Oggi è per me una giornata particolare, una di quelle che si ricordano negli anni. Ma siccome esiste una distanza, ed è giusto che esista, tra ciò che sono e faccio e ciò che racconto di essere e fare (è anche e soprattutto una forma di rispetto nei confronti delle persone con cui ho a che fare), non sarà oggi che racconterò l'esperienza appena conclusa (anzi ancora in corso).
Scrivo di getto però per spendere alcune parole tra le tante di questi giorni sul fenomeno del cosiddetto "V-day". L'Italia in piena scia di questo evento si è ritrovata come al solito inscatolata nei sondaggi. Quanti a favore, quanti contro, spezzettati in quanti a favore del punto 1, quanti del 2 e del 3 e quanti contro. Come al solito quando ci si trova di fronte a qualcosa di non facile interpretazione si tenta per prima cosa di aggredirlo con i numeri, affidandosi alla giustezza della maggioranza. Io non ho partecipato alle iniziative promosse da Beppe Grillo. Non ho nemmeno sottoscritto le sue proposte. Nemmeno mi interessa raccontare se sono a favore o contro, se sono affascinato dal personaggio oppure ne diffido. Non ho proprio desiderio di essere risucchiato nel referendum popolare involontario al quale sembra di essere collettivamente sottoposti: pro o contro.
Se parliamo di Cosa Pubblica, di cittadinanza, però, mi sento chiamato in causa, e sono qui, non mi tiro indietro. Le mie esperienze e le mie convinzioni risuonano come corde di un violino accarezzate dall'arco. Credo nella partecipazione popolare, nel metodo del consenso, credo nell'intervento diretto dei singoli su ciascuna decisione che li riguardi. Non credo nelle maggioranze, non credo nel Potere, né quello dittatoriale, certo, ma nemmeno in quello delegato. E non per una forma di individualismo irresponsabile come taluni commentatori si sono precipitati già ad etichettare. Non trovo niente di più irresponsabile nel confinare l'esercizio della sovranità popolare alle solite scadenze-farsa, altrimenti dette elezioni.
Se parliamo di Cosa Pubblica, di cittadinanza, mi sento chiamato in causa, e sono qui, non mi tiro indietro. Non ho desiderio di schierarmi pro o contro il "V-day", né per un personaggio pubblico o contro, piuttosto discuto ciò di cui si parla. Ho sentito parlare di simposi sulla rete. Di consultazioni popolari in tempo reale. Almeno mi è parso. Se così non è, lancio ora da qui un auspicio affinché presto se ne parli. Certo, ognuno dovrebbe essere dotato di un pc e dovrebbe avere un'alfabetizzazione telematica di base. E' una direzione, non una soluzione. Ma se ci fossero adeguate politiche nel giro di pochi anni ognuno potrebbe avere un pc e ognuno potrebbe sapere come usarlo, anche i vecchietti. Ma un antico insegnamento porto con me da quei giorni assolati d'agosto di qualche anno fa trascorsi sui monti del Giurgiura, in Cabilia, Algeria. La sovranità popolare non è una delega. Il consenso del singolo deve poter essere espresso in maniera permanente, trasferito alla collettività attraverso dei portavoce, che perdono legittimità nel momento stesso in cui cambiano una virgola del mandato che i cittadini gli hanno consegnato. Non è più il tempo di concedere la sospensione della sovranità popolare fino a nuove elezioni, delegando a politici di professione la volontà della cittadinanza, puntualmente tradita, cosa utile a legittimare solo esteriormente un Potere illegittimo e già esistente di per sé.
E non trovo perciò altro metodo decisionale giusto che il consenso, che può essere convertito a decisione per maggioranza solo in casi straordinari. Queste parole non avranno nessun'eco nel calderone di questi giorni. Sono parole perfettamente inutili, lo so. Ma questo spazio è nato per discutere, per immaginare. Questo spazio non è la realtà, non ha il dovere di essere coerente e infallibile. Ma ha il dovere però di provare a fare pratica di immaginazione, per ritrovarsi in mano le cose non come erano in partenza, ma come non erano mai state immaginate prima.
Ed è per le cose di cui sopra che non mi riconosco nella democratura occidentale.