2008 - 04 - Piccolo saggio sull'Italia umiliata al voto

Nel dicembre scorso a Milano ero a cena da amici, c’erano 2 registi iracheni in città per partecipare al festival “Off-line Baghdad”. Si parlò anche di elezioni irachene, ma presto si finì a parlare più in generale dell’idea stessa di elezioni. C’era in loro quello stesso fervore che riscontro in certe persone anziane che hanno magari fatto la Resistenza, che invocano la sacralità intrinseca del voto. Certo, per chi ha vissuto a lungo sotto un regime, per chi è cresciuto in un Paese che nel corso del ‘900 si è più volte riconvertito da protettorato retto da usurpatori locali a fugaci esperienze rivoluzionarie presto rivelatesi altrettanti imbuti assolutisti, quale l'Iraq è, anche solo il gesto fisico di recarsi nell’urna deve rappresentare un’emozione del tutto particolare.
Io dopo un poco li gelai: “vi accorgerete presto che è tutta una presa in giro”. Mi guardarono un po’ offesi, come provocati. Ma devo dire che le loro argomentazioni per ribattere alla mia affermazione mi sono parse oltremodo ingenue. Certo non si può pretendere che l’entusiasmo del neofita sia esso stesso dimestichezza con la materia che si aspira a possedere.


Impermeabilità al condizionamento di massa
Era il dicembre 2000 quando a Belgrado venni intervistato dal quotidiano Danas, tra i più letti in Serbia. Decisero di fare un articolo su di me in seguito ad una serata tenuta al Centro per la Decontaminazione Culturale di Borka Pavicevic dove si parlò di “Ostavka!“, la trasmissione radiofonica settimanale dedicata alla Serbia che animavo ormai da quasi 2 anni (ma che sarebbe terminata di lì a poco) e del libro stampato in Italiano da me scritto (“Good morning, Pristina!”). Alla fine il titolo di quella intervista risultò: “Non credo nel processo democratico”. Quando lo lessi, la cosa spaventò persino me stesso. “Ma come, non sono un democratico io? Non mi vorranno mica fare passare per un filo-Milosevic nostalgico della dittatura, oppure per un qualunquista..”. Al contrario il mio pensiero nell’articolo era stato rispettato. Mi riferivo alla singolare esperienza tutta serba che non appena affrancata dal partito unico titoista con le libere elezioni nell’allora Federazione jugoslava del 1991, si ritrovò a votare (o meglio a legittimare) uno dei peggiori dittatori nati nel Paese nel ‘900, per l’appunto Slobodan Milosevic. Se questa è la democrazia, allora molto meglio la dittatura, che perlomeno non è legittimata se non dalla violenza fisica. La democrazia in Serbia era sembrata negli anni ‘90 una dittatura risultato di una violenza psicologica al Paese. Su queste teorie Borka Pavicevic è stata per me una madrina, lei che da anni era convinta che l’instaurazione della vera democrazia nel suo Paese sarebbe necessariamente passata attraverso la “decontaminazione culturale”. In altre parole, la gente votava “contaminata culturalmente” e pertanto si scavava da sola la propria fossa. Se questa è la democrazia, meglio la dittatura che non ha legittimazione. Si può dire che Borka stesse insinuando un concetto assai dirompente per quanto diffusamente risaputo ma taciuto. Ossia che esista un dislivello in termini di indipendenza intellettuale tra i candidati e i cittadini elettori, i quali non sempre sono in grado, da soli, di proteggersi da una contaminazione che, come con qualunque persona affetta da dipendenza, li condurrebbe ciecamente e acriticamente nelle braccia del loro carnefice. Si chiama altrimenti “propaganda”, ma non più volta solo a giustificare le decisioni dei potenti, ma soprattutto a confondere e manipolare le coscienze dei più esposti nella collettività a scapito di tutti. Il cosiddetto processo democratico diventa quindi la più subdola delle manipolazioni (e delle dittature) quando la collettività diventa vittima delle più spietate strategie di condizionamento di massa. Questo volevo dire in quell’intervista e questo fu fedelmente riportato dalla giornalista che mi intervistò. L’articolo venne ripreso poi da alcuni siti in Serbia e venne anche inserito in una raccolta. Se non fossi io qui a scriverne oggi, penso meno di una manciata di persone in Italia sarebbero al corrente di questo episodio, ma non importa, è solo divertente. Resta comunque un episodio importante del mio percorso.
Su quali siano i meccanismi di costruzione del consenso uno degli articoli più mirabili è stato scritto da Zbigniew Brzezinski, già consigliere alla sicurezza nazionale del presidente americano Jimmy Carter, e pubblicato il 28 febbraio scorso sulle pagine del Washington Post con il titolo “Terrorized by 'War on Terror' - How a Three-Word Mantra Has Undermined America”. Citerò questo articolo solo limitatamente alle osservazioni sulla costruzione del consenso di massa, ma quanto riportato è solo una parte dell’invece più ampio e meritevole scritto di cui occorrerà tenerne conto.
<<L'elevazione di queste tre parole, da parte dell'amministrazione Bush, a un mantra nazionale, a partire dagli orribili eventi dell'11/9 ha avuto un impatto dannoso sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli USA nel mondo. L'uso di questa frase (guerra al terrore, NDT) ha di fatto minato la nostra capacità di confrontarci efficacemente con le vere sfide poste a noi da fanatici che potrebbero usare il terrorismo contro di noi. (..) Il terrorismo non è un nemico ma una tecnica di guerra: l'intimidazione politica attraverso l'uccisione di non combattenti inermi. (come il 90% dei bombardamenti aerei NDT) Ma il piccolo segreto qui potrebbe essere che la vaghezza dell'espressione era stata deliberatamente (o istintivamente) calcolata dai suoi fautori. Il costante riferimento a una “guerra al terrorismo” ha raggiunto un obiettivo principale: ha stimolato l'emergere di una cultura della paura. La paura oscura la ragione, intensifica le emozioni e facilita ai politici demagogici la mobilitazione del pubblico a favore delle politiche che gli stessi politici vogliono realizzare. La guerra scelta in Iraq non avrebbe mai potuto ottenere l'appoggio congressuale che ha avuto senza il legame psicologico con lo shock dell'11/9 e la supposta esistenza delle armi di distruzione di massa irachene. (…) La cultura della paura ha alimentato l'intolleranza, i sospetti sugli stranieri e l'adozione di procedure legali che minano le nozioni fondamentali della giustizia. La presunzione di innocenza fino a prova di colpevolezza è stata diluita se non cancellata, con alcuni – persino cittadini statunitensi – incarcerati per lunghi periodi senza un dovuto e pronto accesso a un equo processo (gli altri non sono persino cittadini statunitensi NDT). Non esistono prove note e sicure che tali eccessi abbiano impedito significativi atti terroristici, e le condanne di aspiranti terroristi di qualunque sorta sono state poche e a lunghi intervalli di tempo l'una dall'altra. Un giorno gli americani si vergogneranno di queste cose allo stesso modo in cui ora si vergognano di precedenti esempi, nella storia degli USA, di panico che provoca l'intolleranza contro le minoranze>>.
E’ fin troppo evidente quanto strategie simili siano pesantemente in atto anche in Italia, con una prevalenza nel considerare gli immigrati stessi fonte intrinseca di pericolo più che attentati del terrorismo islamico sul territorio italiano.
Mi è capitato di recente di guardare un pezzo di un documentario dal titolo “Tecnologia del consenso” in cui si cita un altro documentario dell’ “Encyclopaedia Britannica Films” sullo slittamento delle società tra “democrazia” e “dispotismo”, con tanto di anglosassone maniacale presunta formula algebrica per calcolare i rischi di una regressione, appunto, dispotica. Al di là delle formule, le considerazioni sono molto interessanti e i riferimenti alla realtà italiana saranno per lo spettatore inevitabili.
Infine, su questo punto, consiglio un intervento di Pier Paolo Pasolini su uno spezzone di una trasmissione televisiva RAI condotta da Enzo Biagi, soffermandosi in particolare su questa affermazione del celbre poeta e regista: "Di fronte all'ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro".

Mandato con limite temporale-etico permanente
All’indomani dei fatti del G8 di Genova, nell’agosto del 2001, mi recai per la prima volta in Algeria. Lì ricevetti un altro determinante “insegnamento democratico”, che ho cercato di raccontare nel documentario "Il ritorno degli Aarch" e che così si può riassumere: limite della durata del mandato condizionato alla fedeltà del rappresentante. Il meccanismo è molto semplice, persino scontato e gli esempi dei danni provocati dalla mancata adozione di questo principio in campo nazionale e internazionale in questi ultimi anni si sprecano. Lo si capisce ancor meglio dando un nome diverso ad alcuni soggetti in campo. Gli elettori proviamo semplicemente a chiamarli “base”, i candidati eletti proviamo a chiamarli “portavoce”. Qualcuno da un po’ di tempo in Italia ha cominciato a chiamarli “dipendenti”, ma credo che “portavoce” sia più proprio. In altre parole la “base” si riunisce, procede tramite assemblee popolari all’assunzione di decisioni che vengono affidate a “portavoce” che si incaricano di trasferire fedelmente le decisioni medesime dalla base ad un’assemblea più alta, fino all’assunzione di decisioni collettive che possono rappresentare un numero molto vasto di persone. Ma soprattutto, i “portavoce” perdono il loro incarico nel momento stesso in cui arbitrariamente modificano il messaggio affidato loro dalla “base”. Perciò il loro mandato non ha un limite temporale predefinito, ma una sorta di limite temporale-etico: non appena tradiscono la volontà della “base”, in quel preciso momento cessa il loro mandato, e non al termine della legislatura. Il guaio è questo: la legislatura. Un salvacondotto che legittima il politico a scelte diverse da quelle per le quali è stato eletto. Sarà a questo punto fin troppo chiaro a quali episodi mi riferisco.
Si pensi ad esempio alla guerra in Iraq, ampiamente impopolare in quei Paesi che hanno mandato i propri eserciti a combattere. In questo caso il mandato dei cittadini è stato tradito. La democrazia occidentale direbbe: “bene, la prossima volta i cittadini traditi non rivoteranno gli stessi politici”. Io giudico insufficiente questo meccanismo. Quante volte la gente vota un candidato perché non ce n’è uno migliore? Il che significa che accetta “certi tradimenti” pur di salvare nel complesso il resto delle proprie idee, una sorta di cornuto e rassegnato. Nel momento stesso che Bush, Blair e Berlusconi hanno deciso di inviare soldati in Iraq, in quel momento stesso il loro mandato avrebbe dovuto terminare. A casa. "La Historia es nuestra y la hacen los pueblos".


Le 4 gambe del tavolo italiano
Ogni tanto mi trovo a descrivere lo Stato italiano come un tavolo con le regolari 4 gambe. Un tavolo cioè che si regge con la condizione che nessuna di quelle 4 gambe venga meno. Quelle 4 gambe però, secondo la mia personale lettura, hanno una forma e un’altezza diverse, 3 di quelle gambe cioè provengono da altri tavoli. Queste 4 gambe sarebbero: il Vaticano, la Mafia, l’America, la gente che resiste e che sogna la rivoluzione confiscata nel 1945. Basterebbe che una di queste gambe venisse meno e il tavolo ruzzolerebbe. Io, per inciso, sono perché il tavolo ruzzoli e si smetta di prenderci in giro. Che si raccolgano tutte le cose cadute a terra e le si ripongano su un tavolo costruito tutto daccapo. Meglio così, anziché continuare a poggiare su questo tavolo incerto e traballante, che appena si mette una pezza sotto a una gamba, comincia a traballare dall’altra parte e quindi zeppa dopo zeppa il tavolo diventa sempre più traballante. Prima lo si rovescia e meglio è. Ricominciamo daccapo. Ben inteso, con le 4 gambe di uno stesso tavolo, il nostro. Quello di un’Italia mediterranea, libera e laica. Il contrario di ciò che è ora, un’Italia atlantica, mafiosa e clericale.
Naturalmente anche se l’unica gamba legittima del tavolo venisse meno, il tavolo cadrebbe. Ma l’agonia potrebbe essere lunga, la regressione al despotismo potrebbe durare decenni e altri volercene perché il dispotismo, come ogni dispotismo, imploda. O cosa ci sarebbe dopo?
Ma qui mi preme ritornare a fare appello per un’Italia mediterranea contro l’erronea idea dell’Italia atlantica, smentita dalla geografia anzitutto.
Qualche giorno fa, durante una festa tra famigliari, ho avuto modo di scambiare qualche parola con un militare italiano in partenza per l’Afghanistan. Il nostro dialogo è stato paradigmatico, per quanto breve.
<<Mah, io penso che l’esercito italiano non dovrebbe essere in Afghanistan, in quanto si tratta di un’azione militare anticostituzionale. L’articolo 11 per me ha un significato preciso>>.
L’articolo 11 della Costituzione italiana recita: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
La risposta che ho avuto:
<<Sì, ma l’Italia ha anche firmato un trattato internazionale di adesione alla NATO che va rispettato>>.
L’articolo 5 di tale trattato recita: "Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.
Ancora qualche battuta, altrettanto illuminante:
<<In ogni caso l’operazione Sarissa dell‘esercito italiano, operazione che doveva rimanere segreta, è a tutti gli effetti guerra e non servizio di polizia. Lo scopo non è quello di rendere sicuri gli Afghani, ma quello di sconfiggere un esercito, quello dei Talebani, regolare o irregolare che sia..>>.
<<Ma le due cose sono legate. Se noi ci limitassimo a sorvegliare i villaggi della gente senza contrastare i Talebani, poi quelli si riorganizzano, si riavvicinano ai villaggi e riprendono la loro propaganda sugli abitanti civili con il risultato che alla fine ci troviamo contro anche loro..>>..
Interessante. Resta da capire cosa sia ciò che il militare chiama “propaganda talebana”. L’unica cosa peggiore di un tiranno è un tiranno straniero, cioè un occupante. Forse gli abitanti di questi villaggi è così che vedono i militari tutti, italiani compresi.
Beh, certo il nostro è stato un discorso tra persone costituzionaliste loro malgrado. Persone cioè che non hanno nessuna intenzione di imbastire una discussione costituzionalista, quanto piuttosto di entrare nel merito delle proprie idee e di trovarne semmai posteriore legittimità in articoli di costituzioni o trattati.
La questione è molto più evidente. Gli articoli sopra riportati piegati e in alcuni casi forzati per configurare l’orizzonte di politica estera (ma di fatto anche interna) cara a molti Italiani: l’Italia braccio destro degli Stati Uniti d’America. La mia Italia ideale è invece molto lontana dalla politica americana. Non per una ragione politica o ideologica (anche, ma è un caso). Non per una ragione di colonizzazione di fatto, culturale ed economica, che l’Italia patisce nei confronti degli Stati Uniti (anche, ma è un caso). Ma per una ragione semplicemente geografica ed identitaria. Non mi sento semplicemente atlantico. Sono mediterraneo. Il che significa che mi capisco molto meglio con un algerino, anche se non dovessimo capire le nostre lingue, che con un americano. Il che significa che la mia identità (oltre alle mie idee) mi avvicina terribilmente alle genti prostrate del Mediterraneo.
La destra in Italia vince le elezioni con la parola “sicurezza” e con la parola “libertà”. Proprio le scelte dei partiti di destra rendono al contrario l’Italia meno sicura e meno libera. “Padroni a casa nostra”, gridano i leghisti. “Liberi da Roma padrona”. Forse piace di più essere schiavi di Washington che di Roma? Il Nord Italia è puntellato di insediamenti militari americani, extraterritoriali, pericolosi per la salute e per la sicurezza dei cittadini che abitano nelle vicinanze e soprattutto sono insediamenti militari a tempo indeterminato (a carico del contribuente, anche quello leghista, per quasi la metà dei costi). Nord indipendente allora! Da Roma. E schiavo di Washington, perché così “Iddio lo creò”!
Se questa è la patria..


Le priorità del mio Paese ideale
Qualche settimana fa è arrivato un commento di una sconosciuta lettrice, Sara:
<<E’ troppo facile però scrivere così. Io, ad esempio, non ce l'ho affatto con i rom o con gli extracomunitari in generale, così, a priori e con pregiudizio. Proprio oggi ero sull'autobus a scambiarmi sorrisi e a scherzare con una bambina zingara che era tenerissima. Io non sono razzista. Però sono una ragazza, giovane e bionda, che quando esce la sera (e non a orari assurdi, parlo anche delle prime ore di buio) ha paura di andare in giro. E non sono mie allucinazioni o mie fantasie che la maggior parte delle persone che mi hanno fatto paura, e a volte aggredita, siano extracomunitari. La situazione è particolarmente delicata ed è giusto sensibilizzare la gente a realtà diverse da quelle in cui siamo abituati a vivere, ma sta peggiorando esponenzialmente e io temo per me e per il futuro dei figli che avrò (sempre in quel lontano futuro). Quindi è giusto scrivere un pezzo del genere, ma bisogna scrivere tutto ed evitare affermazioni decisamente positivistiche tipo che tutti quelli che vivevano sotto il ponte della Ghisolfa non facevano male a nessuno, perchè non è detto. Poi Adi è sicuramente un ragazzo bravissimo, ma se siamo troppo buonisti e moralisti senza pensare seriamente ai lati negativi della situazione quelli che ci rimettono sono le persone indifese, come le donno come me>>.
Ho molto rispetto delle paure di questa ragazza. Ma dietro ai comportamenti antisociali violenti, tutti, quelli di connazionali e quelli di stranieri, ci sono sempre delle responsabilità collettive che vanno prese in considerazione. Chi commette uno stupro non va giustificato, nel senso proprio di essere "reso giusto", no, ha sbagliato e ha fatto una cosa terribile. Ma non mi convince l'idea che solo punendo il singolo si risolva il problema. Non lo penso perché mi scuotono profondamente tutti i casi di violenza. Perciò so che per evitarli non basta punire, ma occorre anche permettere alle persone di condurre una vita dignitosa con il conforto di tutti quegli elementi minimi di cui ciascuno ha bisogno, dagli affetti, alla salute, alla speranza per sé e i propri cari. Ci sono migliaia di immigrati in Italia, ragazzi giovani, emarginati, smarriti in un Paese straniero, soli, senza possibilità di avere una normale vita affettiva (non parliamo di quella sessuale). Penso che anche quella manciata di loro che si abbandona a violenza sulle donne, forse non lo farebbe se avesse una famiglia, una fidanzata, un posto sicuro dove vivere come tutte le persone normali. Si potrebbe dire a questo punto che l’Italia non può accogliere tutti e quindi hanno ragione coloro che dicono che i clandestini devono essere rispediti al loro Paese. Ma quale diritto morale abbiamo di respingere alla frontiera quel 90% di popolazione mondiale che noi costringiamo a vivere con il 10% delle risorse?
A Sara non vorrei augurare di sentirsi sicura, vorrei augurare di vivere in pace, che ha un significato più ampio e più profondo. E non occorre pretendersi estremista per sapere che non c’è pace senza giustizia. E la nostra società è ingiusta. Mia cara lettrice, che tu possa passeggiare anche a notte fonda per i parchi o le periferie sentendoti sicura in una società giusta e perciò in pace con se stessa.
Al contempo però non si può ignorare come le fasce deboli della popolazione italiana stiano pagando il prezzo più alto in termini di sicurezza. La sicurezza da aggressioni di tipo fisico. Ma una sicurezza anche di tipo lavorativo, perché il lavoro precario è esposto alla concorrenza spietata di chi, appunto straniero, è esposto ai ricatti del datore del lavoro e a quei ricatti finisce per cedere (perché comprensibilmente è meglio essere schiavi in Italia che nel loro Paese). Un meccanismo perfetto che mette i lavoratori gli uni contro gli altri, abbassa i salari, abbassa la sicurezza sul posto di lavoro, aumenta la precarietà del posto di lavoro e favorisce gli egoismi dei datori di lavoro. Tutto questo è iniquo, semplicemente.
Ma torniamo alla sicurezza fisica. Una statistica dice che su 10 stupri in Italia 4 sono compiuti da stranieri. Mentre proprio in questi giorni i centri di ascolto “Differenza donna” e “Solidea” hanno comunicato una statistica secondo cui l’80% delle violenze sulle donne in Italia sarebbe domestica, pertanto proveniente da figure maschili in qualche modo con un legame familiare con la vittima, pertanto uomini italiani. Se quindi ci si ostina a considerare gli stranieri la causa delle aggressioni sulle donne, ciò vuol dire forse che esiste un diritto allo stupro tra concittadini? O piuttosto forse il problema sta nella cultura della violenza e della prevaricazione, il maschilismo, il degrado morale?
I cittadini hanno bisogno di una risposta. Purtroppo l’unica risposta politicamente agibile oggi in Italia è però quella sbagliata. La legge “Bossi-Fini”, accolta dal centro-sinistra, è un’risposta emotiva ed ideologica che produce l’effetto contrario a quello dichiarato. Produce precarietà e sfruttamento tra gli immigrati, degrado materiale e sociale, emarginazione, ricattabilità, nascita di comportamenti sconsiderati in risposta al contesto ostile, invece di favorire l’integrazione. Questa legge è una macchina perfetta del consenso: produce più precarietà per gli immigrati, quindi produce più insicurezza tra la gente, quindi produce più paura tra gli elettori che in un riflesso pavloviano in preda all’ansia votano per chi diffonde l’odio. E’ un modello molto balcanico: i politici diffondo odio tra la gente, il conflitto sociale si fa orizzontale, la gente normale paga le conseguenze, i politici fanno affari e mantengono saldo lo scranno.
Ho smesso di considerare la discriminazione e l’odio razziale della mia società soltanto come un reato contro gli stranieri. Lo considero un reato, o quanto meno un danno, anche nei miei confronti. Penso che esista da qualche parte, anche se non è stato forse mai scritto, un diritto a vivere in una società che accoglie il viandante e che consente anche a chi sta fermo (a chi ha la fortuna di non dover emigrare per necessità) di conoscere la ricchezza delle persone che provengono da altri posti sulla Terra. Il contatto, l’incontro, la confidenza del sedentario con il viandante è un diritto. Io lo penso. Se a un sedentario si preclude l’incontro con il viandante, gli si nega un diritto. Io, spesso viandante a mia volta, per scelta e non per necessità, mi sento perciò danneggiato da coloro che vogliono negare questo mio diritto, vogliono rendere cioè il territorio dove abito inaccessibile al viandante, qualunque sia e quanti ne siano. Vogliono cioè dichiarare clandestino l'idea stessa di viandante. Il viandante, oggettivamente, per ogni regime è un pericolo, perché è portatore sano di un modello differente. E questa criminalizzazione del viandante è un danno per tutti noi Italiani, popolo il cui sangue è fatalmente la mescolanza del sangue di miriadi di viandanti.
A proposito di razzismo degli Italiani. Lo storico Angelo Del Boca ha proposto l’istituzione del giorno del ricordo (oltre al tendenzioso e revisionista giorno della memoria dedicato agli Italiani morti nelle foibe) anche per i 500mila africani uccisi dall’esercito italiano imperiale durante l’avventura coloniale. Mi sembra un anniversario che nel mio Paese ideale non dovrebbe mancare.


La scomparsa della Sinistra Arcobaleno
Ero uno studente di filosofia presso l’Università Statale di Milano la prima volta che m’infiammai pensando a quella parola: rifondazione. Non era ancora la metà degli anni ‘90. Forse non era il significato esatto attribuito da coloro che avevano deciso quella parola, ma dentro di me aveva allora un significato preciso: ridiscutere il concetto di comunismo. Ritornare all’universale, all’idea platonica di “comunismo”. Magari senza falce e martello ma con un paio di arnesi più attuali. Lontani da quella degenerazione storica e reale che per la mia generazione era difficile da sentire come nostra. Lo stalinismo, il patto di Varsavia, la primavera di Praga, persino la Perestrojka. La mia generazione forse è stata la prima a non potersi sentire responsabile né complice di tutto questo, perché semplicemente non eravamo maggiorenni al tempo in cui quei fatti si compivano. Bene era dunque che qualcuno volesse rifondare il comunismo. Le premesse sembravano esplicite già solo nell’accostamento di quelle 2 parole: “rifondazione” e “comunismo”. E’ così che alle elezioni del 1996 votai Rifondazione comunista. Quelle furono le ultime elezioni politiche cui partecipai con il mio voto. Un voto, il mio di allora, contro quei concittadini equilibristi che non si sentono responsabili dei torti del mondo ma nemmeno li subiscono. Un perfetto equilibrio piccolo borghese, un miracolo che qui in Italia ha prodotto in seguito molti altri devoti. E con il tempo molti altri si sono avventurati sulla fune di questo equilibrio perfetto. Rifondazione comunista buon ultimo, ha preteso come partito di sospingere i propri elettori a cimentarsi in questo equilibrismo. Al che, a quanto pare, molti di quegli elettori, non convinti, perlopiù increduli, hanno girato le spalle e se ne sono scesi dalla piattaforma. L’esercito italiano in Afghanistan, in Libano. Comunisti che non si sentono responsabili dei torti del mondo e nemmeno li subiscono non esistono. Il suicidio di un partito, ecco quello che è stato.


Proposte concrete per il sistema elettorale
Ho 3 proposte concrete per migliorare il sistema elettorale italiano, spesso criticato ma invano. Premetto che sono proposte radicali, inattuali, inattuabili al momento. Magari qualcuno le troverà persino sconcertanti, deliranti. Ma se ha un senso ritrovarmi qui ora a notte fonda a scrivere queste righe è per provare ad immaginare qualcosa di diverso. Ecco le proposte.
1) Diritto di voto dai 16 ai 60 anni. Non oltre. I cittadini con oltre 60 anni hanno diritto a una pensione e a tutte le agevolazioni. Hanno diritto di esprimere il loro parere e i più giovani hanno il dovere morale di ascoltarli. Ma non hanno il diritto di voto (ho sempre amato i miei nonni e tutti i vecchi, ma nel mondo in costruzione, una volta costruito, non saranno loro ad abitarci).
2) Coloro che hanno diritto di voto, per convalidare il voto appena espresso, saranno tenuti a rispondere ad un quiz elementare di 3 domande (magari a scelta multipla, cose non difficili) su argomenti riguardanti la “cosa pubblica”. Al secondo errore il voto (all’insaputa dell’elettore) viene invalidato e pertanto non conteggiato. Il diritto di voto viene così salvaguardato. Il diritto di rovinare le sorti di un Paese solo per la propria ignoranza viene però così scongiurato.
3) Non si votano le persone, si votano i provvedimenti. In altre parole: abolizione della figura del politico. Al suo posto viene abilitata la figura del portavoce, senza limite di età (chi l’ha detto che un centenario non possa rappresentare bene le scelte di una comunità? Rappresentarne le scelte però, non deciderne le sorti). I portavoce percepiranno un compenso modesto. Essere portavoce della propria comunità è un privilegio e una vocazione, non un posto di lavoro.
Il punto 2 e il punto 3, evidentemente, presuppongono l’impiego del voto telematico, ossia l’esercizio di voto da casa direttamente dal proprio “computer”. Si obietterà che non tutti possiedono un "computer". Esatto, nemmeno nel 1948 tutti sapevano leggere e scrivere. Questo presuppone un'alfabetizzazione telematica gratuita per tutti. Si vota ogni sabato della settimana su questioni selezionate ogni 7 giorni da comitati cittadini (una sorta di sabato referendario). Assisi e assemblee permanenti tra i cittadini si mobiliteranno come fucine di proposte di legge.


Dichiarazione di voto
Ho trovato una vignetta simpatica in un forum di immigrati che invita gli elettori delusi di sinistra a prestare il proprio voto a un immigrato (che quindi si suppone voterebbe a sinistra contro la legge Bossi-Fini).
Non mi pare certo giusto che i residenti in un posto, benché stranieri, non possano partecipare alle decisioni della comunità, a maggior ragione se contribuiscono alla spesa comune. Anzi, non è solo un’ingiustizia, è semplicemente un controsenso.
Tuttavia, dopo aver considerato simpatica questa vignetta, ho dovuto però anche questa volta crudelmente declinare l’invito.
E’ proprio la tesi del “meno peggio” che ha dato il via libera al peggio in Italia.
Veltroni è il candidato del partito a vocazione maggioritaria del centro-sinistra con le politiche che sappiamo non perché non può fare diversamente, ma perché dice ciò che crede. E sono i sostenitori del “meno peggio” che gli consentono di portare avanti quelle politiche.
Bertinotti ha potuto suicidare Rifondazione comunista non perché non ha potuto fare diversamente, ma perché ha fatto ciò che crede. E sono i sostenitori del “meno peggio” che gli hanno consentito di mettere in atto quelle politiche.
Se non altro l’esito di queste elezioni spero che abbia insegnato una cosa all’Italia. E cioè che coloro che votano Berlusconi non sono Italiani che sbagliano. Sono semplicemente Italiani. Il “berlusconismo” ha vinto. Il “berlusconismo” è passato, spopola tanto a destra quanto a sinistra. Berlusconi ha cambiato antropologicamente la coscienza del cittadino italiano. Tant’è che l’unica strada perseguibile (e perseguita) da Veltroni resta l’accreditarsi come un Berlusconi pulito, presentabile, tutt’al più rispettoso dello Stato. Ne ricalca il personalismo, l’ideologismo del mercato come soluzione a tutti i problemi del Paese e pertanto unico fine per cui rendere lecito ogni mezzo, l’atlantismo succube e acritico, la demonizzazione dello straniero e l’uso strumentale della paura dei cittadini come premessa alla repressione etnica (in particolare contro le popolazioni rom), l’incremento delle politiche di guerra e della spesa militare.
In particolare c’è un aspetto che segna questa trasformazione antropologica della società italiana. Trasformazione che non è cominciata nel 1994 con la “discesa in campo” di Berlusconi, ma almeno un decennio prima nel cuore degli anni ‘80. Questo asspetto è la fine della partecipazione e l’inizio del personalismo. E non mi riferisco qui alla partecipazione di matrice politica (che si fa sempre in tempo ad allestire in forma di "kermesse", ossia comparse che accorrono ad acclamare un capo e non gente che discute e progetta insieme). Mi riferisco alla partecipazione sociale, spontanea. Mi riferisco cioè a quelle forme di incontro quotidiano e popolare che hanno sempre rappresentato il cuore dell’anima italiana. Gli spazi pubblici sono stati resi impraticabili, di fatto oppure perché disertati da cittadini sempre più impauriti dall’incontro e più rassicurati dal mezzo televisivo, dall’antifurto di casa e dal divano imbottito. Si è ridotto drammaticamente cioè in Italia il numero di persone che percepiscono se stesse come attori in uno spazio pubblico ed è aumentato il numero di coloro che percepiscono se stessi come spettatori in uno spazio privato.
Questa è la più grande malattia del cittadino italiano, ormai ridotto a comparsa bavosa e servile al lauto banchetto della cricca di manigoldi che detiene il potere, politico, economico, mediatico. Malattia che sempre più assume le forme di una vera e propria trasformazione antropologica permanente.
In altre parole, anche qui ora in Italia, ci sarebbe bisogno di una decontaminazione culturale, di un ritorno alla storia del Paese e alle sue radici.
Non che non esistano esempi di processi già in atto di questo tipo, ma certamente al momento largamente minoritari.
Si potrebbe obiettare ora che proprio per questo il bello della democrazia è che tutto si può cambiare nell’agone politico attraverso l’affermazione democratica delle proprie idee politiche. E che al contrario finché uno se ne chiama fuori e rinuncia al voto le cose non cambieranno mai. Questa argomentazione mi richiama la storia del lupo che al ruscello invita l’agnello ad avvicinarsi per abbeverarsi in un punto dove l'acqua è più limpida. Per credere alle mie idee e per affermarle non ho bisogno di sottoscrivere la cessione incondizionata della mia porzione di potere decisionale.
Il sistema elettorale italiano non mi garantisce nemmeno lontanamente sui punti che ho sopra illustrato: l’impermeabilità al condizionamento di massa e il mandato a limite temprale-etico dei politici. Pertanto queste sono le ragioni per cui il 13 e il 14, pur provando affetto e stima per Sinistra Critica, non mi sono recato a votare.
Ourida Chouaki, questa straordinaria donna algerina, un giorno nell’estate 2002 mi disse: “In un Paese normale votare è un atto di cittadinanza. In Algeria non votare è diventato un atto di cittadinanza. Così i potenti possono capire che io non sto dalla loro parte e non mi potranno mai ritenere loro complice!”.
E’ una deriva drammatica. Ma la situazione è drammatica. Di recente, durante una visita a Vicenza al presidio dei “No Dal Molin”, Olol Jackson, portavoce di quel movimento, mi ha detto: “Stiamo andando verso un periodo di separazione tra ciò che è legale e ciò che è legittimo”. La traduzione nei fatti di questo stato di cose la vedremo presto ancora di più, purtroppo, in molti angoli del Paese.

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