Il colloquio che riporto di seguito è in realtà l’incontro, intenso e sconcertante, con un guerrigliero dell’UCK avvenuto il 17 dicembre 1998, passeggiando tra le macerie di un villaggio fantasma chiamato Opterusha a circa 10 Km da Orahovac nel sud del Kosovo, distrutto dall’offensiva serba della primavera-estate 1998. Scortati da alcuni soldati armati di tutto punto e con il kalasnjikov tra le braccia abbiamo preso visione della realtà dei villaggi “liberati”, difesi dall’UCK, dove i contatti con il resto del mondo sono impediti dai posti di blocco della polizia serba, posizionata a valle. L’unica possibilità di accedervi, esclusa l’opzione di infiltrarsi di notte insieme ai rifornimenti di armi, era quella di presentarsi alla polizia posizionata a valle con la qualifica di associazione umanitaria, disposti a subire una perquisizione, anche in questo caso senza la certezza di ottenere il permesso di passare. Il ragazzo con il quale ho parlato si esprimeva in un inglese corretto. Insieme a lui a presidiare ciò che rimaneva di questo villaggio un altro ribelle di soli 18 anni ed un uomo in abiti civili per i contatti logistici. Tutto intorno sulle colline circostanti appostamenti di altri soldati dell’Esercito di Liberazione del Kosovo.
D --- La temperatura si è alzata in questi giorni, non sembra neanche inverno….
R --- Sì è vero. La neve si sta sciogliendo quasi ovunque, il paesaggio è quasi sgombro da qualsiasi impedimento visivo, questo ci costringe a stare ancora più all’erta perché, anche se non credo che abbiano intenzione di attaccarci da queste parti, comunque per la polizia serba un “terrorista” ammazzato, come ci chiamano loro, è sempre un trofeo importante per la loro propaganda. Qui siamo abbastanza protetti, come vedi tutta la vallata è presidiata da nostri soldati appostati pronti a lanciare l’allarme in caso di offensiva. Ma per ora è tutto tranquillo.
D --- La mia impressione è però che voi non siate poi molti qui….
R --- E’ vero, ma proprio per domani sono attesi rinforzi. Li stiamo aspettando da giorni, però ci sono stati dei problemi, sai non è facile infiltrarsi oltre la retroguardia serba e raggiungerci fin qui.
D --- Lo credo, ma da dove provengono questi rinforzi?
R --- Dall’Albania e dalla Macedonia, sono altri volontari che dopo l’addestramento nei campi oltre le montagne di Prizren rientrano nel Kosovo pronti a combattere.
D --- Si tratta solo di albanesi del Kosovo o tra loro ci sono anche volontari d’Albania?
R --- No, l’Albania ci consente tacitamente di utilizzare il confine come punto logistico di organizzazione della guerriglia, ma non c’è nessun volontario dell’Albania tra di noi. Con il governo macedone invece c’è qualche problema in più, dal momento che in Macedonia ci sono anche soldati della NATO, ma alla fine noi utilizziamo solo zone montane che non interessano a nessuno e così ci lasciano fare. Anche tutti i rifornimenti di attrezzatura bellica vengono acquistati sul mercato nero internazionale di armi ma con i soldi che le comunità kosovare sparse in Europa e nel mondo ci spediscono. Ma se pensi che lo stato d’Albania ci stia finanziando ti sbagli.
D --- Ma è un finanziamento efficiente quello delle comunità all’estero? Vi permette di allestire in pochi anni niente meno che un esercito?
R --- Non ci possiamo lamentare. Un’associazione fondata qualche anno fa si preoccupa di contattare le famiglie di albanesi del Kosovo residenti all’estero, si chiama “Venlindja Therret”, che significa “La Patria ti chiama”. Questa garantisce buone entrate ai quadri militari dell’UCK. Ma non devi dimenticare che molte donazioni arrivano anche da agenzie che comunque fanno soldi attraverso gli indotti dell’emigrazione albanese e da attività di gente locale: chi se lo può permettere non manca mai di impiegare i suoi soldi per la causa albanese.
D --- Intendi anche attraverso l’emigrazione clandestina?
R --- No, intendo attraverso le centinaia di migliaia di albanesi del Kosovo che sono residenti all’estero, ma che una volta fatti i soldi tornano qua ad investirli, in agenzie di viaggio, nell’artigianato. L’emigrazione clandestina non ci riguarda ed è in mano ai trafficanti dell’Albania.
D --- Insomma, quindi per voi è di importanza strategica il controllo del confine con l’Albania….
R --- Sì, e di fatti l’esercito serbo lo sa bene e sta posizionando lì dei corpi speciali. I 36 soldati dell’UCK uccisi lunedì scorso (14 dicembre 1998, ndr) sono infatti il risultato di uno scontro a fuoco per il controllo dei passi di montagna che noi utilizziamo come porta di accesso al Kosovo. Questi sono i problemi cui alludevo prima. Per di più adesso i valichi riconquistati dai serbi vengono minati. Questo è un grave pericolo per noi, ma soprattutto per i civili che cercano di abbandonare il Kosovo senza passare dalle dogane della Macedonia o dell’Albania, che li rispedirebbero indietro.
D --- Cosa significa quindi per voi questo periodo di “cessate-il-fuoco”, dagli accordi tra Milosevic ed Holbrook dello scorso ottobre?
R --- La pace non è un obiettivo realisticamente auspicabile da qui a breve tempo. Milosevic non concederà mai l’autonomia al Kosovo, ma anche quella ormai non ci basta. Ti sembra giusto che più del 90% degli abitanti di una regione debbano sottostare alle leggi discriminanti di un potere lontano ed estraneo a quella che è la realtà del Kosovo, ossia da Belgrado? Questa terra è nostra e ciascuno ha il diritto di comandare in casa propria, ciascuno ha il diritto di determinare le leggi con le quali organizzare la vita del proprio popolo. Quindi per noi la tregua non è altro che un periodo di preparazione e di organizzazione in vista della prossima primavera.
D --- Come sei arrivato qui sui monti a combattere?
R --- Io sono cresciuto con l’assurdità di dover rendere conto sempre a qualcuno del fatto che fossi albanese, quando la stragrande maggioranza di noi era albanese. Sono cresciuto sperando che le cose potessero cambiare. Sono arrivato ad un punto in cui ho capito che l’unica possibilità per risolvere il problema era conquistare la libertà con le armi. Ho 26 anni, ero quasi laureato presso la facoltà tecnica dell’Università albanese di Pristina. Un anno fa ho lasciato gli studi e mi sono arruolato nell’UCK ed ora sono qui per combattere. Non ho paura di morire perché so che sto facendo una cosa giusta e che se morirò l’avrò fatto per una giusta causa, per la causa del popolo albanese del Kosovo. Il nostro motto è: "Non esiste modo più onorabile per morire che morire per la terra dei nostri padri". Non ho paura di morire anche perché so che quando io morirò un altro prenderà il mio posto, perché io a mia volta ho preso il posto di qualcuno che ha dato la sua vita per quella che poteva essere la mia libertà. Ora viviamo ancora sotto il controllo dell’oppressore serbo, ma se un domani dovessimo conquistare la libertà e io dovessi avere dei figli, è a lui che dovrei rendere grazie. Così io combatto serenamente, senza paura.
D --- Cosa ne pensi della manifestazione tenuta dai civili serbi a Orahovac il 10 dicembre per protestare contro i rapimenti dei loro familiari ad opera di quelli che loro chiamano i terroristi dell’UCK?
R --- La guerra è un gioco sporco ed io lo capisco. Ma non siamo stati noi a cercarla. Inoltre devi capire che noi non abbiamo mai avuto niente contro i civili serbi. In tutti questi anni è contro Belgrado che noi abbiamo manifestato ed è contro la polizia serba che ci siamo scontrati. Però ricordati che la scorsa primavera, quando ci fu l’offensiva dell’esercito jugoslavo, ogni serbo aveva in casa un’arma e la prima cosa che ha fatto è stata quella di sparare al suo vicino albanese. Evidentemente quelle persone rapite erano pericolose ed avranno commesso qualcosa. Per questo l’UCK avrà deciso di farle sparire.
D --- Hai accennato ad una preparazione in vista della primavera, ma quali sono dunque i vostri obiettivi per i prossimi mesi?
R --- Ci siamo rinforzati notevolmente. Innanzi tutto l’obiettivo è quello di trasformare coi fatti l’UCK da esercito di prima difesa dei villaggi costituito da principianti che al mattino lavorano i campi e al pomeriggio imbracciano un fucile in un vero e proprio esercito di conquista e di liberazione del Kosovo. Il nostro attacco la scorsa primavera, come saprai, alla fine non ha resistito. Per quest’anno gli obiettivi sono quelli di tenuta della posizione che conquisteremo. E’ possibile che l’esercito federale jugoslavo abbia un’organizzazione logistica più completa e collaudata della nostra, ma devi capire che dietro le nostre spalle c’è un popolo oppresso, non la propaganda di qualche politico mafioso. Per questo noi lotteremo fino alla vittoria, certi che questa prima o poi avverrà. Per questo ho lasciato la città ed ho deciso di venire qui in collina a combattere.
QUESTA INTERVISTA E' CONTENUTA NEL LIBRO "GOOD MORNING, PRISTINA"