Vita da reporter a Bagdad

Michelangelo Severgnini è un giovane e indipendente Reporter che ha girato un documentario in Iraq questa estate. Paolo Mondani l'ha conosciuto sul campo ed è rimasto impressionato dalle sue capacità e dalla voglia di far vedere una realtà diversa, quella che proprio non riesce nemmeno a trasparire attraverso i media nazionali e internazionali.
Michelangelo ha accettato di fare qualche passo con noi lungo la strada che Reporter sta cercando di seguire.
D--- Come sei arrivato lì?
R--- Benché mi sia capitato in passato di frequentare scenari di guerra, non immaginavo di arrivare lì se non fosse che un amico algerino, Karim Metref, era in Iraq da gennaio dove lavorava per l’Ong Terre des Hommes. L’ho raggiunto per lavorare insieme come avevamo fatto già anche in Algeria. Nei primi mesi della sua permanenza a Bagdad sembrava possibile fare qualcosa, ma poi, soprattutto nel periodo del primo assedio a Falluja, è stato difficile. Nelle ultime settimane abbiamo approfittato della relativa calma e a luglio l’ho raggiunto. Abbiamo realizzato questo documentario ma dopo la situazione è tornata difficile.
D--- Sei stato in Iraq quattro settimane. Quanto hai girato?
R--- Ho girato quattordici ore di filmati. Voglio ricordare che non reputandomi giornalista ma freelance i lavori che realizzo sono nostri progetti che non rispondono a un committente. Ora si pone un altro problema infatti: quello che una volta montato il prodotto bisogna farlo conoscere, farlo girare.
D--- Come ti muovevi per Bagdad?
R--- E’ stata la grossa scommessa di questa avventura. Se nei primi giorni le mie paure erano al massimo, poi mi sono sciolto e oltre a girare con una macchina civile fornita dalla Ong abbiamo fatto anche lunghe passeggiate a piedi, ci siamo fermati di sera nei locali, protetti dal fatto che eravamo in giro con irakeni e che Karim parlava arabo.
D--- Lo dicevi che eri italiano?
R--- Non apertamente, se dovevo confessarmi preferivo dire che ero spagnolo. Con persone con cui ho stretto rapporti di amicizia e collaborazione ero sincero però.  Ricordo che un giorno ero accompagnato da un giovane irakeno. Sono andato in un quartiere povero al mercato. Gli ho chiesto se era sicuro scendere dopo le riprese fatte in macchina. Abbiamo fatto un accordo: lui poneva le domande in irakeno e io stavo zitto. Abbiamo incontrato poco meno di una decina di persone che avevano opinioni contrastanti.  Mi ero un po’ mascherato ma c’è un’altra cosa curiosa: io adottavo degli accorgimenti mentre Karim, berbero e mezzo biondo, forte del fatto che parlava arabo, si vestiva all’occidentale e la gente credeva che fossi io il suo interprete.
 
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