E' iniziata la festa del "Bayram", qui in Turchia. Istanbul sembra davvero svuotata. I ragazzi della casa se ne sono andati tutti a Izmit (città da cui sono originari). Phil, il ragazzo americano, in procinto di trasferirsi in un'altra casa, comunque in questi giorni non si è visto, perché è festa nazionale in questi giorni, tutte le attività sono chiuse tranne i negozi e anche lui ne ha approfittato per andare altrove. Anch'io dovrei essere da qualche parte, invece ho deciso che sto in casa, mi metto a letto e non mi sposto. Ho tante cose da fare qui nel letto. Pensare. Ricordare. Soffrire. Immaginare.
Ieri sono stato con Clémence tra la comunità sudanese di Istanbul, anche loro festeggianti il Bayram, migliaia di agnelli sgozzati sulla via che nel tardo pomeriggio nell'aria e sui vestiti delle persone c'era ancora un puzzo di sangue vomitevole. Come ha detto Clémence, una ragazza francese qui da 3 anni impegnata in una organizzazione per i diritti dei migranti in Turchia, ieri eravamo "nel mezzo di un posto che non c'è": a Istanbul insieme ai Sudanesi irregolari. "Nel mezzo di un posto che non c'è", che sarebbe anche un bellissimo titolo per come mi sento ora.
Domenica mattina all'alba ho finito le riprese di quella che sarà una delle storie di Istanbul che includerò in un futuro lavoro. Sono state fatte un po' di corsa, perché il protagonista, un ragazzo italiano qui da 2 mesi, ieri mattina è tornato in Italia definitivamente. Non so se me la sento di raccontare cosa è successo quella notta mentre aspettavamo l'alba. E' successo un po' di tutto, come qui a Istanbul spesso capita. La nottata è terminata con questo ragazzo che ha vomitato tutto quello che aveva in corpo trascinandosi per i muri di Kadıköy. La storia (mezza vera e mezza no) è quella di un ragazzo italiano giunto a Istanbul inseguendo un'amore e che qui si perde e diventa un fantasma. Il suo nome è: "Ruggine", come la ruggine delle barche ormeggiate trasportata dal vento del Bosforo.
E anche qui sento che la ruggine mi si sta scrostando da dosso raschiata dalle folate di vento. Forse mi dà un aspetto più essenziale, più scavato, e intanto, come quelle barche, non mi muovo, incapace di andare avanti e incapace di andare indietro.