Postpessimisti --- 18 - 02 - 2008 - ROMA

Dove siete finiti? Questa è l'immaginaria domanda che mi sale stasera da dentro. La rivolgo a un manipolo di giovani, che quando li conobbi erano ancora più giovani di quanto non saranno oggi. Sono ragazzi albanesi, ormai tra i 25 e i 28 anni, ma non abitano in Albania, perlomeno non ancora. Abitano (sempre che nel frattempo non siano emigrati) in una nazione che qualcuno dice si chiami Kosovo, "repubblica democratica, laica e multietnica", fondata il 17 febbraio 2008 (cioé ieri), qualcun altro dice si chiami Serbia, "repubblica democratica", fondata il 5 giugno 2006 (giorno in cui si è separata dalla Repubblica di Montenegro e con la quale formava la Repubblica federale di Jugoslavia).
Dove siete finiti? Da quei mesi freddolosi di fine 1998, quando l'inverno ringhiava fuori dalle finestre e la bufera trasportava la polvere da sparo dell'esercito jugoslavo e dei guerriglieri albanesi. Questo manipolo di ragazzini che si facevano chiamare "Postpessimisti". La spiegazione me la diedero così:
<<Non abbiamo nessuna ragione per essere ottimisti, ma nemmeno ci vogliamo rassegnare a essere pessimisti, perciò: postpessimisti>>.
Ho fatto una ricerca e ho trovato in rete alcune foto che li ritraggono, dal momento che il tempo inesorabile ha disperso i contatti. Eccole. La quarta da sinistra della fila di mezzo è Leonora.
E questa era la rivista che pubblicavano. Si chiamava "Postpesimistës", in albanese, appunto.
Questo un momento di un'assemblea presso la loro sede, Pristina dicembre 1998:
Dove siete finiti? E soprattutto, cosa direte ora, cosa penserete?
Tutti quanti avevano una predisposizione particolare per la cultura: il teatro, il cinema, la musica, la scultura, la pittura. Organizzavano concerti, proiezioni, mostre. Ma una cosa che non tralasciavano mai di fare era commentare le dichiarazioni dei politici, locali, nazionali e stranieri (perlopiù tutte quante deliranti), per capire se oltre il pessimismo si potesse intravedere qualcos'altro.
In un'immaginaria seduta di Postpessimisti, questa sera butto sul tavolo alcune di queste, raccolte dall'Osservatorio sui Balcani. La prima è di Agim Çeku, ex-premier del Kosovo: "Aspettiamo che in Serbia ci sia volontà politica di raccogliere la nostra mano tesa, e di chiudere insieme un brutto capitolo della nostra storia comune, per iniziarne uno nuovo fatto di buon vicinato, comprensione e integrazione nell’Unione Europea. Oggi sembra una visione fin troppo ottimistica, ma credo sia possibile solo grazie ad un po’ di volontà politica da parte di Belgrado".
Così ha invece dichiarato Boris Tadić, neo-presidente della Serbia: "Compieremo delle mosse responsabili ma faremo tutto ciò che è in nostro potere per annullare la auto-proclamazione illegale dell’indipendenza del Kosovo".
Ancora più duro il premier serbo Vojislav Koštunica, proverbialmente: "Il presidente degli USA e i suoi seguaci europei verranno iscritti nella storia della Serbia con lettere nere, ma anche in qualsiasi storia del diritto internazionale e nell’ordinamento mondiale basato su tale diritto. Gli USA hanno costretto l’Europa ad abbassare la testa, ma la Serbia ha rifiutato di umiliarsi. Se non riusciremo noi a correggere l’ingiustizia, lo farà una nuova e migliore generazione".
Chissà se i Postpessimisti intravedrebbero tra queste dichiarazione uno spiraglio di ottimismo..
Risuonano nelle mie orecchie le parole di Mark Krasniqi, politico albanese kosovaro, che nel dicembre 1998 dichiarò a me e altri in visita al Pen Center di Pristina, sede del parlamento parallelo albanese del Kosovo: "La nostra richiesta ed il nostro obiettivo è un periodo di transizione di 3-5 anni, anche come repubblica federata della Jugoslavia se Belgrado ce lo dovesse proporre, oppure sotto protettorato internazionale, ma al termine dei quali si debba indire un nuovo referendum sovrano ed esecutivo per l'indipendenza del Kosovo….per quanto riguarda l'unificazione con l'Albania, questo non lo si può mai sapere, ma comunque non crediamo sia ipotizzabile prima di 10 anni".
Sono quasi passati quei 10 anni, Pristina non è ancora Albania (e forse prima o poi lo sarà), ma perlomeno non è più Serbia, almeno per gli albanesi del Kosovo, per gli Stati Uniti, Inghilterra e Francia e presto per altre nazioni europee.
Alcuni analisti e giuristi a Belgrado hanno suggerito ai Serbi che abitano il nord del Kosovo (dove sono maggioranza) di proclamare a questo punto l'indipendenza dal Kosovo (anche se questo significherebbe riconoscere l'indipendenza del resto del Kosovo). Ma nel nord del Kosovo che si proclamerebbe indipendente dal Kosovo abitano degli albanesi. Allora io sto con i contadini albanesi di Zubin Potok, cittadina nel nord del Kosovo, che dovrebbero a quel punto auto-proclamarsi indipendenti dal Nord del Kosovo auto-proclamato indipendente dal Kosovo auto-proclamato indipendente dalla Serbia. Sarebbe un simpatico gioco di matrioske. Purché siano solo i giuristi a darsi battaglia, mandando in corto circuito le cancellerie internazionali incaute e compiacenti.
L'Europa che annaspa nei Balcani è uno spasso per gli Stati Uniti, che si sono comprati un pezzo di terra grande quanto l'Abruzzo e l'hanno conficcato nel fianco del vecchio continente perché sanguini ancora un po', mortificando le pagine più scontate ed elementari del diritto internazionale e del lessico balcanico.

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