NO significa NO

 

Come prassi di questo mio spazio personale in rete, uso ospitare la mia dichiarazione di voto qualche giorno prima delle elezioni in Italia, di cui sono cittadino. La cosa è oltremodo noiosa perché la mia scelta ricade sempre sulla stessa opzione: il non voto.
Ogni volta la domanda io me la pongo e ogni volta però fatalmente mi rispondo „anche questa volta non voterò". Non credo nella democrazia rappresentativa, semplicemente. Ho votato alle politiche del '94 e del '96. Da allora ho smesso di delegare e a dire il vero la trovo tuttora l'unica strada.
Ho fatto eccezione per i referendum e non sempre. Di fatto si tratta di una decisione secca, perciò il mio voto non è una delega ma una decisione, benché misurata con le altre espresse da altri individui che compongono il mio Stato. E proprio questa dimensione di Stato, cui non credo, cui non riconosco un'esistenza reale, mi ha a volte dissuaso dal recarmi alla cabina elettorale anche in occasione dei referendum. 
Il prossimo 4 dicembre si voterà in Italia per un referendum costituzionale confermativo. Un passaggio della vita politica del mio Paese importante, come non potrebbe essere altrimenti, il cui peso tuttavia per il futuro del mio Paese non è stato però forse interamente riflettuto. 
Nella mia vita ho conosciuto direttamente alcune dittature: Milosevic in Serbia (nel 1999-2000), Bouteflika in Algeria (nel 2001-02), Assad in Siria (nel 2005) e infine ho visto crescere una dittatura sotto i miei occhi, vivendo a Istanbul, e cioé quella di Erdogan in Turchia (nel 2008-10 e poi nel 2013-14). 
Oltre a queste, a dire il vero, ho conosciuto anche 3 occupazioni militari: la IFOR in Bosnia (nel 1996-97), la KFOR in Kosovo (nel 98-99) e l'aggressione militare "Antica Babilonia" in Iraq (nel 2004), che non ha una sigla poiché avvenuta al di fuori del mandato ONU.
Diciamo che un'idea di cosa significhi vivere in uno spazio sociale dove la volontà popolare sia sospesa me la sono fatta. Ho persino imparato a riconoscere gli odori di questo stato di morte civile. I volti delle persone, i gesti quotidiani che non vanno mai al di là del momento contingente, la speranza che è preghiera, è atto di fede cieca, e non ragionevole aspettativa che segue ai propri sforzi. I diritti elementari che si trasformano in privilegi, se non addirittura in conquiste a scapito di altri tuoi simili. 
Nel settembre 2010 si tenne in Turchia un referendum costituzionale. In quel periodo vivevo ad Istanbul appunto. Ricordo che rilasciai un'intervista ad una radio italiana all'indomani (ASCOLTA QUI). Ricordo la posizione dell'UE, che auspicava una vittoria del SI‘, „perché questo avrebbe avvicinato la Turchia all'Europa, in quanto il Paese si sarebbe dotato di una costituzione più attenta ai diritti umani". Questo solo perché con una vittoria del SI‘ per costituzione anche i generali golpisti (quelli che parteciparono al colpo di Stato nel 1980) sarebbero potuti essere perseguiti. Bello, giusto. Nessuno aveva capito che in questo modo Erdogan puntava semplicemente a sottomettere l'esercito al governo, non come principio democratico, come sarebbe, ma semplicemente perché il potere militare (storicamente laico e occidentalista in Turchia) era l'unico in grado di fermare la sua onnipotenza. Dei diritti umani a Erdogan non è mai interessato un fico secco.
Nessuno aveva fatto notare che con un SI‘ o un NO i cittadini turchi avrebbero modificato la propria costituzione in ben 26 punti diversi riguardanti questioni le più disparate; così, a pacchetto intero, prendere o lasciare. Alcune più che legittime e ragionevoli, come la processabilità dei generali dell'esercito colpevoli di crimini contro l'umanità appunto (e ci mancherebbe!!!), altre molto più subdole. Io lo definii un referendum truffaldino. Tra le altre modifiche costituzionali per esempio vi era la riforma della Corte Costituzionale, che avrebbe aumentato i suoi membri consentendo al governo di eleggere i propri. Con un governo saldamente in mano a Erdogan perciò non ci sarebbe stata più una Corte Costituzionale „super partes", ma sarebbe diventata un organo svuotato della propria funzione di arbitro imparziale per diventare il gabinetto personale del capo. L'Europa giubilava all'indomani della vittoria del SI‘. La Turchia si avvicinava all'Europa. Già allora a Bruxelles c'era gente convinta che un capo forte avrebbe assicurato stabilità e quindi obbedienza alle linee guida internazionali.
Persino il partito curdo lasciò libertà di voto, in fondo questa riforma costituzionale avrebbe ridotto lo strapotere dell'esercito, loro avversario nella guerra trentennale che si era fin lì combattuta. E poi questo Erdogan prometteva un processo di pace che avrebbe portato loro benefici e libertà. Possiamo tranquillamente dire anzi che l'ago della bilancia furono proprio i Curdi in questo caso. Con una lungimiranza „al contrario" tuttavia, in quell‘occasione firmarono la propria sentenza a morte. Oggi sappiamo come è andata a finire. Però nessuno ricorda chi votò cosa in Turchia nel settembre 2010.
Io lo dissi in questa intervista radio. Ma quale Islam democratico? Erdogan giocava a fare il democratico perché non aveva alternativa e perché il popolo turco credente è credulone (come tutte le masse orientate confessionalmente) e perché la comunità internazionale non ci ha mai capito nulla. Questo dissi. Quel paradiso che era stato per me Istanbul in quegli ultimi 2 anni non sarebbe mai stato più lo stesso dopo questo referendum.
Dopo un paio d'anni trascorsi a Napoli tornai a vivere a Istanbul nel 2013, giusto in tempo per aggiungermi alle migliaia di persone scese in piazza per difendere il parco di Gezi. Non fui sorpreso da quella protesta, dalla massa critica che sviluppò in poche ore una contestazione di quelle dimensioni. Avevo già avuto modo di conoscere quel fiume carsico dell'opposizione turca. Un fiume che prima o poi sarebbe zampillato fuori dal sottosuolo. Fui colpito però dalla reazione del potere, della polizia, non tanto in quelle settimane di protesta, quanto nei mesi successivi quando le telecamere internazionali cominciarono a spegnersi. Non potevo credere che il Paese fosse già così velocemente scivolato in una dittatura di fatto. Per me lo era. Mentre l'Europa giocava a fare la severa con quello che pensavano essere il loro alunno irrequieto, Erdogan. Montai un piccolo video-clip con alcune immagini girate in quei giorni. Niente di sensazionale, se non una sentenza che magari poteva sembrare la sparata di uno che non sa che pesci pigliare: la Turchia non è più una democrazia. Per me era l'evidenza che saltava agli occhi. „Un tram chiamato democrazia" avevo intitolato questo montaggio (GUARDA QUI). Riprendevo una frase attribuita a Erdogan: „La democrazia è come un tram, mi serve per arrivare dove devo arrivare. Una volta giunto a destinazione, posso anche scendere". Lui la storia l'ha studiata bene. Mussolini, Hitler, Milosevic, tutta gente votata secondo i crismi democratici. Tutta gente che è arrivata al governo con il tram chiamato Democrazia e che poi, una volta giunta a destinazione, ha mandato il tram al deposito e ha fatto da sé. 
Poi ci sono stati Kobane, l'emergenza rifugiati e il patto UE-Turchia, il tentato golpe militare, le epurazioni e l'arresto di migliaia di persone tra cui leader politici dell‘opposizione e tante altre cose che la stampa occidentale nemmeno ha riportato. Tutti sono diventati esperti di Turchia semplicemente leggendosi fumetti e 2-3 libri scopiazzati qua e là. Io ho parlato e scritto poco da allora. Il disincanto è un rospo grosso da cavare di gola.
Adesso, a qualche giorno dal referendum costituzionale italiano, annuso nell'aria lo stesso tanfo di scarponi militari che si respirava a Istanbul nel settembre 2010. Anche il suono delle fanfare europee è lo stesso. La banda passa, è una festa, tutti sono contenti, votano senza pensarci. Quando la festa sarà passata, gabbato sarà il santo.
Sì, questo è ciò che sento che succederà.
Mi si viene a dire che questo pacchetto di riforme costituzionali da votare tutto insieme consentirà all'Italia di superare il bicameralismo paritario. E vabbeh, superiamo il bicameralismo paritario allora. Poi mi si viene a dire che il nuovo Senato consentirà ai territori di contare di più in Parlamento. Fantastico! Bella. 
Però a me viene un dubbio. Essendo il principio cardine conclamato della democrazia italiana, da Berlusconi in poi, la ricattabilità dei politici, non è che gli amministratori locali italiani, i più corrotti d'Europa, faranno a gara per essere anche i più ubbidienti e meritarsi un'elezione al Senato che gli garantisca l'impunità di modo che, come conseguenza finale, i territori saranno al contrario maggiormente soggiogati al volere del Governo, cioé del Primo Ministro, cioé del capo? 
Non è che quando parlano di ridurre il numero dei parlamentari e ridurre i costi del Parlamento si riferiscono ai costi delle segreterie di partito per tenere a libro-paga i loro „yes man"? Non è che l'impunità estesa agli amministratori locali più meritevoli sarà moneta di scambio a costo zero per comprarsi la sudditanza dei terriori e sarà un modo per estendere il controllo del capo su ogni centimetro quadro di Italia? 
No? 
Ma questo è ciò che sarà, è ciò che già è, dietro la cortina di fumo alzata dal Governo Renzi e dall'Europa crucco-massonica.
Una „lectio magistralis" ce l'ha data, suo malgrado, qualche settimana fa il governatore della Campania Vincenzo De Luca, durante una riunione segreta con gli amministratori campani, segretamente registrata e poi messa in rete. Ometto le modalità tipiche del voto di scambio mafioso con cui impone di portare la gente alle urne per votare SI'. Ometto tutte le altre amenità sulla bellezza del clientelismo (del resto lo stesso Renzi ne ha fatto un'apologia) e sulle indicazioni a proposito di chi stia consumando ossigeno abusivamente o meno. Nel caso le potete riascoltare QUI. Riporto solo poche righe indimenticabili su ciò che la democrazia sarebbe per questi signori.
<<Negli Stati Uniti Trump ha vinto con il 25% degli aventi diritto al voto. (...) Una democrazia senza meccanismi di semplificazione non funziona. La democrazia è la forma di governo della minoranza più forte. L'idea, tutta ideologica, che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza, è un'imbecillità, perchè in natura non esiste>>.

Questa è l'Italia di Renzi, questa è l'Italia che avremo se vincerà il SI‘. 
E va detto chiaro: ci sono dei termini nel lessico di questi mesi che vanno sostituiti al più presto con altri più appropriati.
Semplificazione = Fascismo.
Clientelismo = Squadrismo.
L'Italia, „Repubblica fondata sul lavoro", così come da articolo 1 della Costituzione, sta per diventare o è già diventata una Repubblica fondata sulla sottoccupazione permanente perché non siamo più cittadini, ma siamo diventati sudditi. Vent'anni fa il Parlamento italiano stava per approvare una legge per la riduzione dell'orario di lavoro settimanale a 35 ore. Lo slogan era "lavorare meno lavorare tutti", a salario intero ovviamente. Questo perché lo sviluppo tecnologico ha ridotto le ore di lavoro necessarie all'uomo per mantenere la società in cui vive. Nel frattempo ci hanno imposto una crisi economica mondiale e una terza guerra mondiale a pezzettini per convincerci che i tempi che corrono sono questi e quindi si lavora di meno ma a salario ridotto. Questo è ciò che è stato previsto per la mia generazione e le seguenti. Sennonché questa differenza di salari, come dimostrato dagli indici economici, non si è volatilizzata ma è stata drenata dal grande capitale e la classe lavoratrice si è semplicemente impoverita. Il denaro è come la materia, non si distrugge: cambia di mano.
Allora, non importa che la si chiami Casta o Oligarchia, ma visto che il momento e il passaporto italiano in tasca mi dà il diritto di farlo, allora torno in Italia per qualche giorno per votare e gridare a questi signori il mio NO a questa deriva anti-democratica verso cui l'Europa intera si sta spingendo e in particolare a queste premesse autoritarie che il mio Paese si appresta a sancire.
Torno in Italia da cittadino del mondo, dopo oltre 5 anni degli ultimi 8 trascorsi all'estero, perché il Paese di cui ancora sono cittadino è solo una piccola tessera di un puzzle più grande, ma attraverso questo voto, da cittadino del mondo, posso mandare un messaggio a chi nel mondo pensa che l'Italia sia solo una società prona e sottomessa.
Ci abbiamo provato in tanti modi a dire a questi signori che NO, non vogliamo che i diritti sociali e i beni comuni vengano espropriati alla collettività, a cominciare da quel minimo diritto alla rappresentanza che io comunque considero non sufficiente: il voto. Ma ciò che per noi è un NO, per loro è solo un'occasione per riformulare la domanda e riprovarci. 
Questa volta però siamo all'ultima battuta di questo teatrino. Dopo non ci sarà più consentito dissentire. Che nessuno si senta tentato o fuorviato dalle lusinghe, dalle promesse, dalle illusioni, dai trucchi, dai bonus che non sono regali ma nostri diritti.
NO significa NO, recita uno slogan anti-sessista. E mi sembra appropriato riproporlo qui, rivolto ad un'attività di convincimento martellante, corrosiva, subdola e asfissiante messa in atto da Matteo Renzi, illegittimo Primo Ministro italiano, votato da un Parlamento eletto con una legge anti-costituzionale ed imposto da un Presidente della Repubblica semi-golpista.
NO significa NO, quindi. NO a questo premier stalker e a questi professoroni che ci spiegano come la democrazia è di fatto sempre stata una oligarchia (ah, scusate se non l'avevamo capito prima). 
Lo ribadisco qui. Il nostro popolo italiano è stato già abusato oltre ogni limite. 
Dire oggi NO è una questione di dignità. 
Dopo, se non ascolteranno nemmeno questo NO, potranno solo gettare la maschera e mostrare il loro vero volto.
Ma noi dobbiamo restare uniti oggi affinché la loro violenza non abbia in futuro l'alibi della nostra complicità.

 

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