2008 - 10 - 6 - Vicenza: referendum auto-gestito

E’ cominciato all’alba il giorno dell’orgoglio vicentino, perlomeno di quella parte di Vicenza, estesa, radicata, se non maggioritaria, che si oppone alla costruzione di una nuova base militare americana in città. Dunque questo sembra essere il risultato di una consultazione popolare anomala e a un certo punto sorprendente, già prima non vincolante e diventata poi anche non legale, cioè da mercoledì 1 ottobre quando il Consiglio di Stato si è pronunciato definendo “un auspicio irrealizzabile” l’oggetto del referendum e pertanto annullandolo.
La giornata quindi di domenica 5 ottobre si è trasformata nell’occasione di una grande iniziativa popolare avente scopo il ripristino del diritto alla consultazione. Sono stati così allestiti nel giro di 3 giorni 32 “centri di raccolta” , ossia altrettanti gazebo portati da diverse associazioni della città, posizionati davanti alle scuole e agli edifici pubblici che avrebbero dovuto ospitare i seggi del referendum. Una decina i volontari per ciascun seggio che si sono dati il cambio durante tutta la giornata per permettere ai propri concittadini di esprimere il loro voto, dalle 8 alle 21. A sorvegliare la corretta applicazione delle procedure di voto un “comitato per la consultazione”, diretto a sua volta da un “comitato dei garanti”, composto da notai della città. Il tutto organizzato in 3 giorni e, come detto, a titolo di volontariato.
Verso la mezzanotte di una lunga e storica giornata per la città (e forse non solo), in piazza Castello, a una folla di un migliaio di vicentini sono stati comunicati i numeri usciti dalle urne. Aventi diritto al voto: 88,112. Votanti: 24.094, 96% dei quali contrari alla base. Ha pertanto deciso di votare circa il 27% dei cittadini di Vicenza con diritto di voto. Il “quorum”, stabilito prima del pronunciamento del Consiglio di Stato, era stato posto intorno ai 35mila voti, sulla base dei cittadini che hanno votato al primo turno alle scorse elezioni amministrative di aprile. Pertanto il risultato, letto in questi termini, sembrerebbe marginale. Tuttavia a giudicare dalla reazione della piazza i “no Dal Molin” devono aver avuto comunque più di un motivo per festeggiare. La giornata del referendum parallelo è stata per loro comunque un successo e un applauso liberatorio ha salutato la comunicazione dei voti.
Qualche considerazione. Sarebbe quantomeno improprio per non dire ingeneroso impugnare questi numeri ora, quando la consultazione si è svolta in evidenti condizioni di disagio, per la semi-clandestinità dei gazebo-seggi nonché per le casuali o meno imprecisioni divulgate dalla stampa locale (il giornale locale “Gazzettino”, nelle pagine dedicate a Vicenza” dava 9-13 come orario di apertura dei seggi), depistaggi e più o meno velate intimidazioni. Domenica mattina non era raro incontrare passanti vicentini sorprendersi dicendo: “Ah, ma allora alla fine il referendum si fa lo stesso?”.
Inoltre per pesare questi numeri andrebbe considerato che più o meno con gli stessi voti l’attuale sindaco Achille Variati è stato eletto lo scorso aprile al ballottaggio, quando i votanti erano stati circa 51mila. E’ vero, soltanto poco più di un quarto dei vicentini aventi diritto hanno votato, ma è un quarto che pesa.
Infine, questo referendum non era inerente un tema di carattere ineludibile ed universale, come “nucleare sì, nucleare no”, oppure “ogm sì, ogm no”, oppure ancora “ponte sì, ponte no”. Inquanto coloro che si sono pronunciati (e i loro concittadini che hanno deciso di non farlo) non sono comunque i titolari del progetto in questione.
Il progetto è un’idea dell’amministrazione americana, che per convenienza o per opportunità, potrebbe considerare quei 24.094 voti davvero troppo pesanti. Come a dire che, anche se il “quorum” non è stato raggiunto, in un sillogismo imperfetto, ora continua a non esserci nessun obbligo per nessuno di costruire una nuova base militare americana.
E, a giudicare dalle prima parole del sindaco Achille Variati, pronunciate sotto il tendone del “media center” di piazza Castello verso mezzanotte di domenica, una volta comunicati i dati definitivi, sembrerebbe questa la linea che i “no Dal Molin” adotteranno da qui in avanti.
“Questa giornata non la dimenticheremo facilmente – ha detto il sindaco alla folla commossa. Questo risultato non è confrontabile con altre votazioni istituzionali. E’ stato un evento straordinario e noi siamo fieri di avervi partecipato. Vicenza è finalmente una città in movimento ed è anche un campanello d’allarme per la politica nazionale”.
Di fatto le istituzioni italiane tutte, dal Governo, al presidente del Consiglio (che ha definito “gravemente inopportuno” il referendum), al Consiglio di Stato, alle segreterie di tutti i partiti, hanno perso con questo comportamento ogni credibilità di fronte a tutti coloro che a Vicenza hanno visto usurpato il proprio diritto di voto di cittadini di una società democratica.
Pertanto si capiscono le ultime parole con le quali il sindaco ha salutato i concittadini: “D’ora in avanti i nostri soli interlocutori saranno gli Americani”, che a questo punto sono di fronte a un dato certificato, seppure non maggioritario, comunque esteso e radicato: che al meno 1 vicentino su 4 non gradisce la costruzione della nuova base militare e tra coloro che non gradiscono vanno inclusi i componenti della maggioranza comunale. Ed è probabile che la prossima mossa a breve dei “no Dal Molin”, nella persona del sindaco, sarà proprio la consegna ufficiale a mano all’ambasciata americana in Italia delle schede del referendum.
Proprio gli Americani infatti dimostrano di prendere sul serio anche poche migliaia di voti. Per molti meno Bush nel 2000 si aggiudicò lo stato della Florida che gli permise di guadagnare la Casa Bianca. Allora poche migliaia di voti cambiarono la Storia del mondo. Oggi, 24.094 voti potrebbero bastare per cambiare almeno la Storia di Vicenza.
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