Talvolta si sta per mesi e mesi a cercare di descrivere una sensazione che attraversa i pensieri, quell'esempio che possa da solo in 2 coordinate riassumere tutti i molteplici elementi che compongono la realtà. Invano.
Sempre qui sulla sponda dell'Adige, quasi come un antico trovatore in cerca d'ispirazione tra i gorgoglii della corrente, all'improvviso, arriva una notizia: il professor Mario Capecchi viene insignito del premio Nobel 2007 per la medicina per le sue ricerche nel campo della genetica. Il professor Capecchi, emigrato con la madre negli Stati Uniti nel 1945, all'indomani della fine della guerra, a soli 8 anni, dopo una serie impressionante di episodi struggenti degni di un romanzo di Hector Malot, è nato a Verona.
Bene. Vittorio Zucconi, inviato del quotidiano "La Repubblica", lo intervista non appena ricevuta la notizia del premio. Qui, il professor Capecchi racconta la sua infanzia: all'età di 3 anni, allo scoppio della guerra, lascia la città natale e si rifugia con la madre nella Val d'Adige, mentre il padre è già partito soldato per l'Africa dove troverà la morte (ufficialmente disperso). Nel 1942 la Gestapo arresta la madre e la deporta nel campo di concentramento di Dachau. Il bambino Mario, a soli 5 anni, viene dapprima accudito da una famiglia, poi invitato ad andarsene perché soldi per mantenere un figlio non proprio non ce ne sono. A quel punto il povero bambino, secondo le parole dello stesso, si aggrega a quella che oggi sarebbe definita una baby-gang, ossia un gruppo di giovani ragazzini (bambini addirittura) sbandati. Riporto ora un passo dell'intervista in cui il Nobel racconta di quegli anni:
<<Ricordo che vagando per le strade tra Bolzano e Verona incontrai una banda di bambini come me, senza adulti, che vagavano cercando di mangiare quello che potevano>>.
Domanda: <<Con lavoretti?>>.
<<No, rubando. Rubavamo nelle cascine, nelle città che attraversavamo camminando verso sud. Ci davano la caccia, noi ci nascondavamo nei barili vuoti, nelle stalle, spostandoci in continuazione>>.
La storia poi racconta che il povero bambino di strada si ammala di tifo, viene ritrovato quasi morto e miracolosamente ricoverato in un ospedale di Reggio Emilia viene salvato dai medici. Al suo risveglio, dopo 3 anni di vita di strada nella baby-gang, a guerra ormai finita, ritrova a vegliarlo al fianco del letto niente meno che la madre nel frattempo liberata dal campo di concentramento di Dachau e ritornata in Italia. Non appena completamente ristabilitosi, dopo poco tempo, la madre decide di salpare con il figlio ormai di 8 anni per gli Stati Uniti dove lì vive un suo fratello. Da qui, nel '45, incomincia la scalata del piccolo Mario Capecchi che, da bambino analfabeta in un Paese straniero, diventerà 62 anni più tardi un premio Nobel.
Bene. Solo il tempo di asciugarsi le lacrime per questa storia straordinaria e gli occhi ancora gonfi e umidi si posano sulla versione del quotidiano "L'Arena" di Verona, giornale locale. Il titolo principale di prima pagina non poteva che essere dedicato al divenuto celebre compaesano: <<Il Nobel va a un veronese>>, che a Verona non vive dall'età di 3 anni, ossia da 67 anni. In ogni caso, anche il quotidiano locale intervista al telefono il Nobel, il quale anche in questo caso è chiamato a raccontare i suoi trascorsi e in quali circostanze, ancora bambino, si trovò a lasciare la città natale. Da qui si arriva al fatidico 1942, anno in cui, all'età di soli 5 anni, viene abbandonato in mezzo alla strada. Ecco cosa è scritto di quegli anni sul quotidiano "L'Arena".
Domanda: <<Cosa ha fatto poi da solo?>>
<<Ho fatto il bambino di strada>>.
Domanda: <<Come ha fatto a mantenersi così piccolo?>>.
<<Come tutti i bambini di strada: ho girato e poi chiedevo cibo e ospitalità a conoscenti e non, tra questi anche una famiglia di Bolzano. Poi sono sceso verso l'Emilia Romagna, attraversando anche Verona. C'era la guerra e i ragazzini potevano andare in giro con meno problemi dei grandi. Facevo anche dei lavoretti in cambio di vitto e alloggio (...)>>.
Può darsi che ci sia stato un disturbo sulla linea telefonica transoceanica proprio in quel momento lì e, dovendo ricostruire la parte mancante, il giornalista, in buona fede, si sia inventato "facevo anche dei lavoretti in cambio di vitto e alloggio". Diamine, un bambino di sangue veronese, per lo più premio Nobel, che si deve trovare a sopravvivere in mezzo alla strada, all'età di 5 anni, che può fare se non ottenere vitto e alloggio in cambio di piccoli lavoretti? Anzi, il titolo dell'intervista, a caratteri grandi in terza pagine dice: <<Ero un bambino di strada, ho usato creatività>>. L'occhiello si spinge anche oltre: <<Le mie radici mi hanno insegnato l'arte di arrangiarmi, usando le risorse intellettuali>>. Geniale!
Se ha usato creatività o no il futuro premio Nobel non si sa, di certo ne ha usata tanta l'intervistatore (anonimo).
E questo è ciò che attendevo per cercare di capire questa città: la paura della povertà, di un passato così vicino, collocato lì, nell'infanzia e nella memoria di chi ora comanda e ha i soldi, una memoria di fame, di miseria, di disperazione indicibili.
Il razzismo qui nasce da questo: la paura di guardare indietro.