Olimpiadi concluse, guerre mai finite --- 24 - 08 - 2008 - DRESDA (GERMANIA)

Mentre una fitta pioggerellina balzella fuori dalla finestra, mi vengono  alcuni pensieri sulle Olimpiadi appena conluse, poche ore fa. Come cittadino del mondo (appartenenza che un evento universale come le Olimpiadi pretende a tutti di conferire), mi sento molto deluso da questa edizione. Non è che andassero boicottate le Olimpiadi, è il Comitato Olimpico stesso che andrebbe biocottato quando si dimostra così asservito agli interessi nazionalistici ed economici. E' difficile sentirsi cittadini del mondo in queste condizioni.
Ne hanno scritto in tanti sui "blog", negli editoriali sui quotidiani internazionali. Un'Olimpiade tenuta in uno Stato dove è così palese la violazione dei diritti umani. Un'Olimpiade che non ha saputo imporsi politicamente come evento capace di arrestare i conflitti nel mondo, anzi, durante la cui durata nuove e drammatiche guerre hanno avuto inizio. Un'Olimpiade in cui il nazionalismo del Paese ospitante è stato protagonista più dello sport e degli atleti in gara. Un'Olimpiade in cui nemmeno all'interno del Paese ospitante ha saputo essere tregua per i conflitti sociali, anzi ne è diventata spesso il pretesto per reprimerli ancor più duramente. Un'Olimpiade in cui anche il nazionalismo di casa nostra (nel comportamento degli atleti e nel pubblico dibattito italiano) è sembrato ben oltre la misura del buon senso olimpico, di quello spirito sportivo che i più invocano senza onorarlo.
C'è qualcosa da salvare, come in ogni anche triste evento, oppure da ricordare, nel bene o nel male. Io ne ho fatto un elenco:
1) il collegamento della tv giamaicana della finale dei 100m piani stravinta da Usain Bolt. Lo si può SCARICARE QUI. Stacchi sulla folla di gente per le strade in Giamaica e al telefono il padre dell'atleta. Imperdibile! Con buona pace di Jacques Rogge, il presidente del Comitato Olimpico, Usain Bolt ne combina di tutti i colori al termine della gara, fa le boccacce, salta, balla, urla, mima gesti. Trovo assurdo criticare un atleta che, oltretutto incoraggiato dal pubblico in delirio per lo spettacolo appena ammirato, si lasci andare a espressioni di gioia, giubilo, eccitazione. Forse in Belgio si usa diversamente, ma in Giamaica queste pippe mentali non se le fanno. Come si direbbe a Roma: "'sti cazzi!". Piuttosto, il signor Jacques Rogge avrebbe lui qualcosa di cui rispondere vista la sudditanza complice delle Olimpiadi al nazionalismo e ai capitali.
2) L'oro del tunisino Oussama Mellouli nella gara di nuoto stile libero sui 1500 metri. La biografia dell'atleta anche è interessante, soprattutto per le sue precedenti squalifiche per doping. In ogni caso in Inglese la si PUO' LEGGERE QUI. Interessanti anche i commenti lasciati al video della gara su "Youtube" soprattutto da utenti arabi. Un brivido lungo la schiena sarà invece venuto forse ai leghisti, se i Tunisini decidono di darsi al nuoto, e con successo, sulla lunga distanza.
3) La pedata in faccia all'arbitro rifilata dall'atleta cubano Angel Valodia Matos nella finale per il bronzo di Taekwondo. Di particolare interesse alcuni commenti a favore e contro che si possono leggere sempre su "Youtube" in Inglese e in Spagnolo. In particolare uno, senza bisogno di traduzione: 
<<Matos descalificado de por vida. Zidane elegido el mejor jugador del mundial despues del cabezaso a Materazzi. Mediten gente mediten>>. Risposta di un altro utente:
<<Pero Zidane es blanco...>>.
4) Visto che sono ora un Italiano in Germania, la felicità di una tedesca in Italia, Josefa Idem, a 44 anni, dopo aver perso per 4 millesimi di secondo l'oro nella canoa K1 500m. Un altro pianeta.
5) Infine questa Olimpiade in Cina se non altro ha dato visibilità ad alcuni agguerriti "bloggers" italiani che scrivono dalla Cina, così come ad altri cinesi. Me ne sono letti diversi, e mi è piaciuto in particolare un intervento di Gabriele Battaglia che riporto di seguito (QUI PER IL "BLOG"):
<<Nel 1793, l’impero britannico cercò di penetrare la Cina con un’ambasceria commerciale. La guidava lord Macartney, che fu costretto a fare una lunga anticamera perché non voleva inchinarsi adeguatamente all’imperatore Qianlong. Tornò a casa con le pive nel sacco e una lettera per  re Giorgio che fa ancora schiumare gli inglesi: “Oggetti strani e costosi non mi interessano. Se ho dato ordine che i doni da voi offerti in segno di omaggio fossero accettati, questo è soltanto per un riguardo allo spirito con il quale li avete inviati da così lontano”.
Cinquant’anni dopo, gli inglesi, tornarono con i cannoni per far capire ai cinesi chi era il centro del mondo. In Gran Bretagna era scoppiata la moda del tè, che veniva importato dalla Cina, e il debito verso l’”altro” impero stava ingigantendosi. La Corona cercò di pareggiare la bilancia commerciale smerciando oppio a Hong Kong e dintorni, cosa che provocò la reazione cinese. Gli inglesi vinsero e da allora cominciarono 150 anni di decadenza - e marginalizzazione - della Cina.
Ma qui siamo alle Olimpiadi e allora parliamo di sport. Il boxeur cerca di occupare il centro del ring, perché questa posizione gli consente di pressare l’avversario tra se stesso e le corde, lasciandogli poca libertà di movimento.
Tuttavia, nel più famoso incontro della storia pugilistica mondiale non vinse chi stava in mezzo: Kinshasa, 30 ottobre 1974, Alì stende Foreman all’ottava ripresa. Dopo essersi lasciato schiacciare alle corde per tutto l’incontro, se ne esce con una combinazione rapidissima che fulmina l’esausto avversario.
Qualcosa di simile hanno praticato i cinesi negli ultimi decenni: si sono fatti “periferia“, coltivando il proprio boom economico con pazienza, attirando i capitali di tutto il mondo e producendo per l’export. Nel tempo, si sono di fatto comprati il debito pubblico americano.
Oggi la Cina compete per l’egemonia con il suo massimo debitore e, con le Olimpiadi, torna anche simbolicamente al centro del ring.
Ma stare al centro espone. Il grande tonfo di George Foreman a Kinshasa fece impressione proprio perché quell’enorme corpaccione stava in mezzo al ring. E non seppe respingere l’attacco che arrivava dalla sua periferia.
Oggi, la Cina ha qualche problema del genere>>.

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