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O partigiani o indifferenti? Riflessioni sul dilemma gramsciano e i suoi equivoci nelle rivolte arabe e nel conflitto in Siria

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Severgnini, M. (2017), "O partigiani o indifferenti? Riflessioni sul dilemma
gramsciano e i suoi equivoci nelle rivolte arabe e nel conflitto in Siria",
Scienza e Pace, VIII, 1, pp. 33-62. 

2008 - 10 - 6 - Vicenza: referendum auto-gestito

E’ cominciato all’alba il giorno dell’orgoglio vicentino, perlomeno di quella parte di Vicenza, estesa, radicata, se non maggioritaria, che si oppone alla costruzione di una nuova base militare americana in città. Dunque questo sembra essere il risultato di una consultazione popolare anomala e a un certo punto sorprendente, già prima non vincolante e diventata poi anche non legale, cioè da mercoledì 1 ottobre quando il Consiglio di Stato si è pronunciato definendo “un auspicio irrealizzabile” l’oggetto del referendum e pertanto annullandolo.
La giornata quindi di domenica 5 ottobre si è trasformata nell’occasione di una grande iniziativa popolare avente scopo il ripristino del diritto alla consultazione. Sono stati così allestiti nel giro di 3 giorni 32 “centri di raccolta” , ossia altrettanti gazebo portati da diverse associazioni della città, posizionati davanti alle scuole e agli edifici pubblici che avrebbero dovuto ospitare i seggi del referendum. Una decina i volontari per ciascun seggio che si sono dati il cambio durante tutta la giornata per permettere ai propri concittadini di esprimere il loro voto, dalle 8 alle 21. A sorvegliare la corretta applicazione delle procedure di voto un “comitato per la consultazione”, diretto a sua volta da un “comitato dei garanti”, composto da notai della città. Il tutto organizzato in 3 giorni e, come detto, a titolo di volontariato.

2008 - 04 - Piccolo saggio sull'Italia umiliata al voto

Nel dicembre scorso a Milano ero a cena da amici, c’erano 2 registi iracheni in città per partecipare al festival “Off-line Baghdad”. Si parlò anche di elezioni irachene, ma presto si finì a parlare più in generale dell’idea stessa di elezioni. C’era in loro quello stesso fervore che riscontro in certe persone anziane che hanno magari fatto la Resistenza, che invocano la sacralità intrinseca del voto. Certo, per chi ha vissuto a lungo sotto un regime, per chi è cresciuto in un Paese che nel corso del ‘900 si è più volte riconvertito da protettorato retto da usurpatori locali a fugaci esperienze rivoluzionarie presto rivelatesi altrettanti imbuti assolutisti, quale l'Iraq è, anche solo il gesto fisico di recarsi nell’urna deve rappresentare un’emozione del tutto particolare.
Io dopo un poco li gelai: “vi accorgerete presto che è tutta una presa in giro”. Mi guardarono un po’ offesi, come provocati. Ma devo dire che le loro argomentazioni per ribattere alla mia affermazione mi sono parse oltremodo ingenue. Certo non si può pretendere che l’entusiasmo del neofita sia esso stesso dimestichezza con la materia che si aspira a possedere.


Impermeabilità al condizionamento di massa

2000 - 12 --- Chi ha pianificato la disgregazione della Jugoslavia. Intervista con Svetlana Djurić

La testimonianza che segue è stata raccolta da Duško Djordjević e Michelangelo Severgnini a Belgrado durante il mese di dicembre 2000 per il programma radiofonico "Ostavka!" e successivamente trasmessa sulle frequenze di radio Onda d'Urto. Svetlana Durić è stata giornalista e addetta stampa del governo Jugoslavo alla fine degli anni '80.

D --- Qual era lo scenario alla fine degli anni '80 in Jugoslavia per te che ne sei stata una testimone privilegiata.

1999 --- Jelena, profuga serba fuggita dal Kosovo

D--- Sono davvero contento di rivederti. Raccontami cosa ti è successo in questi mesi, e come alla fine sei arrivata a Belgrado.
R ---Verso fine gennaio ('99, ndr), dopo che tu sei partito, a Pristina aveva aperto Radio Contact. Non che mi dispiacesse il lavoro a Radio "N", ma hai visto anche tu, lì si metteva solo musica e si dava qualche notizia qua e là. Non era una radio che si occupava della questione politica.
D --- Sì, ma a suo modo quella radio faceva politica, quanto meno non soffiava sui nazionalismi, anzi voi eravate la dimostrazione che serbi ed albanesi potevano convivere.
R --- Non so, forse sì. Però prova a pensare che la gente non sapeva che noi e Radio "C'Est La Vie" trasmettevamo dallo stesso appartamento, così era come se fossimo due cose diverse. La nostra era una radio serba e si parlava solo il serbo, si metteva solo musica serba. A Radio Contact era invece diverso. Lì c'era la precisa volontà di dimostrare che serbi e albanesi, così come tutte le altre minoranze che convivono in Kosovo, possono essere una società sola, un popolo solo, una realtà multietnica e pluriculturale. Si faceva informazione, si aprivano dibattiti, c'erano trasmissioni nelle diverse lingue, c'era realmente una redazione mista.
D --- Cosa ne pensavano le realtà locali?

1998 --- Un soldato dell'UCK

Il colloquio che riporto di seguito è in realtà l’incontro, intenso e sconcertante, con un guerrigliero dell’UCK avvenuto il 17 dicembre 1998, passeggiando tra le macerie di un villaggio fantasma chiamato Opterusha a circa 10 Km da Orahovac nel sud del Kosovo, distrutto dall’offensiva serba della primavera-estate 1998. Scortati da alcuni soldati armati di tutto punto e con il kalasnjikov tra le braccia abbiamo preso visione della realtà dei villaggi “liberati”, difesi dall’UCK, dove i contatti con il resto del mondo sono impediti dai posti di blocco della polizia serba, posizionata a valle. L’unica possibilità di accedervi, esclusa l’opzione di infiltrarsi di notte insieme ai rifornimenti di armi, era quella di presentarsi alla polizia posizionata a valle con la qualifica di associazione umanitaria, disposti a subire una perquisizione, anche in questo caso senza la certezza di ottenere il permesso di passare. Il ragazzo con il quale ho parlato si esprimeva in un inglese corretto. Insieme a lui a presidiare ciò che rimaneva di questo villaggio un altro ribelle di soli 18 anni ed un uomo in abiti civili per i contatti logistici. Tutto intorno sulle colline circostanti appostamenti di altri soldati dell’Esercito di Liberazione del Kosovo.

1999 --- Leonora ed il futuro dei giovani di Pristina

Quando conobbi Leonora, in Kosovo un irritante fatalismo già permeava la vita quotidiana di chiunque. Era il dicembre 1998, i Postpessimisti, così si definivano questi adolescenti sospesi tra la disillusione ed una tenace speranza, rappresentavano per certi versi una realtà anomala nella popolazione kosovara ormai smagliata se non altro dalla diffidenza, che si impossessava anche degli ambienti più cosmopoliti. Nelle periferie delle città l’odio già ringhiava alle porte, nell’attesa di potersi avventare sui resti di un tessuto sociale ormai allo sbando. Del resto negli ultimi mesi non si era fatto altro che parlare della resa dei conti che ci sarebbe stata a marzo. E non appariva esagerato l’impiego di certi vocaboli: nei Balcani non si rischia mai di essere catastrofisti, perché la realtà si spinge quasi sempre ben oltre le già tristi previsioni. Leonora era una ragazza sveglia, matura più di quanto la sua adolescenza richiedesse, diffidente di fronte alle solite parole dei soliti mediatori di turno, a suo modo fatalista, a suo modo sognatrice. In seguito alla deportazione messa in atto dall’esercito jugoslavo i giorni seguenti l’inizio dei bombardamenti, ci siamo sentiti per telefono ai primi di maggio 1999 dal suo esilio nel sud della Francia.
D --- Come sono stati i giorni che hanno immediatamente preceduto l’inizio dei bombardamenti?

2002 --- Cabilia: un'altra Algeria è possibile

Apparso sul settimanale "Diario". 
 

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