2001 - 07 - 24 --- Genova 2001, i giorni del terrore

Una straordinaria manifestazione pacifica di 50mila persone giovedì 19 luglio, dedicata ai milioni di persone migranti costrette ad abbandonare le loro terre d’origine in cerca di occupazione; incessanti incontri con delegazioni provenienti da tutto il mondo rappresentanti un universo variegato e pacifico partecipanti di un controvertice articolato, determinato, fornito di argomenti validi e legittimi, come l’abolizione del debito estero per i Paesi più poveri, la ratifica ed il rispetto degli accordi di Kyoto da parte di tutte le grandi potenze, l’allestimento di fondi speciali per combattere le epidemie nel terzo mondo, l’obiezione fiscale alle spese militari e la nonviolenza ecc....; un imponente e sterminato corteo pacifico sabato 21 luglio lungo corso Sardegna di oltre 200mila manifestanti. Nient’altro. Questo è tutto ciò che ricorderò con gioia e soddisfazioni delle dimostrazioni anti-G8. Ora mi chiedo però: quanto è passato e rimasto di queste cose nella mente delle persone che hanno seguito i giorni del G8 dalla televisione? Niente. Una disfatta totale. Annientati. Hanno vinto loro questa volta. Sul campo: 1 morto, oltre 200 arresti, centinaia di feriti, migliaia di contusi.

BLITZ ALLA SCUOLA DIAZ
Sabato 21 luglio, serata: dopo il secondo giorni di folli scontri che hanno devastato Genova ritorno in via Cesare Battisti alla sede del GSF, sconsolato, consegno le immagini video raccolte nelle ore precedenti. E’ tutto finito, la gente si prepara a smobilitarsi. Ma si respira qualcosa di strano, la frenesia si impossessa degli attivisti, tutti si affrettano a smontare l’attrezzatura, i computer, le sale stampa. Riviste alternative, radio indipendenti, siti internet di movimento: tutti respirano nell’aria qualcosa di strano, tutti hanno paura. Verso mezzanotte la scuola media “Giovanni Pascoli”, ala mediatica del GSF, è deserta rispetto a quanto visto nelle giornate precedenti. Io sono nell’aula dove ho lavorato, ormai non c’è più nulla, tutti sono ripartiti per Milano con i computer. E’ rimasto solo un apparecchio telefonico ancora attaccato, mi attardo facendo le ultime chiamate prima di tornare al camper dove alloggio. Ad un certo punto un urlo: “La polizia!”. Mi affaccio alla finestra del secondo piano, decine di poliziotti stanno facendo irruzione nel cortile, qualcuno tira un cassonetto posacenere dalla finestra per ostacolare il loro intervento. I poliziotti gridano, sembrano furie impazzite, sono urla di guerra, brandiscono manganelli, indossano il casco, qualcuno ha scudi e armi in mano. “E’ un incubo, non posso crederci: che si fa?”. Sono solo nell’aula. Non ho nulla da nascondere, ma so per certo che questo non basterà ad arrestare la loro furia. Esco nel corridoio. Per fortuna c’è altra gente rimasta sul mio piano. Siamo una trentina scarsa. Raduniamo tutte le cattedre e i banchi contro la porta vetrata del piano per cercare di barricarci: servirà a poco, ma ci dà il tempo di organizzarci. La radio dei manifestanti del GSF, radio GAP, non ha smobilitato e continua a lavorare da questo piano. E’ l’unico media insieme a “Carta” del Manifesto e a Indymedia (al piano superiore) ad essere rimasto attivo. Non solo, la radio sta trasmettendo ancora in diretta. “Tutti negli studi della radio!”. Ci rifugiamo lì. L’età dei presenti è bassa, tutti sotto i trent’anni. Alcune ragazze piangono per la paura e per lo shock. Aspettiamo solo l’ingresso dei poliziotti, è questione di attimi. Nessuno ha nulla da nascondere, la radio prosegue la diretta, gli ascoltatori vengono informati in tempo reale di quel che sta accadendo, questo ci infonde speranza. Do uno sguardo dalla finestra dell’aula dove sono stati allestiti gli studi di radio GAP, dà su via Cesare Battisti, una via lunga 200 metri, stretta, a senso unico. Sono tantissimi, 300 poliziotti forse di più. Un blindato sfonda il cancello della scuola di fronte, la scuola elementare "Armando Diaz", utilizzata come dormitorio da alcune decine di ragazzi soprattutto stranieri giunti a Genova per manifestare. I poliziotti fanno incursione nella scuola. Si odono grida, urli, botte, vetri rotti, un ragazzo viene raggiunto prima che riesca a rifugiarsi nell’edificio, viene sommerso di botte da una decina di poliziotti, urliamo “basta” ma continuano nella loro cieca violenza. La scuola “Diaz” è proprio di fronte alla nostra, riusciamo a intravedere cosa sta avvenendo ai piani superiori, è un macello, una carneficina, vetri rotti, manganelli che si accaniscono verso il basso e scompaiono dietro ai davanzali, colpendo ragazzi presumibilmente accucciati ed indifesi. “E’ ciò che succederà molto presto a noi?”, si chiedono in molti nello studio della radio.
INCUBO SUDAMERICANO
Eccoli, entrano, stanno per alzare i manganelli, sono già in 5 dentro l’aula. Si fermano, vedono la radio: “E’ una diretta, quello che ci farete sarà raccontato a migliaia di ascoltatori in diretta che sanno già tutto di quello che state facendo”. Si bloccano: “Non vi faremo niente, stiamo solo controllando. Dateci i vostri documenti”. La nostra risposta è decisa, niente documenti, niente schedati, niente segnalazioni. “Qual è il vostro mandato, questo è un luogo pubblico, regolarmente concesso dal Comune di Genova al GSF, non abbiamo nulla da nascondere”. Si incunea nell’aula una troupe televisiva di France 3, ormai siamo salvi, lo sappiamo. La nostra attenzione precipita quindi ancora fuori, alla finestra, affacciati per osservare quel che sta succedendo per strada e nella scuola di fronte. E’ un incubo. Ma dove siamo? La scena, militari in azione, pestaggi gratuiti, forse dovrei definirli linciaggi veri e propri, tutto mi rimanda al film “Missing”, questo è il Cile anno 1972, dittatura Pinochet, è un film, non può essere vero. Intanto sento distintamente le urla disperate dei ragazzi selvaggiamente inseguiti, assaliti fino allo scempio, provenire dalla scuola “Diaz”, sento vetri infranti, rumori violenti ed indistinti. Sento le urla dei militari che si incoraggiano e si eccitano durante l’impresa: decine di ragazzi armati che pestano altrettanti ragazzi indifesi e disarmati, molti dei quali nel sonno. Nel loro caso non esiste la “legittima difesa”, perché solo chi è armato di pistola può difendersi legittimamente e ammazzare qualcun altro. E’ questo che ci vogliono dimostrare? Arrivano le prime ambulanze, portano via i primi ragazzi stesi, con la testa sanguinante, il volto coperto di sangue, i vestiti macchiati di rosso, la testa fasciata. Alla fine sono più di 50 i ragazzi che vedrò dalla finestra essere trasportati stesi fuori dalla scuola. Intanto i militari formano un cordone di scudi davanti all’ingresso della scuola, non fanno entrare nessuno. Sono passati 15 minuti, non si sentono più rumori, ormai il massacro è avvenuto. Nel frattempo arrivano le telecamere di tutte le televisioni, la stampa solo ora è presente in maniera massiccia. Arrivano i parlamentari avvisati per telefono, Agnoletto discute con il capo della Polizia, rilascia le prime dichiarazioni alla stampa. I poliziotti ora sono fuori dalla scuola, il loro “lavoro” l’hanno compiuto, indisturbati, impuniti. Ora cercano di mantenere l’ordine. Ma la tensione non si placa. Sorgono diversi parapiglia. In uno di questi riesco a distinguere il volto di un poliziotto con lo zoom. A fatica riesce a controllarsi, è isterico, digrigna i denti, sembra "fatto", in preda ad una crisi di nervi. Per ogni ragazzo portato fuori, i più stesi e moribondi, gli altri sulle proprie gambe ed in manette, è un coro contro di loro lanciato da noi altri e dagli altri manifestanti nel frattempo accorsi: “Assassini!”, “Pagherete caro, pagherete tutto”, “Vergogna”. I compagni stranieri ce ne suggeriscono alcuni in inglese: “No justice no peace, fuck the police”.
UNO SPETTACOLO ORRIBILE
Alla fine se ne vanno. Sono passate quasi due ore dalla loro irruzione. Intanto sono sceso per strada anche io. La prima cosa che faccio istintivamente è entrare nella scuola, ormai deserta. Sono tra i primi ad entrare. Lo spettacolo è orribile: devastazione ovunque, macchie di sangue, copiose, fresche, in molteplici punti. Sono sconvolto. Sui muri le impronte delle mani insanguinate, probabilmente sono stati perquisiti contro il muro nonostante perdessero sangue e fossero feriti. Per le scale in un angolo ci sono macchie di sangue sul muro all’altezza di 50 cm da terra. La scena mi si compone nella mente: il ragazzo accucciato, con la testa tra le mani in mezzo alle ginocchia, le spalle nell’angolo, colpito a ripetizione dai manganelli, usati a rovescio dalla parte del manico, poi colpito a ginocchiate, a colpi di scarponi sul torace, più poliziotti che infieriscono su di lui finché lo lasciano in una pozza di sangue. “Bastardi!”. Su un muro della scalinata c’è una strisciata di sangue lunga 4 metri, ad un’altezza dagli scalini di circa 2m-2m e ½. Significa che qualcuno è stato sbattuto e strisciato contro un muro e infine scaraventato per le scale: è uno scempio. Fotografi e cameramen riprendono ciò che trovano, siamo tutti sconvolti, qualche ragazzo piange sconsolato e disperato, qui dentro aveva amici. Alle 4 del mattino raggiungo l’ospedale San Martino di Genova dove sono stati trasportati molti dei ragazzi che dormivano nella scuola “Armando Diaz”, ho il pass di giornalista accreditato per il G8, non devo aver paura. Davanti al Pronto Soccorso mi ferma una collega: “Non entrare, ieri tutti i giornalisti che c’hanno privato sono finiti appesi ad un muro. E poi, vista l’aria che tira, non ci mettono niente a farti sparire”. I primari dell’ospedale sono praticamente sequestrati, nessuno rilascia dichiarazioni, il personale medico ausiliare è omertoso, ma più che altro ha una fifa bestiale. Si discute quindi davanti all’ospedale con i colleghi. C’è un avvocato del GSF. Così mi racconta: “Sono entrati nella nostra aula. C’erano 6 computer. In uno solo di questi c’erano schedati i numeri di telefono ed i nomi delle persone che si erano dette disponibili a testimoniare contro la polizia per i fatti avvenuti in questi giorni. Solo quel computer è stato toccato. E’ stata staccato il disco rigido con tutte le informazioni. Questo vuol dire che dentro il GSF c’erano presumibilmente decine di infiltrati e spie. Noi stessi avvocati ora ci sentiamo in pericolo ed abbiamo paura”. Ad un certo punto un ragazzo viene portato fuori dall’ospedale scortato dalla polizia, sembra giovanissimo, forse ha meno di vent’anni. E’ biondo, ha il viso tumefatto ed un braccio ingessato, è straniero. Viene caricato su una macchina della polizia e portato via. Per lui si aprono ora le porte del carcere.
TEMPI DURISSIMI
Sto leggendo i giornali: alcune bottiglie molotov, spranghe e coltelli. Questo quanto ritrovato nella scuola “A. Diaz” dalle Forze dell’ordine durante l’irruzione alla mezzanotte di sabato 21 luglio. Solo ora riflettendo, richiamando alla mente alcune situazioni, cercando di ricordare i volti in quella grande confusione e viavai che erano le stanze del GSF nei giorni scorsi, mi accorgo che sì, gli infiltrati potevano essere davvero tanti. Qualcuno se lo rivedessi potrei anche riconoscerlo, alcuni sospetti li avevo. E allora, di fronte a questa che è una certezza, perché stupirsi di quanto ritrovato in quella scuola. Non hanno voluto esagerare: potevano anche dire di aver ritrovato un bazuka, chi avrebbe potuto dimostrare il contrario? Durante il blitz nessuno media era presente, e con tutti gli infiltrati che giravano potevano aver introdotto in quella scuola di tutto. Le bottiglie molotov sono davvero una stupidata in uno scenario simile. Le spranghe? Ma c’era un cantiere edile aperto in quella scuola, lo sanno i media o no? Lo sa la polizia o no? Sulle impalcature ci si accedeva direttamente dai corridoi. Di bastoni, pezzi di legno e quant’altro ce n’erano quantità, ma da qui a dimostrare che fossero stati presi ed impiegati durante i cortei...... I coltelli? Ma lì si viveva in una situazione da campeggio estremo, si mangiava con approvvigionamenti di fortuna, con scatolette, chiunque aveva un coltellino... C’era disordine, parecchio, sacchi a pelo, zaini, spazzatura. D’accordo..... Ma ho visto un distributore automatico di caffè e dolciumi intatto. Vi rendete conto? In tutta quella bolgia, se ci fosse stato un violento, od anche solo un semplice punkabbestia o uno spaccavetrine lo avrebbe immediatamente rotto e avrebbe mangiato ciò che stava dentro, tanto nessuno lo avrebbe potuto riprendere. Nonostante la fame, nessuno in una settimana intera l’ha fatto. Dopo l’irruzione io l’ho visto: tutto il resto era distrutto, ma quel distributore era intatto. I ragazzi che dormivano in quella scuola, per lo più stranieri, erano giovanissimi, intorno ai vent’anni, ragazzi normali, pacifici, giunti a Genova dopo centinaia di chilometri di viaggio per dimostrare per i propri ideali di giustizia, contro un G8 che non ha saputo osservare nemmeno un minuto di silenzio per il povero Carlo, ucciso da una “legittima” pistola, in una situazione di pericolo pubblico elevatissimo, esasperata, cercata fino in fondo dalle autorità, dove il morto era la cosa più scontata che potesse accadere. Qualcuno l’ha cercato, qualcuno l’ha trovato quel morto. La prima violenta carica l'ho filmata e vista partire da distanza ravvicinata venerdì 20 luglio, verso le 14 del pomeriggio. E' stata una carica gratuita e violenta verso un corteo dei Cobas: pazzesco. Tranquille persone di 50-60 anni che dimostravano pacificamente sventolando bandiere. Contemporaneamente poco più distante venivano caricati i "pacifisti nonviolenti" della rete di Lilliput e le associazioni cattoliche, mentre erano sdraiati per terra e accompagnavano manifestanti in carrozzina.... Le immagini di teppisti che confabulavano con le forze dell’ordine in quelle ore di scontri sono numerose e davanti agli occhi di tutti, le testimonianze che noi abbiamo raccolto ancora di più. Il Governo fascista di Berlusconi e Fini a Genova ha vinto: ha annientato la protesta di un movimento, ha ucciso, picchiato selvaggiamente, arrestato indiscriminatamente, ha inventato situazioni, ha dirottato gli eventi, ha distorto l’informazione ostacolando il diritto di cronaca e manipolando le informazioni, si è creato di fronte all’opinione pubblica il pretesto per rinforzare le Forze dell’ordine e trasformare ancora di più questo Paese in uno stato poliziesco contro il “solito presunto pericolo rosso”. I tempi che si prospettano davanti sono duri, compagni, anzi: durissimi.
 
ASCOLTA LA DIRETTA DEL BLITZ NELLO STUDIO DI RADIO GAP

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