1999 --- Leonora ed il futuro dei giovani di Pristina

Quando conobbi Leonora, in Kosovo un irritante fatalismo già permeava la vita quotidiana di chiunque. Era il dicembre 1998, i Postpessimisti, così si definivano questi adolescenti sospesi tra la disillusione ed una tenace speranza, rappresentavano per certi versi una realtà anomala nella popolazione kosovara ormai smagliata se non altro dalla diffidenza, che si impossessava anche degli ambienti più cosmopoliti. Nelle periferie delle città l’odio già ringhiava alle porte, nell’attesa di potersi avventare sui resti di un tessuto sociale ormai allo sbando. Del resto negli ultimi mesi non si era fatto altro che parlare della resa dei conti che ci sarebbe stata a marzo. E non appariva esagerato l’impiego di certi vocaboli: nei Balcani non si rischia mai di essere catastrofisti, perché la realtà si spinge quasi sempre ben oltre le già tristi previsioni. Leonora era una ragazza sveglia, matura più di quanto la sua adolescenza richiedesse, diffidente di fronte alle solite parole dei soliti mediatori di turno, a suo modo fatalista, a suo modo sognatrice. In seguito alla deportazione messa in atto dall’esercito jugoslavo i giorni seguenti l’inizio dei bombardamenti, ci siamo sentiti per telefono ai primi di maggio 1999 dal suo esilio nel sud della Francia.
D --- Come sono stati i giorni che hanno immediatamente preceduto l’inizio dei bombardamenti?
R --- Le settimane che precedono lo scoppio di una guerra sono sempre terribili. Sono stati giorni difficili per noi albanesi: i nostri negozi venivano dati alle fiamme, quindi noi eravamo costretti a rivolgerci ai negozi serbi per comprare le cose elementari della vita di ogni giorno, come il pane, il latte…. Questi però di fronte alle nostre richieste rispondevano: “Perché non andate dalla NATO a comprare ciò che vi serve?” La polizia serba era indifferente di fronte a questi episodi e lasciava correre, di conseguenza i civili si sentivano come autorizzati a prevaricarci ed umiliarci.
D --- L’inizio dei bombardamenti ha poi aggravato ulteriormente il rapporto tra civili serbi ed albanesi?
R --- Non poi di molto, i rapporti erano già piuttosto deteriorati. In risposta a questo la polizia stessa invitava i serbi a dotarsi di un’arma, incoraggiando così i soprusi nei confronti dei vicini albanesi. Ho conosciuto molti episodi di persone che con un arma in mano bussavano alle case degli albanesi ai quali chiedevano soldi sotto minaccia di morte. Anche molti nostri vicini, con i quali abbiamo convissuto da sempre, hanno cominciato a comportarsi così. A quel punto la convivenza, il rispetto reciproco e la fiducia sono crollati.
D --- Durante i primi giorni di bombardamenti Pristina era circondata dall’esercito e le strade erano occupate dai carri armati jugoslavi. Come ti è stato possibile fuggire?
R --- E’ stato possibile perché a quel punto i serbi sono stati felici di vederci partire, tanto che venivano a salutarci alla partenza sbeffeggiandoci con un cenno di saluto. Finalmente vedevano avverato il sogno di avere il Kosovo tutto per loro.
D --- La deportazione era organizzata, erano messi a disposizione dei treni, se non sbaglio….
D --- Sì, da quel punto di vista sono stati efficienti. Ti requisivano i documenti in modo che non avresti potuto dimostrare di essere kosovaro e quindi ottenere il permesso per il rientro, un domani. Le anagrafi, a quanto ne so, sono state distrutte, con il tentativo di cancellare la nostra identità. Dopodiché ti caricavano sui treni e ti spedivano al confine.
D --- Dalla tua esperienza personale c’è stato il caso di qualche civile serbo che abbia tentato di opporsi a tutto questo, o che abbia mostrato solidarietà nei confronti degli albanesi?
R --- Sì, i compagni che abitavano nel mio stesso palazzo sono stati molto buoni, però anche loro non potevano far altro che consigliarci di avviarci quanto prima verso la stazione per essere espulsi, prima che arrivassero banditi o paramilitari ad imporcelo con la forza e con la violenza. Alcuni serbi a loro volta hanno abbandonato Pristina per la Serbia. Sì, a causa dei bombardamenti, ma anche perché non volevano rendersi complici di quel che stava accadendo.
D --- Quale situazione hai incontrato nelle campagne durante il tragitto verso il confine?
R --- E’ stato terribile. Molti non hanno avuto la possibilità di essere caricati sui treni, per cui vagavano per giorni e giorni. Qualcuno ha caricato tutto sul carro, compresa tutta la famiglia e lo stretto necessario, e si è messo in marcia con il trattore. Ma tanti si sono incamminati a piedi non avendo altro modo per spostarsi. Questo significava imbattersi continuamente in pattuglie dell’esercito che certamente non si faceva mancare l’occasione per infierire. Eravamo sopraffatti dal terrore. Io stessa per tutti gli otto giorni che ci sono voluti per arrivare al confine non ho mangiato che un tozzo di pane. Ho visto gente morire di stenti, affamata, stanca, soprattutto i vecchi.
D --- Ti sei trovata di fronte anche ad esecuzioni?
R --- Ho visto persone uccise. L’esercito cacciava dalle case e chiedeva soldi, qualche volta ammazzava. Ho visto tirare pugni ai bambini. Non so descriverti cosa provavo in quei momenti.
D --- Davvero una via diplomatica non era possibile in alternativa a tutto questo? La missione dell’OSCE cominciata nell’ottobre 1998 è stata una via fallimentare per negligenza, demerito e forse anche perché gestita da chi coltivava altri interessi occulti. O credi che di più non si potesse fare?
R --- Può darsi che l’OSCE non abbia lavorato al pieno delle proprie possibilità, ma in definitiva credo che non ci siano dubbi che le maggiori responsabilità di quanto stia avvenendo debbano essere addebitate a Milosevic. La comunità internazionale non è stata capace di trovare una soluzione entro la primavera, ma Milosevic non ha fatto un passo in avanti, dimostrando di non avere per nulla a cuore della tragedia del popolo albanese del Kosovo.
D --- Credi che sarà possibile, una volta ritornati in Kosovo, una nuova convivenza tra serbi e albanesi?
R --- Per molti so già che non sarà possibile neanche guardarsi negli occhi. Per quanto riguarda me non ci sono problemi. Io chiedo solo che vengano rispettati i miei diritti, che possa uscire per strada tranquillamente senza rischiare di essere picchiata, che possa frequentare liberamente una scuola al pari dei miei coetanei senza essere discriminata perché albanese.

Questo invece è quanto mi raccontò quella sera del 24 agosto 1999.


D --- L'ultima volta che ci siamo sentiti per telefono mi ricordo che dicesti di sperare di tornare qui a Pristina per l'autunno. Invece è solo agosto ed è già tutto finito.
R --- Sì, sono felicissima. Davvero non credevo di poter tornare a casa così presto e soprattutto non potevo immaginare che i Postpessimisti potessero ricominciare ad incontrarsi e a lavorare in così breve tempo. E' tutto diverso ora qui a Pristina, talvolta non la riconosco nemmeno più. Qualche sera fa sono stata fuori con gli amici fino alle 2 di notte. Non era mai capitato prima, perché per noi era pericoloso stare fuori la sera fino a tardi. Io appartengo a quella generazione cresciuta con le leggi speciali qui in Kosovo, con la polizia serba che per qualsiasi pretesto fermava i giovani albanesi per la strada e li picchiava senza fornire spiegazioni. Ora invece mi sento sicura quando cammino per la strada.
D --- Come trovi la società del Kosovo ora? Sta cambiando struttura, la spinta esercitata dagli albanesi sta dando finalmente dei risultati anche se attraverso un calvario doloroso. Dopo questa apocalisse le responsabilità è grande…
R --- Il Kosovo non è ancora certo quella che si potrebbe definire una terra promessa. Non mi riferisco solo alle distruzioni materiali, né solo ai traumi vissuti dalla gente. Resta molto lavoro da fare culturalmente, perché oggi tutto quello che la gente sembra gradire ha sempre attinenza con l'UCK o in qualche modo inneggia all'Albania. Tutto ciò che permea la nostra società deriva da una retorica militare, che io non posso sopportare. Inoltre la gente sembra spensierata, euforica, come se si fosse dimenticata di ciò che ancora resta da fare sul piano civile, politico e del diritto. Sono anche preoccupata dai modelli culturali che stanno invadendo il Kosovo, che io avverto come qualcosa che proviene dall'esterno, che prima, quando eravamo oppressi dal regime serbo, anche se si stava peggio, non esistevano. Mi riferisco al mito del soldato, dell'uomo con un'arma in mano che dimostra di essere padrone della società e degno di rispetto, così come il mito del mafioso pieno di soldi perché traffica con l'Europa cose che nessuno fino in fondo riesce a capire bene quali siano.
D --- In Italia nei mesi di guerra c'erano 3 categorie di commentatori: chi considerava gli albanesi del Kosovo un popolo pacifico spinto all'esasperazione, chi un popolo opportunista e venduto, chi un popolo combattivo ma indifeso, necessitante di una protezione di fronte al nazionalismo jugoslavo, militarmente meglio equipaggiato. Certo, per chi ha conosciuto la nonviolenza secondo l'interpretazione kosovara, ora farà fatica a spiegarsi questo virata improvvisa….
R --- Gli albanesi del Kosovo sono un popolo semplice e generoso, capace di grandi manifestazioni di civiltà e di pacifismo. Però era esasperato, non si può descrivere quanto. Questo non vuol dire però che ora la nostra società si debba costruire sulla base di una cultura militare, anche perché questo non sarebbe nell'interesse della nostra gente, ma di quanti hanno interesse a stabilire un clima di tensione attraverso il quale manipolare il consenso delle persone. E soprattutto questo tornerebbe a favorire quanti abbiano pensato di trarre dalla liberazione del Kosovo un proprio guadagno personale. Trovo che in questo momento ci sia il pericolo che abbiano accesso alla nostra terra albanesi d'Albania interessati ad altro.
D --- I bombardamenti visti dall'Europa o visti dal Kosovo non hanno reso lo stesso significato, per quanto ho raccolto in queste settimane. Cosa mi sai dire tu che hai provato entrambe le prospettive?
R --- So quello che vuoi dire: i pacifisti italiani si sono schierati contro i bombardamenti, lo stesso hanno fatto molti in Francia dove io mi trovavo. Io mi sento di dire solo una cosa: come può pretendere una persona che fino allo scorso marzo ('98) non aveva mai sentito parlare di Kosovo né conosce la nostra storia, pretendere di sapere se era giusto bombardare oppure cos'altro. Le opinioni possono essere diverse, però io ho notato che molti si schieravano sulla base di pretese assurde, difendendo ideologie politiche più che considerando i fatti per quello che erano. Lo so che tu mi dirai che l'opzione diplomatica non va mai abbandonata. Però io ti rivolgo una domanda: credi davvero che la sofferenza e le distruzioni delle bombe siano state maggiori rispetto a quanto noi albanesi avremmo continuato a subire se avessimo proseguito sulla strada dei negoziati? Per anni abbiamo discusso una via negoziata. Cosa ne abbiamo ottenuto se non migliaia di morti, repressione e una situazione invariata? I bombardamenti hanno prodotto anche distruzioni smisurate e ingiustificate per certi versi anche nel resto della Jugoslavia. Questo non credo sia stato giusto, probabilmente la NATO ha perseguito interessi propri, diversi dai nostri. D'altra parte è difficile credere che sarebbe intervenuta solo in difesa del popolo kosovaro, quando ci sono altre decine di popoli nel mondo più o meno nella stessa situazione in cui eravamo noi e per quelli nessuno interviene.
D --- Adesso gli albanesi del Kosovo devono dimostrare di essersi meritati questa liberazione….
R --- E' la nostra sfida, noi la raccogliamo. Le guerre sono sempre vicende molto complesse e torbide, però adesso c'è veramente la possibilità di costruire qualcosa di concreto e giusto qui in Kosovo, nonostante tutto. Noi come Postpessimisti faremo tutto il possibile per contribuire a creare una buona società.
D --- La credibilità della prossima società kosovara che sta per nascere passa attraverso il rispetto delle altre minoranze….
R --- Lo so, è chiaro. Però, se devo essere sincera, preferisco non pensare ai serbi ancora per un po', mi evoca bruttissimi ricordi. Ci sono stati tanti di loro qui a Pristina che si sono comportati correttamente, ma anche quelli in ogni caso non ci hanno difeso, non si sono schierati a nostra difesa quando si trattava di vivere o morire, ma si sono avvalsi del fatto di essere serbi per non essere sottoposti alla repressione ed alla pulizia etnica. Il futuro del Kosovo si dovrà costruire anche con loro, non lo metto in dubbio, ma per favore, per ora cambiamo discorso….
 
QUESTA INTERIVSTA E' CONTENUTA NEL LIBRO: "GOOD MORNING, PRISTINA" 

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