Eccoci ritornati nella realtà. Cosiddetta. Quel mondo che è il mondo che ci circonda. Quello che conosciamo più da vicino, perché i suoi ritmi finiscono per essere i nostri ritmi, i suoi umori i nostri umori. In questo 6 settembre romano tremendamente autunnale. Con l'aria fresca che la sera diventa freddolina e ci si ritrova a tirare fuori il maglioncino lasciato una sera di aprile chissà dove. Sono passati alcuni giorni dall'ultimo racconto. Giorni di depressurizzazione. Giorni di reintroduzione nell'habitat naturale.
Giusto un salto a Ischia, l'ultimo mare di stagione, qualche giorno a riprendere le cose lasciate, a rimisurare la distanza tra i sogni di un viaggio appena concluso e la realtà della solita vita, che però è un viaggio anche quella. Giorni infine di riunioni per farsi un piano dei prossimi mesi, i prossimi lavori, la stagione che sta per cominciare. Giorni, anche, per odorare dai giornali quelle che saranno le prossime sfide su cui dovremo andare a versare i nostri sforzi.
Ora però vorrei raccontare di un bellissimo intervento che ho ricevuto. L'ha spedito Luca, compagno in questo pazzo viaggio verso Istanbul. Lui si è fermato lì, ci starà qualche mese per motivi di studio. Ecco alcuni dei suoi passi:
<<Caro Michelangelo il viaggio appena "concluso", è stato per me una grande esperienza, che ci ha portato un innumerevole bagaglio di riflessioni e suggestioni, da ciò che riguarda il concetto di documentario, road-movie, docu-fiction, a quello che riguarda le frontiere e i confini, il modo con cui approcciarsi ad un'altra cultura, il modo di doverla raccontare e così via, un'infinità di questioni insomma che ci impegneranno non poco del nostro tempo. Siamo passati per quattro Stati, tutti e quattro con una loro propria storia, spesso bruciata dal martirio della guerra, e spesso mutilata dall'infamia di un capitalismo martellante denominato "globalizzazione", che ne ha modificato gli assetti interni, o che in alcuni casi è in procinto di farlo -pensiamo alla Turchia-.
Abbiamo parlato in mille lingue diverse...ci si è provato, abbiamo trovato tante persone con noi sempre disponibili nel raccontarci le loro storie e nel farci visitare la loro vita in "controluce", con un caffè o un bicchiere di thè caldo sempre tra le mani, anche dove quel thè o quel caffè significavano spesso una giornata di lavoro regalata al viandante. Le riflessioni sul tuo/nostro lavoro nascono dalle persone?
Penso di sì, penso nascano da un nostro immedesimarci in loro, o perlomeno provarci, e provare al contempo a mantenerle in vita raccontandole.....tentando di ricostruire una loro memoria storica attraverso le loro parole e al di fuori delle loro mura contornate di ricordi spesso fotografici (...).
Ormai sai da via Anelli in poi le mie difficoltà nell'impugnare quell'arma dotata di obbiettivo, di come sia difficile scrollarsi di dosso il proprio feticcio da uomo/animale colonizzatore, che ahimé ci contraddistingue spesso quando ci si approccia a un luogo diverso dall'Italia e da questa strana Europa che unisce e divide. (...) La Turchia.......Oriente e Occidente.......bella matassa. Come raccontavo qualche giorno fa, la mia domanda ridondante era: ma a Oriente di cosa? A Occidente di cosa? (...) Istanbul è forse il paradosso migliore per riflettere su questi due concetti che stanno in fondo alla base dei nostri studi. Istanbul è entrambe le cose al livello cartografico e antropologico, Istanbul è il confine, una sorta di "no man's land" tra l'Europa e l'Asia. (...) Il viaggio continua.
Luca>>.
Luca, ti ringrazio di cuore per queste parole, per la tua amicizia, e per quelle frasi che ho voluto censurare perché considero immeritate ma che sono un grande stimolo, perché rafforzano il senso delle cose in comune in cui crediamo.
E tanto per restare in tema, a te, caro Luca, che non so quanto lontano tu sia in questo momento dall'Italia, riporto alcune riflessioni su temi vicini alla tua ricerca, infatti credo che sarebbero degne di attenzione un paio di frasi che oggi ho trovato sul giornale qui da noi.
La prima diceva: <<Se mia moglie al semaforo viene messa nelle condizioni che o si fa lavare il vetro o viene aggredita non la devo proteggere? La devo fare diventare fascista?>>.
La seconda è un titolo e si riferisce alle misure repressive invocate in questi ultimi giorni da diverse figure istituzionali nei confronti dei cosiddetti lavavetri e scippatori: <<Contro la sinistra elitaria che non ascolta il popolo>>.
Queste 2 frasi sono state prodotte entrambe da area di cosiddetto centro-sinistra. Sono 2 frasi che mi hanno fatto molto riflettere oggi. Ti spiego perché.
La prima, più che proporci una linea risolutiva in tema di sicurezza, ci fa passare un teorema davvero bizzarro: più si subiscono ingiustizie e più si diventa fascisti. Questa è una formula per quanto ne so addirittura inedita. Mi piacerebbe in questa tarda serata poter evocare gli spiriti delle migliaia di antifascisti morti per una società libera e giusta e chiedere loro se subire ingiustizie li abbia resi più fascisti o antifascisti.
Ma il personaggio che ha osato tanta insensatezza, a dire il vero, mi è debitore già di una risposta, a una domanda inevasa quasi 6 anni fa. Allora era primo ministro. Oggi è ministro degli Interni. Era stato organizzato un convegno all'università Bicocca di Milano sulla Missione Arcobaleno del governo italiano in Kosovo. La sparata del giorno, consegnata alle migliaia di orecchi degli studenti presenti era: "A noi Italiani piace spalmarci il fango addosso", come a dire che al contrario dovremmo essere fieri di ciò che abbiamo fatto in Kosovo. Rivolsi a lui, in quella occasione, in qualità di primo ministro, questa domanda: "Nel dicembre '98 - gennaio '99 sono stato casco bianco, ossia obiettore di coscienza in zone di guerra, in Kosovo. Essendo la mia posizione di obiettore di coscienza quella di un dipendente del ministero della Difesa, e dal momento che miei "colleghi" connazionali con le armi in pugno in quegli stessi mesi si annoiavano in Macedonia pronti ad entrare in azione con uno stipendio fisso mensile di diversi milioni di lire, quando pensa il ministero della Difesa italiano di rimborsarmi almeno le spese del viaggio e dell'alloggio che ho dovuto sostenere di mia tasca per poter effettuare 2 mesi secondo la legge italiana da casco bianco in un Kosovo in guerra ma ancora aperto all'opzione diplomatica? Mi pare, il mio caso, un esempio lampante di quanto lo Stato italiano si sia speso per la pace in Kosovo".
Ma, scusa la digressione, caro Luca, e torniamo alla seconda frase. Per il giornale che ha pubblicato questo titolo, inasprire le pene e aumentare controlli e sicurezza sarebbe ascoltare il popolo. Strano, perché non mi sembra un giornale di strada. Piuttosto un giornale di palazzo come gli altri. E forse dalla finestra coloro che hanno scritto questo titolo non hanno ascoltato bene la piazza, al pari della sinistra elitaria che vorrebbero criticare. Allora, più che proporci una linea risolutiva in tema di sicurezza, anche loro hanno cercato di farci passare un teorema un po' bizzarro: esercitare la repressione sarebbe ascoltare la piazza. E il Potere, quella cosa che in nessuna sua forma riesce a essere una cosa buona, si frega le mani compiaciuto di poter reprimere. Poi, che siano gli uni o gli altri a essere repressi al Potere poco importa, che a finire sulla forca siano coloro ad aver invocato la forca o coloro per i quali la forca è stata invocata, poco importa. L'importante è tenere sotto il controllo della paura quanta più umanità. In altre parole una società inquinata dal sospetto, dalla diffidenza, dalla paura, dal terrore, è una società in cui tutti ci dovremo vivere, sia quelli che hanno invocato la sicurezza che coloro per i quali è stata invocata. E in questo modo, ripeto, il Potere si frega le mani, perché non aspettava altro.
Se questo giornale invece di limitarsi a tendere l'orecchio dalla finestra del palazzo si fosse davvero aggirato tra il popolo, avrebbe scoperto che in mezzo ai soliti 4 sprovveduti che ogni volta ci cascano (e che urlano più degli altri), c'è ancora una maggioranza silenziosa di persone che chiede da sempre le stesse cose, con educazione (troppa, forse) e dignità: lavoro, equità, felicità, pace.
Abbiamo parlato in mille lingue diverse...ci si è provato, abbiamo trovato tante persone con noi sempre disponibili nel raccontarci le loro storie e nel farci visitare la loro vita in "controluce", con un caffè o un bicchiere di thè caldo sempre tra le mani, anche dove quel thè o quel caffè significavano spesso una giornata di lavoro regalata al viandante. Le riflessioni sul tuo/nostro lavoro nascono dalle persone?
Penso di sì, penso nascano da un nostro immedesimarci in loro, o perlomeno provarci, e provare al contempo a mantenerle in vita raccontandole.....tentando di ricostruire una loro memoria storica attraverso le loro parole e al di fuori delle loro mura contornate di ricordi spesso fotografici (...).
Ormai sai da via Anelli in poi le mie difficoltà nell'impugnare quell'arma dotata di obbiettivo, di come sia difficile scrollarsi di dosso il proprio feticcio da uomo/animale colonizzatore, che ahimé ci contraddistingue spesso quando ci si approccia a un luogo diverso dall'Italia e da questa strana Europa che unisce e divide. (...) La Turchia.......Oriente e Occidente.......bella matassa. Come raccontavo qualche giorno fa, la mia domanda ridondante era: ma a Oriente di cosa? A Occidente di cosa? (...) Istanbul è forse il paradosso migliore per riflettere su questi due concetti che stanno in fondo alla base dei nostri studi. Istanbul è entrambe le cose al livello cartografico e antropologico, Istanbul è il confine, una sorta di "no man's land" tra l'Europa e l'Asia. (...) Il viaggio continua.
Luca>>.
Luca, ti ringrazio di cuore per queste parole, per la tua amicizia, e per quelle frasi che ho voluto censurare perché considero immeritate ma che sono un grande stimolo, perché rafforzano il senso delle cose in comune in cui crediamo.
E tanto per restare in tema, a te, caro Luca, che non so quanto lontano tu sia in questo momento dall'Italia, riporto alcune riflessioni su temi vicini alla tua ricerca, infatti credo che sarebbero degne di attenzione un paio di frasi che oggi ho trovato sul giornale qui da noi.
La prima diceva: <<Se mia moglie al semaforo viene messa nelle condizioni che o si fa lavare il vetro o viene aggredita non la devo proteggere? La devo fare diventare fascista?>>.
La seconda è un titolo e si riferisce alle misure repressive invocate in questi ultimi giorni da diverse figure istituzionali nei confronti dei cosiddetti lavavetri e scippatori: <<Contro la sinistra elitaria che non ascolta il popolo>>.
Queste 2 frasi sono state prodotte entrambe da area di cosiddetto centro-sinistra. Sono 2 frasi che mi hanno fatto molto riflettere oggi. Ti spiego perché.
La prima, più che proporci una linea risolutiva in tema di sicurezza, ci fa passare un teorema davvero bizzarro: più si subiscono ingiustizie e più si diventa fascisti. Questa è una formula per quanto ne so addirittura inedita. Mi piacerebbe in questa tarda serata poter evocare gli spiriti delle migliaia di antifascisti morti per una società libera e giusta e chiedere loro se subire ingiustizie li abbia resi più fascisti o antifascisti.
Ma il personaggio che ha osato tanta insensatezza, a dire il vero, mi è debitore già di una risposta, a una domanda inevasa quasi 6 anni fa. Allora era primo ministro. Oggi è ministro degli Interni. Era stato organizzato un convegno all'università Bicocca di Milano sulla Missione Arcobaleno del governo italiano in Kosovo. La sparata del giorno, consegnata alle migliaia di orecchi degli studenti presenti era: "A noi Italiani piace spalmarci il fango addosso", come a dire che al contrario dovremmo essere fieri di ciò che abbiamo fatto in Kosovo. Rivolsi a lui, in quella occasione, in qualità di primo ministro, questa domanda: "Nel dicembre '98 - gennaio '99 sono stato casco bianco, ossia obiettore di coscienza in zone di guerra, in Kosovo. Essendo la mia posizione di obiettore di coscienza quella di un dipendente del ministero della Difesa, e dal momento che miei "colleghi" connazionali con le armi in pugno in quegli stessi mesi si annoiavano in Macedonia pronti ad entrare in azione con uno stipendio fisso mensile di diversi milioni di lire, quando pensa il ministero della Difesa italiano di rimborsarmi almeno le spese del viaggio e dell'alloggio che ho dovuto sostenere di mia tasca per poter effettuare 2 mesi secondo la legge italiana da casco bianco in un Kosovo in guerra ma ancora aperto all'opzione diplomatica? Mi pare, il mio caso, un esempio lampante di quanto lo Stato italiano si sia speso per la pace in Kosovo".
Ma, scusa la digressione, caro Luca, e torniamo alla seconda frase. Per il giornale che ha pubblicato questo titolo, inasprire le pene e aumentare controlli e sicurezza sarebbe ascoltare il popolo. Strano, perché non mi sembra un giornale di strada. Piuttosto un giornale di palazzo come gli altri. E forse dalla finestra coloro che hanno scritto questo titolo non hanno ascoltato bene la piazza, al pari della sinistra elitaria che vorrebbero criticare. Allora, più che proporci una linea risolutiva in tema di sicurezza, anche loro hanno cercato di farci passare un teorema un po' bizzarro: esercitare la repressione sarebbe ascoltare la piazza. E il Potere, quella cosa che in nessuna sua forma riesce a essere una cosa buona, si frega le mani compiaciuto di poter reprimere. Poi, che siano gli uni o gli altri a essere repressi al Potere poco importa, che a finire sulla forca siano coloro ad aver invocato la forca o coloro per i quali la forca è stata invocata, poco importa. L'importante è tenere sotto il controllo della paura quanta più umanità. In altre parole una società inquinata dal sospetto, dalla diffidenza, dalla paura, dal terrore, è una società in cui tutti ci dovremo vivere, sia quelli che hanno invocato la sicurezza che coloro per i quali è stata invocata. E in questo modo, ripeto, il Potere si frega le mani, perché non aspettava altro.
Se questo giornale invece di limitarsi a tendere l'orecchio dalla finestra del palazzo si fosse davvero aggirato tra il popolo, avrebbe scoperto che in mezzo ai soliti 4 sprovveduti che ogni volta ci cascano (e che urlano più degli altri), c'è ancora una maggioranza silenziosa di persone che chiede da sempre le stesse cose, con educazione (troppa, forse) e dignità: lavoro, equità, felicità, pace.