2002 --- Cabilia: un'altra Algeria è possibile

Apparso sul settimanale "Diario". 
 
Lo scorso 10 ottobre (2002, nda) si sono tenute le elezioni amministrative più mortificanti della storia d’Algeria. I sindaci comunali democraticamente eletti sono già pronti a rimettere la loro autorità ai wali, sorta di prefetti nominati dal potere centrale. Questo secondo quanto prevedono le nuove legge adottate dal parlamento a maggioranza FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) al fine di meglio controllare le collettività locali e i rispettivi consigli comunali. E’ questa l’ultima provocazione studiata dal presidente Abdulaziz Bouteflika e dal suo governo per sedare i moti di protesta che dalla primavera 2001 infiammano la regione della Cabila. La cittadinanza algerina ha risposto a questo appuntamento con una massiccia astensione che nella regione berbera ha superato il 90%, esito della campagna di boicottaggio promossa dal Movimento Cittadino degli Aarch, espressione di un popolo indomito e ormai sotto assedio da 19 mesi.
La primavera nera
Tutto comincia il 18 aprile 2001, con un brutale assassinio di un giovane ragazzo, Massinissa Guermah, falciato da una raffica di mitra all’interno di una caserma dei Gendarmi nella località di Beni Douala in seguito ad un arresto arbitrario. Khaled Guermah, che definisce la morte del figlio “omicidio volontario e premeditato”, non crede all’incidente: <<Hanno senz’altro ricevuto l’ordine di sparare per intimorire la gente, giacché i comitati dei villaggi del comune di Ait Mahmoud avevano prodotto in quei giorni un rapporto in cui denunciavano gli atteggiamenti della brigata della Gendarmeria nazionale: traffico di droga, alcool, prostituzione>>. I funerali di Massinissa si trasformano in un imponente corteo nel quale i giovani giurano vendetta e si scontrano con le forze dell'ordine. La spirale di violenza ha inizio. <<Non ho mai visto tanta gente ad un funerale - ricorda Kahina Slimani, corrispondente per Libertè, quotidiano nazionale algerino -. Si gridava “Potere assassino!”, “Gendarmi assassini!”, “Nessun perdono!”….. I martiri venivano sepolti come degli eroi…. I comitati dei villaggi si sono mobilitati subito per cercare di fermare gli spargimenti di sangue. Hanno provato a convogliare la rivolta e trasformarla in una lotta pacifica>>. Gli scontri però non si sono arrestati e, sia pure con intensità minore rispetto ai primi mesi, continuano ancora oggi a distanza di un anno e mezzo. Ad oggi sono 119 le vittime accertate, lasciate sull'asfalto senz'anima dalla Gendarmeria, migliaia i feriti. Un dossier del quotidiano Le Matin ha documentato l'utilizzo di armi non convenzionali da parte delle forze dell'ordine sui manifestanti: <<Ricordo di un giovane raggiunto da una pallottola in piena schiena da una decina di metri - racconta Brahim Boubchir, corrispondente per Le Matin –. Lo hanno colpito alle spalle mentre stava scappando: aveva nella schiena una specie di cratere, prova dell’utilizzo di pallottole esplosive da parte della Gendarmeria. Un altro si trovava ad un centinaio di metri. E’ stato raggiunto in piena testa. Quando uno viene centrato alla testa da un centinaio di metri vuol dire che esiste una volontà deliberata di uccidere>>.
I giovani riscoprono il passato
Nel pieno della crisi, dal profondo dei villaggi e dei quartieri, si alza allora la voce di una struttura quasi dimenticata, ma che fino all’arrivo dei Francesi a metà dell’800 aveva gestito la vita dei villaggi con i metodi della democrazia consensuale. Il sistema rappresentativo è semplice: tutti gli uomini adulti partecipano alla Tajmaat (=consiglio) ed eleggono un portavoce (lamine). Ogni villaggio manda rappresentanti all’assemblea delle tribù (l’Aarch). La rinascita degli Aarch è dovuta ad una profonda disillusione verso il comportamento dei partiti politici nati dal quarantennale movimento di lotta per il riconoscimento della lingua e cultura amazigh (berbera). I giovani non credevano più nella democrazia delegata e quest’antica struttura è venuta a ricordar loro che la democrazia può essere anche partecipativa. La piattaforma dell'El Kseur, dal nome della località in cui è stata stesa l’11 giugno 2001, mai accolta dal Governo ma pubblicamente dichiarata legittima dal Presidente Bouteflika, è di fatto il programma politico del movimento. Tratta questioni aperte legate all'ordine pubblico e agli scontri della primavera nera del 2001, affronta la questione dell’identità culturale berbera e del riconoscimento della lingua Amazigh. Tuttavia è quando espone richieste di democrazia che diviene un documento nel quale tutti i cittadini algerini si possono riconoscere. Così recitano alcuni degli articoli contenuti: <<contro le politiche di sottosviluppo, di impoverimento e di riduzione in miseria del popolo algerino>> (imponenti ricchezze in idrocarburi sono congelate e gestite autoritariamente dal potere arroccato ai propri privilegi che le rivende all’Europa in cambio di una facciata democratica - è stato Berlusconi il primo uomo politico a far visita a Bouteflika lo scorso maggio in occasione della rielezione di quest’ultimo a presidente algerino), <<perché tutte le funzioni esecutive dello Stato e tutti i corpi di pubblica sicurezza siano posti sotto l'autorità effettiva delle istanze democraticamente elette>>, <<contro tutte le forme di ingiustizia e di esclusione>>, <<per l'istituzione di un'indennità di disoccupazione per tutti quelli in cerca di lavoro pari al 50% del salario minimo>>. <<Le rivendicazioni presenti all’interno della piattaforma dell’El Kseur sono identiche a quelle presentate al congresso della Soummam del '56 - afferma Arezki Metref, giornalista algerino che lavora a Parigi per la rivista francese Politis -. Esiste una reale affiliazione tra quel movimento che portò all'indipendenza e il Movimento Cittadino>>. E dell'eredità storica raccolta dal Movimento Cittadino ne è convinta anche Nacira Haddouche, avvocatessa impegnata al fianco della protesta in difesa dei diritti dei manifestanti: <<Il 2001 e il 2002 sono stati solo un seguito della rivoluzione del ’54. I cittadini lo hanno ben dimostrato, il recupero delle date storiche lo ha ben chiarito: oggi siamo di fronte ad un potere che ha una paura tremenda. Perché tutto questo fascismo, tutta questa dittatura, tutti questi crimini non possono essere spiegati se non con la paura che il cittadino abbia preso coscienza>>.
<<Il nostro movimento fino ad ora ha fatto tante cose - racconta Belaid Abrika, docente di Economia presso l'università di Tizi Ouzou, città principale della Cabilia, giovane leader della protesta portata avanti dal Movimento Cittadino, in carcere dal 13 ottobre scorso con la risibile accusa di "boicottaggio di elezioni" -. La prima fra tutte è stata aver ridato speranza agli algerini. La rassegnazione che regnava tra i giovani prima, ora sembra scomparsa. Un po’ dappertutto ci sono rivolte per problemi di alloggio, di acqua, di lavoro, di elettricità. Perché le rivendicazioni che poniamo noi riguardano tutti. La nostra lotta ci accomuna alla lotta per la cittadinanza e per diritti legittimi: sociali, economici, culturali. Lottiamo per un’esistenza degna, al pari di altri popoli in tutti gli angoli del mondo contro un potere autoritario, autoreferenziale e assassino. Tuttavia - riprende Abrika -, nonostante i numerosi inviti da parte dell’ONU e dell’Unione Europea, non siamo ancora riusciti ad allacciare contatti significativi con l’estero. Il processo di internazionalizzazione della nostra lotta è per noi comunque necessario>>.
Deriva integralista e speranze democratiche
<<Nel 1999 c’è stato il ritorno di Bouteflika, eletto Presidente - afferma Sherifa Kheddar, presidentessa dell'associazione fondata dai parenti delle vittime del terrorismo chiamata Djazairouna (Algeria Nostra) - Da allora abbiamo avuto modo di capire quanto sia deciso a resuscitare l’ideologia islamista. Se da un lato il piano terroristico è stato disfatto, dall'altro constatiamo che l’ideologia islamista sta riconquistando terreno. La legge detta della concordia civile voluta da Bouteflika consente al Presidente di concedere l'amnistia oltre che la grazia. Così ha incontrato i terroristi pentiti, cosiddetti nonostante non abbiano mai rinnegato i loro crimini, e li ha reintrodotti nella società trattandoli come vincitori e non come vinti>>. E come l'Algeria arabofona guarda alla Cabilia? <<I giovani della Cabilia hanno raccolto il testimone della lotta per la democrazia che noi, parenti delle vittime del terrorismo, abbiamo faticosamente condotto in quest’ultimo decennio. Perciò noi ci consideriamo parte integrante della loro lotta. Bisogna sapere piuttosto – aggiunge – Sherifa Kheddar - che i servizi di sicurezza impiegati inizialmente nella lotta contro il terrorismo sono stati richiamati e riversati nella repressione del Movimento Cittadino. Quindi da una parte si liberano i terroristi che hanno ucciso migliaia di persone e dall’altra la repressione si abbatte su giovani che rivendicano il loro diritto ad una vita dignitosa in Algeria>>.
Ourida Chouaki, presidentessa dell'associazione Tharwa n'Fadma n'Soummer per i diritti della donna, ha sostenuto e appoggiato la campagna Ulac l'vot ulac (nessun voto) promossa dal Movimento Cittadino degli Aarch per il boicottaggio delle elezioni: <<Il primo ministro Ouyahia, segretario del partito RND, Raggruppamento Nazionale per la Democrazia, che ha da sempre sostenuto la legge della concordia civile, prima delle elezioni del 30 maggio scorso (2002) ci chiama a votare perché altrimenti “i fondamentalisti rischiano di vincere le elezioni” e ci spaventa con i terroristi. E come? Lui ha accettato che i terroristi fossero liberati! Hanno liberato i terroristi, gli hanno permesso di riorganizzarsi e ora ci agitano lo spettro del pericolo fondamentalista. Tutto spinge a non andare a votare, ma la principale ragione è che la gente non ci crede più. Le liste dei candidati eletti sono già pronte ancor prima di votare e la frode elettorale è una pratica molto diffusa>>. Come si pone la vostra associazione di fronte al Movimento Cittadino? <<Finché si uccide gente, finché la piattaforma dell’El Kseur non sarà applicata, non andremo a votare. Se siamo in una dittatura che ce lo dicano e in una dittatura non c’è bisogno di votare. L’unica cosa che possa avere una visibilità in queste elezioni sono i seggi vuoti, l'unica cosa che non si può nascondere e che può dimostrare che la popolazione non appoggia questo governo. Mentre nei Paesi a tradizione democratica andare a votare è un atto di civismo, in Algeria lo è diventato il non andare a votare>>. Ma qual è dunque la spinta innovatrice offerta all'Algeria dal movimento sorto in Cabilia: <<Siamo di fronte ad una contestazione non legata all’islamismo, una reale contestazione al potere, democratica e pacifica allo stesso tempo – conclude Arezki Metref - Prima si pensava che questo Paese fosse vittima di una fatalità, schiacciato tra un potere forte e militare ed un’opposizione fondamentalista che gli somiglia in peggio. Questo non è vero e il movimento porta la prova che esiste nella società algerina una contestazione pacifica, pluralista, democratica. I politici sostengono che il cittadino algerino non è pronto alla democrazia. Questo dimostra che non è vero>>.
Karim Metref e Michelangelo Severgnini

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