Unfamiliar --- 12 - 11 - 07 - NEW YORK (USA)

Ieri c’e’ stata la proiezione di "Ist’imariyah" all’IFC Center a "Greenwhich village", "downtown Manhattan". Sono stato colpito da cio’ che e’ avvenuto al termine della proiezione: scorrevano i titoli di coda e le luci in sala si accendevano per consentire al "Q&A" (le domande e risposte con il regista) di avere inizio. Una decina forse piu’ di persone si sono alzate e se ne sono andate, su un totale di un centinaio che la sala poteva contenere. Di per se’ non e’ una cosa grave, ma sapevo cosa spingeva quelle persone ad uscire dalla sala. Ho cercato smentite o conferme in seguito, con Rasha o con altre persone, critici, registi, organizzatori, gente che in alcuni casi conosceva di persona coloro che si erano alzati, ma sono arrivate solo conferme alle mie sensazioni: il film aveva "urtato" quelle persone. Per inciso, il resto del "Q&A" e’ stato molto positivo.
Piu’ tardi, a cena, Basma, una giovane regista palestinese di Chicago, mi ha spiegato:
<<Gli Americani pensano di potere cambiare le sorti del mondo e non possono sopportare l’idea di essere impotenti di fronte al corso della Storia. Se fanno la cosa giusta sono loro a prendersi i meriti. Se fanno quella sbagliata sono sempre loro a spiegarti che alternative non ce n’erano e che alla fine e’ stato giusto cosi’: trovare una giustificazione a tutto per loro e’ molto semplice, visto che sono loro a scrivere la Storia. Ma non puoi concederti il lusso di raccontare agli Americani che comunque vada, l’esito della Storia non dipendera’ da loro, perche’, semplicemente, non sono disposti a prendere in considerazione questa ipotesi>>.
Nel lontano 2000 l’allora segretario di Stato americano Madeleine Albright defini’ la situazione in Kosovo con questa parola: "euro-mess", pasticcio europeo. Cosi’ appariva alla Albright la situazione nella provincia della ex-Jugoslavia, governata e gestita politicamente da un’azione politica civile e militare europea con l’avallo dell’ONU, che pero’ stentava (e stenta) a trovare un equilibrio tra le richieste dei soggetti in campo finendo per scontentare un po’ tutti. Non so se chi si trova a rivestire oggi quello stesso incarico di segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, sarebbe disposta ad usare la parola "american-mess" per definire la ben piu’ grave (e di gran lunga) situazione in Iraq. Questo, in fondo, tra le altre cose, e’ cio’ che racconta la storia di Shadi.
Rasha Salti, la direttrice del festival, e’ stata ancora piu’ chiara:
<<Cio’ che ha veramente colpito del tuo film e’questa figura di resistente iracheno che non e’ ideologica e anzi, con i suoi dubbi e le sue critiche alla resistenza stessa, mette in crisi anche quelle poche certezze che gli Americani hanno sull’Iraq, in un senso o nell’altro. Comunque il tuo film, anche se "inusuale", era importante che fosse qui, e’ un primo passo, io sono orgogliosa di averti avuto qui>>.
"Unfamiliar", inusuale. Il che non significa che, eccetto i 10 che si sono alzati al termine della proiezione, il documentario non sia stato apprezzato. Anzi, diversi Americani mi hanno detto cose molto carine, cosi' i colleghi mediorientali e i critici e i produttori radunatisi qui a New York dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Con alcuni di questi ci siamo dati appuntamento a Beirut tra un mese circa dove "Ist'imariyah" sara' in concorso al "DocuDays Festival". Sara' l'occasione anche per incontrare di nuovo Rasha Salti, uno degli incontri piu' positivi di questa trasferta.
Oggi, prima di raggiungere il "JFK airport" (da dove sto scrivendo in attesa di imbarcarmi, la pagina la carichero’ domani), mi sono tolto una piccola soddisfazione. Siamo stati a "Strawberry Fields Forever", quell’angolo di Central Park dove un mosaico a terra con la scritta "Imagine" ricorda la figura di John Lennon, ucciso proprio qui a New York per mano di uno squilibrato la sera dell’8 dicembre 1980. Proprio quella canzone insegna la differenza tra "immaginare" e "calcolare". Credo che anche Shadi conosca bene questa differenza. Anche Rasha certamnte la conosce. Al contrario la maggior parte dei cittadini statunitensi (e non) ancora non l’hanno colta.
E, sempre per inciso, sono proprio i documentaristi che usano mettere insieme i loro lavori con i "dosaggi" calcolati e prestabiliti dalle costose scuole che hanno frequentato, che rendono la parola "unfamiliar" usata da Rasha Salti, il miglior complimento ricevuto in questi giorni.

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