Sinfonia d'altri tempi --- 20 - 11 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

"Ben geldım, gediyorum....".
Sì, ma non dirà mai queste parole, lo ascolto tutti i giorni, a ripetizione. Mi ci metto tutta la vita, ma queste parole, proprio così non le dirà mai. Piuttosto è una specie "addàm deorùm". Pensavo che oggi non passasse perché piove dal mattino. Ma appena ha accennato a smettere si è buttato per strada e ha cominciato a fare il giro del quartiere come tutti i giorni, festivi compresi. E' un vecchietto, un venditore ambulante con 2 ceste in mano, vende pane e dolci. Con uno zuccotto in testa e la barba bianca. Lo si sente da in fondo alla via. Quando ormai la sua voce si perde dietro l'angolo in fondo sono passati 2-3 minuti: tanto dura il suo passaggio per la via. Raramente qualcuno compra qualcosa, ma lui insiste. Ci mette una mezz'oretta a fare il giro del quartiere, il che significa che passa almeno 15 volte al giorno. Ogni 10 secondi parte il mantra: "Ben geldım, gediyorum....". Cosa significa (sempre che dica veramente queste parole...)? "Sono venuto, me ne sto andando". Come a dire: non vi aspetto. Ma  paura di perdersi le sue ciambelle proprio no: tanto dopo mezz'ora ripassa.
A dire il vero non è il solo, ce ne sono altri che fanno il giro del quartiere, soprattutto al mattino. C'è un ragazzo che grida "simit" e uno "poaça", che sono 2 tipi di pane, ancora caldi per fare colazione. E poi c'è un altro uomo che grida "battanye", che sono le lenzuola nuove e pulite.
Ma i suoni che provengono dalla via non sono finiti: proprio di fronte alla mia finestra c'è una piccola stamperia. Perciò, possiamo dire che dalle 8 del mattino il vicoletto qua sotto è tutto un concerto. Sezione ritmica delle macchine stampanti (ta-tac, ta-tac, ta-tac), interventi solisti degli ambulanti e infine le voci dei ragazzini, quei pochi che vanno a scuola e quei molti che stanno per la strada tutto il giorno.
L'altro giorno Özhan e io siamo stati a comprare dei chiodi e delle assi per finire il soppalco qui a casa, che sarà la stanza di Çağdaş, ma anche un ottimo rifugio sottotetto per suonare e chicchierare indisturbati nelle ore fredde dell'inverno. Seduto su una sedia dentro al ferramenta stava un vecchietto con gli occhi chiusi e con un rosario in mano. L'ho fatto notare a Özhan il quale ha buttato l'amo all'altro vecchietto, quello che serviva. Chiaramente la conversazione mi è sfuggita lì per lì, salvo qualche estemporanea e fugace traduzione di Özhan, ma alla domanda se fossero originari del posto, quello al banco ha risposto: 
<<No, io sono un siriano del sud della Turchia. Lui invece è nato qui a Istanbul>>.
Özhan: <<Ah, e quindi siete cristiani?>>.
<<No, io sono islamico. Lui invece è armeno cristiano, ed è nato qui a Istanbul>>. 
E intanto guardava me, chissà perché, pensando che capissi. Al che pare mi rivolga una domanda e Özhan interviene per spiegare che sono Italiano. Al che si illumina l'armeno cristiano nato a Istanbul, sempre seduto su una sedia con il rosario in mano: 
<<Italiano!! Ah, io sono cresciuto nel quartiere italiano di Istanbul, in mezzo a italiani. Una volta parlavo anche la lingua italiana, ma ora sono vecchio, chi se la ricorda.. Ma ricordo i nomi dei miei amici della scuola: Clara, Riccardo...>>.
Al che io spingo per approfondire la faccenda: <<E dove sono ora quei suoi amici?>>, Özhan traduce.
Lui: <<Eh, sono andati via. Dove? Non lo so. Tanti anni fa, forse sono tornati in Italia oppure più facilmente negli Stati Uniti, come i miei figli>>.
La conversazione è andata avanti almeno per mezz'ora. Alla fine Özhan ha chiesto quanto dovessimo pagare. Al che il turco-siriano:
<<Niente, ci avete aperto il cuore e quindi siete stati voi a fare un favore a questi 2 poveri vecchi>>.
Al che Özhan: <<Guardi che se fa così non torniamo più la prossima volta..>>.
Al che lui, prendendosela con piglio: <<No! Voi adesso ve ne andate e la prossima volta tornate e non pagate neanche la prossima volta>>.
Io ho capito solo poi per strada, quando Özhan mi ha tradotto, insieme a molte altre cose. Qui è così, la gente è pronta a darti l'anima solo per un sorriso, una parola affettuosa.
Ora, mentre scrivo nel pomeriggio, sento ancora la voce dell'ambulante. Eccolo, è proprio qua sotto. Piove, lo zuccotto è tutto infracidato, ma lui non si dà per vinto. E infatti, come un miracolo, una porta si apre, sbuca una signora intabarrata con il velo. Lui solleva il panno dalla cesta, le porge alcune ciambelle. Da dietro al vetro della finestra di quella casa una fila di ragazzini impazienti costretti in casa dalla pioggia si affacciano da dietro alle tende. Forse era per loro che si è preso tutta quest'acqua. La porta si richiude e lui ricomincia la nenia: "Ben geldım, gediyorum....". E insieme alla stamperia che rulla incessante e alla pioggia battente sulla strada sembrano fare una sinfonia d'altri tempi.

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