Un derviscio alla Fiera del libro --- 12 - 05 - 2008 - TORINO

Sono un po' di giorni che non scrivo. Si è lavorato un po' e soprattutto si è fatto avanti e indietro sulla linea Roma-Torino-Milano. Il motivo è quello di girare un lavoro sulla Fiera del Libro di Torino, che quest'anno sta ospitando lo Stato di Israele (nel 60esimo anniversario della sua fondazione, che coincide con il 60esimo della Nakba palestinese) come ospite d'onore.
Con lo stile narrativo che prevede di tenere un piede da una parte e un piede dall'altra in un conflitto, per non precludersi nessuna visuale e nessuna possibilità di dialogo, ma con il piede perno ben piantato dalla parte di chi è discriminato, la prospettiva che sto dando a questo lavoro è quella dove "partecipanti-boicottatori" non siano ideologicamente contrapposti, spostando l'obiettivo dello sguardo non sulla scelta in sé del boicottaggio (che rimane pur sempre uno strumento di affermazione delle proprie idee e non le idee in sé stesse), ma sulle ragioni di una scelta piuttosto che dell'altra. Per esempio, ci sono degli scrittori israeliani che hanno rifiutato l'invito a partecipare alla Fiera e quindi hanno deciso di boicottarla. Tra questi Aharon Shabtai, uno tra i maggiori poeti ebraici residente in Israele (QUI UN SUO "READING"), aspramente critico nei confronti delle scelte del governo israeliano:
<<Confondere anti-sionismo con anti-semitismo è una stupidaggine. E' anzi un'operazione pericolosa, perché la banalizzazione dell'anti-semitismo può solo portare a una caduta della soglia di attenzione. E' quindi giusto boicottare la Fiera perché è un segnale forte al governo israeliano, perché sappia che il mondo è ben cosciente di quali siano le sue politiche di occupazione dei territori palestinesi e di oppressione del popolo palestinese. L'apartheid in Sudafrica è stato messo in discussione solo quando gli intellettuali di tutto il mondo hanno cominciato a boicottare il Sudafrica, ma in quel caso nessuno certo poteva dire che gli intellettuali erano razzisti nei confronti dei cittadini bianchi del Sudafrica. Perciò non vedo perché chi contesta Israele oggi debba essere definito antisemita. E poi, un'altra cosa: anche gli Arabi fanno parte del ceppo semitico così come gli Ebrei. Perciò di cosa stiamo parlando? C'è molta ignoranza in giro..>>.
Poi però ci sono stati dei Palestinesi che hanno invece deciso di non boicottare la Fiera del libro. Tra questi il carissimo Nabil Salameh, cantante dei Radiodervish, di origine palestinese nato in Libano e residente in Italia. Qui di seguito il testo dell'intervento che Nabil ad un certo punto ha letto interrompendo il concerto:
<<L’8 maggio del 1948 la famiglia Salameh, la famiglia di Nabil, è stata cacciata dalla propria casa , a Jaffa, in Palestina, a causa dei bombardamenti effettuati dall’esercito del neonato stato di Israele.
Assieme ad altri milioni di essere umani è stata costretta a ricostruire la propria esistenza in un paese straniero, da profughi, lasciandosi alle spalle tutto ciò che aveva.
Erano diventati improvvisamente apolidi insieme ad un intero popolo.
Esseri umani senza identità che come abbiamo scritto in una nostra canzone hanno vissuto “con le radici al cielo “.
Da allora è cominciato un confronto con l’altro popolo: gli israeliani.
Una pratica quotidiana di lotta e sessant’anni di continuo fronteggiamento hanno creato, paradossalmente, una dolorosa vicinanza della quale oramai non si può più fare a meno.
Oggi non si può pensare alla Palestina senza Israele e viceversa. Due popoli che per storia e sofferenze stanno diventando sempre più simili e indivisibili.
Per questo se alla Fiera del Libro di Torino inviti Israele arriva inevitabilmente la sorella gemella Palestina.
Come sostenevano Edward Said e Daniel Barenboim la costruzione dell’identità di una comunità è la conseguente definizione dell’ ”altro”.
Un processo, quindi, che secondo noi è frutto di una pratica quotidiana fatta di gesti concreti e di manifestazioni simboliche.
E su questo fronte noi siamo impegnati da sempre.
Siamo convinti che proprio nella riscoperta e nella reinvenzione dei simboli e dei valori che uniscono le culture del mediterraneo ci potrà essere la possibilità di donare basi solide ad un dialogo che oggi è l’unica via percorribile anche nel rapporto tra Palestinesi e Israeliani.
Ad ognuno il suo da fare, quindi.
Il nostro è produrre musica. Esso si accompagna alla scommessa che attraverso nuovi percorsi artistici si potrà mettere in dubbio quell’idea secondo la quale le differenze tra Occidente e Oriente debbano portare necessariamente alla logica istintiva della guerra.
Questo sono i Radiodervish e per questo abbiamo deciso di essere qui alla fiera del libro di Torino pochi mesi dopo aver visitato i territori e dopo aver visto tutta la brutalità del lungo muro che contemporaneamente soffoca i palestinesi e che svilisce gli israeliani.
Per noi questa partecipazione è un ulteriore pretesto per praticare senza ingenuità il nostro lavoro quotidiano nel solco ideale dei fedeli d’amore>>.

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