E' stato qualcosa di incredibile. Appuntamento con Haki a piazza Taksim, insieme ad altri amici Curdi. Abbiamo preso un autobus che ci ha portati sul luogo dove era prevista la manifestazione a piazza Kazliçesme. Ormai quasi arrivati la strada passa in un tunnel sotto a un cavalcavia. Il traffico era intenso, migliaia di Curdi di Istanbul stavano sopraggiungendo, perciò il traffico si è bloccato ben prima di arrivare sul posto. Ma a quel punto, riparati nel tunnel dagli sguardi della polizia, i passeggeri degli autobus e delle numerose auto, realizzato che erano tutti Curdi, hanno cominciato a "riconoscersi" e quindi, poiché nascosti, a urlare e fare il segno della "V" con le dita in segno di festeggiamento. Appena il traffico è ripreso, all'uscita dal tunnel, le urla sono cessate e modestamente il flusso si è mosso verso la piazza (periferia, a un passo dal Mar di Marmara). Siamo quindi scesi e a poche centinaia di metri ormai era diventato un corteo vero e proprio. A quel punto la frenesia è stata contagiosa. Un elicottero sorvolava i manifestanti e i poliziotti erano appostati tutt'attorno con i mitra in mano. All'ingresso della piazza i soliti gabbiotti dei "metal-detector" e controlli della polizia. Visto che non rispondevo alle domande in turco del poliziotto che mi perquisiva:
<<Tu non sei Curdo..>>.
<<No, sono Italiano..>>, ampio sorriso.
Il poliziotto mi ha palpato ovunque guardandomi di traverso. Io sorridevo e intanto pensavo: "Sì, l'Italia è anche questa: persone che sanno venire a vedere le cose con i loro occhi e non si fanno manipolare dalle alleanze internazionali e dagli affari di guerra (l'Italia è tra i primi Paesi a rifornire di armi l'esercito turco che poi con quelle armi reprime i Curdi e combatte il PKK)". Un ultimo sorriso come a dire: "Beh, finito di toccare? Che vai cercando?". E me ne sono andato.
Ormai lo slargo enorme si stava popolando freneticamente, l'energia era contagiosa. Lo spazio era circondato dalle sbarre mobili di ferro della polizia, ingabbiati. Su una collina sullo sfondo molta polizia e reparti dell'esercito. Una volta dentro ho salutato Haki e mi sono avvicinato al palco. Non so come, ma forse perché parlavo inglese ed ero straniero, il servizio d'ordine curdo della manifestazione mi ha lasciato entrate nello spazio del palco e vi sono addirittura salito. Da lì il colpo d'occhio sulla piazza era imponente. Diversi sono stati gli interventi di politici del DTP. La folla era letteralmente impazzita, alcune centinaia di migliaia i presenti. Sventolavano bandiere del DTP, ma anche altre sigle di partiti e organizzazioni di sinistra turche, bandiere con l'effigie di Che Guevara e non di meno quella di "Apo" Abdullah Öcalan accompagnata da qualche bandiera del PKK.
In Italia non si vedono manifestazioni come questa e nemmeno si potrebbero vedere. Una minoranza etnica e linguistica di 20 milioni di persone (2/7 dell'intera popolazione di cittadini turchi) espressa qui a Istanbul da un raduno oceanico (sono forse 4 milioni i Curdi a Istanbul su un totale di 15 milioni di abitanti, cioè quasi 1/3 della popolazione in città), che rivendica certamente i propri diritti di minoranza, perlopiù negati, ma all'interno di una cornice politica ampia che si dichiara socialista e che chiede una democratizzazione del Paese Turchia tutto. Davvero, ho avuto i brividi. Sopra quell'oceano di persone si componeva come un miraggio la speranza di una Turchia diversa, laica, plurale, democratica, che forse non sarà mai, almeno a breve, ma che sicuramente già esiste nei cuori di milioni di cittadini turchi. E questa è la Storia, magari dei perdenti, che non verrà raccontata, soprattutto all'estero, e nemmeno insegnata a scuola, ma è la Storia.
Quando la folla, dopo oltre 3 ore, ha cominciato a scemare, sono ritornato in mezzo ai manifestanti, ma Haki se n'era già andato. Alcuni gruppi musicali ancora si alternavano sul palco e io mi aggiravo tra i capannelli di persone che si organizzavano in cerchio per danzare. Tra i partecipanti c'erano bambini quasi neonati e anziani scatenati più dei giovani nel festeggiare, cantare, ballare.
E' a questo punto che ho sentito una voce:
<<Hey, Miche! Come here and dance with us!!!>>.
Era Mehmed, o quello che io qui chiamo Mehmed. E dire che ieri avevo scritto che verosimilmente non ci saremmo visti mai più. Allora mi sono unito al cerchio e ho ballato le danze curde: 4 passi avanti, 4 indietro, tenendosi per mano in cerchio.
E' stata l'occasione per conoscere altri amici di Mehmed, anche loro circa ventenni. Ad un certo punto, Mehmed mi ha detto che per lui era il momento di andarsene.
<<Miche, Newroz piroz be (felice Newroz). Addio>>.
Ci siamo abbracciati forte, quando ci siamo lasciati un nodo alla gola per poco non mi strozzava. Cazzo, non posso descrivere cosa mi è preso.
Sento di non condividere la sua scelta ma so anche che io non sono al suo posto e al suo posto non so che scelta avrei fatto. Mehmed domani parte per il Kurdistan, uno Stato che non esiste, diviso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Il Kurdistan è l'entità nazionale più numerosa al mondo senza uno stato: 40 milioni di persone. Il Kosovo è da poco diventato indipendente con sì e no 2 milioni di abitanti. Non avere certe amicizie internazionali e rimanere fedeli ai propri principi (specie se marxisti) si paga caro. Mehmed domani parte per il Kurdistan, prenderà i suoi 18 anni e le sue fragili ossa in un corpo magro e gracile, il suo sguardo d'illusioni e al contempo già da adulto e li metterà dentro ad una divisa mimetica irregolare, quella del PKK, e andrà a combattere sui monti contro l'esercito turco e contro le armi che l'Italia gli vende.
Alla fine della giornata almeno qui a Istanbul non si sono registrati scontri tra la polizia e i manifestanti, come invece avvenuto in altre città della Turchia. Nel Kurdistan ci sono stati alcuni morti, centinaia i feriti.
Tornando verso Kadiköy ho condiviso il tragitto con alcuni tra gli amici di Mehmed, tra questi Hursit (nome di fantasia). Quando il mese scorso l'esercito turco ha attaccato le basi del PKK nel nord dell'Iraq, i capi del PKK hanno invitato i Curdi a scendere in piazza in qualsiasi città turca si trovino e a manifestare la loro ribellione. Molti di questi ragazzi, universitari, circa ventenni, sono scesi in piazza. Alcuni amici di Hursit sono perciò in quell'occasione stati arrestati e sbattuti in prigione condannati a 3 anni. Hursit gli scrive delle lettere (che le autorità carcerarie leggono, ovviamente) e questi gli rispondono.
<<Non c'è alternativa, o ce ne andiamo dalla Turchia o siamo condannati a lottare per cambiare questo Paese, perché avanti così questa vita non è accettabile>>, mi ha detto Hursit, anche lui grossomodo ventenne. Questa è proprio una generazione senza speranza.
Rientrato a casa a Kadiköy, Özhan era in partenza per Ankara, non ci vedremo più prima di mercoledì, giorno della mia partenza da Istanbul. Mi ha salutato così di fronte agli altri:
<<Grazie per essere entrato nella nostra vita>>. E' la stessa frase che io avevo in mente. Gli scriverò presto per esprimergli la mia gratitudine, ma soprattuto per pianificare i nostri prossimi progetti.
Questa sera oltre a Çagdas e Siçkin a casa c'è anche Haikut. Çagdas è qui sul divano a fianco a me e legge una dispensa universitaria. Gli altri 2 già dormono. Özhan è già in treno verso Ankara. Hursit forse anche lui sta ripassando i suoi testi universitari in una remota periferia curda di Istanbul. Mehmed invece avrà tutt'altre cose per la testa.