Venerdì, 31 Agosto 2007 - NAPOLI

Il viaggio da Bari a Istanbul è finito. Le riprese del road-movie sono terminate, forse ne gireremo solo poche altre a Bari come coda, per terminare. Però il viaggio di questo diario di bordo è appena cominciato e quindi prosegue.
Torno però ora a raccontare qualche altro episodio successo a Istanbul questa mattina e farò qualche altra considerazione.
Rileggendo i racconti dei giorni scorsi ho notato di aver fatto ricorso spesso al concetto di "metafisico" per descrivere quelle che in fondo non erano altro che le mie sensazioni. Generosamente, non solo in quantità, attribuivo a vaghe percezioni che andavo raccogliendo un quasi valore universale.
E' l'ingenuità di un diario. Che partendo da un'esperienza personale è tentato di attribuirle un valore riconoscibile a tutti.
Questa mattina abbiamo preso un taxi per l'aeroporto. L'autista, un signore distinto e pratico sulla cinquantina, parlava un inglese fluente, per cui un po' per caso, un po' per curiosità siamo finiti a conversare un po' su tutto. Ne riporto ora i passi che ho trovato più interessanti.
"Quindi ora avete un nuovo presidente. Cosa ne pensi?".
"Ah sì, lui è un islamico, ma è moderato. Non c'è il pericolo che la comunità internazionale vede. Qui in Turchia siamo tutti moderati. Non vedi quante foto di Atatürk ci sono appese un po' ovunque. Da lì non si torna indietro, nessuno avrebbe il coraggio di contraddire un personaggio come il "padre dei Turchi", per quello che lui ancora rappresenta per noi e per quanto la gente ancora lo ama. L'Akp è un partito islamico, è vero, ma la Turchia resta un Paese laico. Ci sono forse il 5% di estremisti, ma non gli diamo il permesso di alzare la testa. Non appena uno di loro prova a dire qualcosa, noi gli rispondiamo che l'Iran sta sul confine orientale, che espatriassero da quella parte. Qui si beve alcohol e ognuno fa come gli pare, la religione è un fatto personale".
"E dell'Europa, cosa ne pensi?".
"Senza voler mancarvi di rispetto, ma a me l'Europa non mi convince. Che bisogno abbiamo noi dell'Europa? Siamo un Paese grande, stabile e ricco, l'ingresso in Europa non ci conviene, porterebbe a un rialzo dei prezzi e questo nessuno lo vuole".
Da queste parole ho messo a fuoco una sensazione che si andava già stagliando nei miei pensieri. Questo tassista segna un passaggio ulteriore, dalla permalosità all'elaborazione dell'identità autonoma. Non so a quanti qui in Turchia si possa dire abbiano percorso questa evoluzione, che non sfocia necessariamente nell'identità religiosa, quanto piuttosto, come visto, in un'identità nazionale, magari nazionalista.
Una delle prima frasi del nuovo presidente, Abdullah Gul, è stata: "Le riforme che ci aspettano saranno per il bene della Turchia, non perché ce le chiede l'Europa", come a mettere le mani avanti che qualora ci fosse una convergenza tra le due politiche, non di meno questa convergenza sarebbe casuale e per niente risultato di un adeguamento.
Nel libro di Orhan Pamuk, "Istanbul", c'è un capitolo molto interessante che si intitola "Sotto gli occhi dell'Occidente".
<<Tutti noi, sia come individui sia come società, ci preoccupiamo fino ad un certo punto di ciò che pensano di noi gli stranieri e gli sconosciuti. Se questa preoccupazione arriva a dimensioni tali da farci soffrire, da annebbiare il nostro rapporto con la realtà, da diventare ancora più importante della realtà stessa, vuol dire che è un problema>>.
Con queste parole si apre questo interessante capitolo.
Tuttavia l'altro giorno, nella città vecchia, dalle parti di Sirkeci, mi sono trovato a fare delle riprese alle tavole di alcuni pittori. In una di queste era raffigurato il profeta Alì, venerato dagli Sciiti. E' stato il pittore stesso a interrompermi chiedendo di non riprendere. Questione di diritti? No, non credo. Di permalosità, come se il sottotesto fosse: "Ma che fai? Occidentale, non venire qui a spiare chi sono i profeti nostri"? Sì, così mi è parso di primo acchito e in verità, aspettavo prima o poi che sarebbe successo (avevo ben in testa il capitolo di Pamuk).
Tuttavia ripensandoci, l'atteggiamento di questo pittore aveva davvero poca sofferenza, di quella che parla Pamuk. E quindi forse non proprio di permalosità si sarebbe dovuto parlare. Forse era un atteggiamento di noia. Forse c'è già una Turchia che pensa a se stessa come auto-sufficiente. Stanca di questo Occidente saccente e spione, o forse più che Occidente, proprio di questa Europa cavillosa, digiuna e primitiva quando si parla di Oriente.
Forse c'è un filo diretto che lega, come una causa e un effetto (e ritorno), coloro che dall'Europa vedono nell'avvicinarsi della Turchia un pericolo identitario e coloro che dalla Turchia ormai snobbano il chiacchiereccio europeo.
Alla prospettiva frontale preferisco sempre quella laterale, mi permette di misurare le distanze. Non vorrei che presto fossero gli Europei a diventare permalosi sotto gli occhi dell'Oriente.

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