada per nessun dove, Amie, vieni a sederti sul mio muro e leggimi la storia di O, e raccontala come se tu ancora credessi che la fine del secolo porti un cambiamento per te e per me".
Questa notte qualcosa di me sarà dentro di lei.
Spento il portatile, dopo l'amore le ultime parole:
<<Sogni dolci, amore>>, io rimango sospeso su quella "r" per qualche secondo a farla risuonare nelle mie orecchie. Poi rispondo:
<<Gute Nacht, mein Schatz, schlaf schön! Süße Träume..>>...
<<Süße Träume..>>..
Qualche attimo di silenzio. Si sentono solo i gabbiani, ma giusto qualche grido non molesto qua e là nel cielo.
<<Ma a Palermo ci sono spiagge come la Caiolella?>>.
<<No, a Palermo c'è Mondello, vedrai, è una spiaggia di sabbia bellissima. E poi basta uscire un po' da Palermo e ci sono delle spiagge favolose. Poi andremo a San Vito Lo Capo, in moto>>.
<<Ci sono dei musei interessanti da visitare?>>.
<<Beh, per prima cosa la tomba di Federico II nella cattedrale di Palermo. Un tedesco che aveva capito il Mediterraneo, non come quelli di oggi che vengono solo per bagnarsi i piedi in acqua e portarsi a casa qualche souvenir del loro viaggio avventuroso in Italia..>>.
<<Ma dai, Fede, non è così..>>..
Io cerco di guardarla con scherzosa severità. Ma tanto lei non mi vede e nemmeno io la vedo nel buio. Riprendo il discorso per andare oltre.
<<E poi al mattino andremo alla pescheria sotto casa a comprarci il pesce fresco che costa poco tutti i giorni. Vedrai, sarà bellissimo>>.
<<Grazie, Fede. Lo sai che ti amo?>>.
Io le sorrido. Non la vedo bene negli occhi, perché è buio, la luce è spenta e comunque manca la corrente.
Penso che i suoi occhi siano sinceri. Così io me li vedo nel buio.
<<Certo che lo so. Ich liebe dich auch..>>.
Addio, Freude meiner Augen. "I'll see you on the dark side of the moon".
Ti rivedrò sul lato oscuro della luna.
Istanbul, settembre 2009