Sospesi sul Bosforo --- 14 - 03 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

Primo giorno sulle sponde del Bosforo. Risveglio molto lento in una casa deserta. Güncel povero è scappato a ora prestissima all’Università. Gli altri ragazzi anche erano già tutti fuori. Ho aspettato che rientrasse verso l’1 e poi siamo andati al “shopping center Cevahir”, qui vicino, nel cuore del quartiere Sisli. Dice Güncel che si tratta del più grande centro commerciale d’Europa. Beh, di Europa si tratta visto che sta sulla sponda nord della città e del resto è davvero enorme. Diversi piani che si incastrano e si affacciano al centro in una sala assai vasta, con le palme (finte), le cascate d’acqua e le lucine appese da un piano all’altro e un dedalo di scale mobili sospese per aria e forse centinaia di negozi.
Qui ci siamo dati appuntamento con Christina e Senem, arrivate in mattinata da Basilea, dove hanno soggiornato alcuni giorni in attesa della coincidenza economica per Istanbul (queste ragazze tedesche sono strane). Per Senem è stata la seconda volta da queste parti, sebbene il padre sia turco e tedesca la madre. La prima volta fu quando era bambina: dice che si ricorda poco. Abbiamo pranzato in questo villaggio iper-moderno a cavallo tra l’Arabia e l’Odissea nello spazio. Al termine caffé turco in un bar sulla cima del centro commerciale, con cascate di cioccolata, clientela chic e sottofondo retrò (è passato anche un Domenico Modugno): una sorta di sospensione temporale ad uso della media borghesia locale tra la nostalgia imperiale turca e l’ambizione attuale di ritrovata superpotenza mediterranea.
Con calma ci siamo avviati tutti e quattro a piedi da Sisli diretti al molo di Besiktas. Camminando per la via sono stato investito da tutta la familiarità balcanica che percepivo tutt’attorno. Poi pensandoci ho capito che non sono balcaniche le vie di Istanbul, sono turchi alcuni posti nei Balcani. E per me questa è comunque una scoperta, ingenua, ma confortante come un cerchio che si chiude. Le case, con le volte e i finti e improbabili arabeschi della piccola borghesia che pretende di imitare i palazzi dei sultani, i marciapiedi polverosi e inospitali e le macchine con le ruote nella fanghiglia anche quando la strada è d’asfalto, i botteghini di pane, pannocchie (che infatti sono di granturco) e immancabili salsicce. A proposito: in Bosnia le salsicce si chiamano “cevapcici”.. Pensate un attimo: la radice “cevap” non è altro che la versione slava di “kebap”, l’ormai arcinoto preparato turco a base di carne ormai ovunque anche in Italia. E mi raccomando: si scrive e pronuncia “kebap”. La versione “kebab”, con la “b” finale, non è altro che la versione araba della parola turca, infatti in Arabo non esiste la lettera “p”, che quindi è stata trasformata in “b”.
Siamo arrivati al molo di Besiktas, quindi sponda europea del Bosforo, mentre era in corso il tramonto. Quanto mi è mancato il tramonto sul Bosforo! Questa sera era blu, per effetto di alcune nubi cariche di pioggia che stazionavano nel cielo che però ci hanno risparmiato l'acquazzone. Abbiamo quindi preso un traghetto e siamo passati sulla sponda asiatica, da Besiktas a Kadiköy. Christina e Senem dormono in Asia per questi primi giorni, da uno zio di Senem. L’attraversamento del Bosforo è stato come al solito uno spettacolo meta-spaziale, nel senso che non è solo uno spazio che si attraversa, ma quasi una dimensione. Da una sponda all’altra si sta lì, sospesi tra 2 continenti, 2 mari, 2 millenni di storia, 2 religioni, il tutto nella medesima città.
Ancor prima di attraccare alla banchina di Kadiköy già tirava l’inconfondibile brezza di pesce fritto che si può trovare intrisa ad ogni angolo del quartiere al punto che alla fine ci siamo fatti prendere dall'acquolina e siamo entarti in un ristorantino. Si chiama “Yanya”, prende il nome da un villaggio al confine tra la Grecia e l’Albania di cui era originario il fondatore, padre degli attuali gestori. Dall’esterno si vede solo la prima sala, ma alle spalle c’è un incantevole giardino, chiuso con una veranda d’inverno. Alle pareti fotografie d’epoca, di quando a Kadiköy c’era una spiaggia (oggi c’è una banchina per l’attracco dei traghetti e più in là un’immensa banchina per il carico e scarico dei container). Il menu era piuttosto un libro di storia, si soffermava addirittura sulla dieta tipica di Atatürk durante la prima guerra mondiale e una pagina invita i clienti ad ordinare lo stesso menu che sempre Atatürk ordinò il giorno in cui fu ospite in quel ristorante. Cosa ordinò? Riso, fagioli e verdure. Niente carne. Ma non c’è problema, qui le verdure si preparano alla balcanica (o forse alla turca?). Così recitava il capitolo dedicato, appunto, alle verdure: lenticchie rosse e carne macinata, melanzane e carne macinata, ceci e carne macinata, zucchine e carne macinata (tanto di cappello, perlomeno era un menu onesto). Mi sono così tornate alla mente le interminabili discussioni in Bosnia e Kosovo con i ristoratori: “mi porti delle verdure e mi raccomando niente carne, sono vegetariano”. Per questo la prima frase che ho imparato in serbo è stata “ne jedem meso”, che significa appunto, “non mangio carne”. Puntualmente arrivava un piatto apparentemente di verdure, in cui ben nascosta e amalgamata spuntava della carne a pezzettini. “Mi scusi, ma questa è carne!”, “no, signore, questo è macinato!”, rispondeva trasecolato il ristoratore.. Anche Güncel, quando gli ho detto di essere vegetariano, la prima cosa che mi ha chiesto è stata:
<<Ma hai problemi di salute?>>.
E’ così, non mangiare carne da queste parti non può essere accettata come una libera scelta, dev’essere per forza un’imposizione del medico!
Verso le 9 mi si è attivata la scheda telefonica turca che avevo comprato nel pomeriggio, così ho provato a contattare le prime persone: mi ha risposto Öhzan, un amico di Enis, un ragazzo turco che vive a New York che lì ho conosciuto lo scorso novembre. Öhzan mi ha chiamato "fratello" sebbene fosse la prima volta che ci sentissimo e ci siamo dati appuntamento domattina sempre a Kadiköy dove ci sarà una manifestazione nel quinto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq.
Quindi Güncel e io abbiamo affidato le ragazze a un taxi, abbiamo ripreso il traghetto e siamo ritornati in Europa (a pensarci questo è forse l’unico punto al mondo dove entrare in Europa costa meno di un euro e nessuno spavento). Mentre il mio viso si rifletteva sul vetro dell’oblò luccicante dei riflessi dell’Aya Sofia, Güncel si è addormentato. Per lui, asiatico, con i capelli quasi biondi e la barbetta quasi rossiccia, l’Europa, a quel punto, non era altro che un letto su cui disfarsi e senza nemmeno dover chiedere il permesso..

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