"Ground Zero" sta proprio qui, dietro l'angolo. Neanche il tempo di capire dove ci troviamo e tra i labirintici svincoli la navetta dell'aeroporto passa accanto ad un cantiere in piena attivita' anche di notte, illuminato da fari potenti. Il mattino seguente, risveglio forzosamente prolungato alla ricerca della giusta sintonia con l'orario locale, tra i rumori cupi dell'alba spezzata dai colpi dei bancali alzati dalle gru di "Ground Zero" dietro l'angolo. La prima passeggiata per Manhattan ancora li', alla prima svolta, come una radura nella giungla, eccolo. Sempre le enormi gru al lavoro.
Manhattan (uno dei distretti di New York) e' come una giungla, perche' i grattacieli sono cosi' alti e le vie cosi' strette che i raggi del sole non colpiscono mai le persone sui marciapiedi direttamente. La luce arriva riflessa, rimbalzando sulle centinaia di finestre dei grattacieli prima di raggiungere i passanti al suolo. Manhattan e' anche come la bocca di uno squalo e gli infiniti grattacieli sono la miriade di denti aguzzi in ordine sparso. "Ground Zero" e' come un dente estratto dalla bocca dello squalo. Un buco rimasto nella dentatura in seguito ad un incidente di masticazione. E, come i denti degli squali, anche i grattacieli qui, quando cadono, poi ricrescono.
Manhattan e' un posto di voci che si inseguono. La prima che ho sentito era in lingua Algonquin, una lingua ormai estinta trasportata dal vento come la gente che la parlava. Questa voce diceva proprio: "Manhattan", che pero' in quella lingua significava "isola delle colline".
Poi ho sentito l'ebraico, l'arabo, il cinese, il giapponese, lo spagnolo, l'italiano, il turco, il greco e l'inglese. Ogni pezzo di mondo ha la propria rappresentanza qui e colpire Manhattan e' come colpire il mondo stesso. Quel mondo stesso che ha scelto di trovarsi nel punto sbagliato del mondo stesso, il punto dove ogni singolo lieve cenno rimbomba amplificato all'infinito in qualche remota regione del pianeta, dove ogni riga tracciata da una matita su un foglio spazza via l'esistenza di una parte cospicua di umanita'.
Colazione con il New York Times sul tavolo. Terza pagina. "Il premier romeno cerca di calmare l'Italia dopo un omicidio", Ian Fisher. Le conclusioni dell'articolo sono lasciate a tale avvocato Nazareno Guarnieri, intervistato dal cronista: <<(Quella italiana) e' una societa' che e' cambiata molto rapidamente. La vergogna, la paura e' che noi abbiamo una classe politica che invece di governare questo cambiamento prova a lusingare gli elettori. E la gente che non comprende i problemi si limita a dire: "bravo!". E' solo un modo per cercare voti: e' solo propaganda>>. E se la politica italiana viene ridicolizzata in terza pagina dal Times, e' stato detto tutto.
Inaugurazione dell'ArteEast Festival al teatro dell'IFC a Greenwich Village, un teatrino molto newyorkese. Rasha Salti, la direttrice del festival e' una persona deliziosa. Una giovane donna siro-palestinese nata in Libano e qui residente ormai da anni, con un calore e un'eleganza evidentemente mediterranei. Ha incantato e in qualche modo commosso tutti con la sua introduzione. Ha parlato molto di speranza. Ha detto che raccogliere e promuovere questi film sul Medio Oriente le ha ridato speranza per i tanti problemi che affliggono la sua terra.
In mattinata ero stato intervistato al telefono dalla stanza in albergo da una radio. Saro' piu' preciso sul tipo di radio. Lunedi' mattina e' programmata un'altra intervista con il programma "Democracy now!", uno "show" che poi viene trasmesso da decine di radio e tv americane. Gli organizzatori del festival sono molto affettuosi con me.
Due giorni fa esperienza del ponte di Brooklyn. Visitare Istanbul solo qualche mese fa non mi ha fatto bene. Avevo ancora negli occhi il Bosforo e la celebrata magnificenza del ponte che collega Manhattan e Brooklyn non mi e' sembrata al confronto all'altezza del ponte che collega l'Europa all'Asia, sia in termini di grandezza e lunghezza, sia in termini di paesaggio, sia in termini di fascino. Ad ogni modo New York avra' per sempre il fascino di quell'umanita' che cerca un posto altro dove ricominciare. E questo senso della distanza accomuna, plasma i suoi abitanti.
Per lo meno quelli che io incontro. I passanti che si accalcano per la strada, a volte ci penso, sono come tanti scimpanze' della giungla che dai rami scendono a terra affannandosi alla ricerca di qualcosa. In realta' pero', la vera vita si svolge agli infiniti livelli dei grattacieli. Li' c'e' la vera New York. Ma quella io non la conosco. Ieri sono stato negli uffici dell'Open Society Institute (ma tu pensa, nel cuore degli ingranaggi dell'auto-proclamatosi filantropo George Soros, davvero uno di quei posti dove tracciare una riga con la matita cambia l'esistenza di una buona parte di umanita'!!). Ogni piano era come un villaggio. Poi si prende l'ascensore, ci si riversa sulla strada e si entra in una dimensione a suo modo unica e indefinita. Il grado di imprevedibilita' delle persone che si incontreranno e' talmente esponenziale che sembra di essere da nessuna parte e dappertutto.
Ieri prima proiezione di Ist'imariyah. Anche se era previsto per domenica e non per questa volta, al termine si e' tenuto un improvvisato Q&A, come dicono qui, "questions and answers", domande e risposte. La platea ha apprezzato davvero tanto e le domande sono state interessanti e il mio inglese e' stato adeguato alla circostanza, nonostante qualche timore alla vigilia. Una ragazza turca mi ha confessato di essersi commossa. Una signora americana mi ha chiesto: "Ma com'e' che tu, Italiano, hai fatto un film simile sul Medio Oriente?". Io ho risposo: "Perche' questo film racconta di un'idea piu' ampia di Medio Oriente che arriva fino al sud Italia, dove e' possibile ritrovare le stesse dinamiche sociali di colonialismo e sfruttamento tali e quali quelle che piu' abitualmente si riscontrano in Palestina, Libano, Siria, Iraq. Poi ci sono quelli che non lo vogliono ammettere. Ci sono quelli che in Italia guardano all'America e si sentono figli della cultura anglosassone, e' vero. Ma ci sono anche quelli a Beirut che si sentono Fenici e pensano di essere Occidentali. Le dinamiche sono molto simili. Meno le si ammettono e piu' saremo condannati a essere una colonia, anche noi in Italia". La signora sembrava sorpresa, ma poi non del tutto.
Ritorno in "subway", metropolitana. Le facce di New York sono incredibili. La mescolanza e l'imprevedibilita' del prossimo che ti si parera' dinnanzi non lasciano scampo. Una ragazza di colore, sulla vettura, ha cominciato ad arringare: "Sono afro-americana, sono una donna e in piu' sono anche musulmana. La discriminazione mi ha messo alle strette. Per favore aiutatemi" (ma il discorso e' durato qualche minuto). Nessuno le ha allungato nulla, mentre passava gentilmente chiedendo un contributo. Poi quando si e' seduta, quasi senza farsi notare, i vicini di seggiola le hanno allungato un biglietto da 1 dollaro sussurrando: "Tieni mia cara".
E non e' cosi' difficile qui trovare persone davvero incazzate. Gli stessi attivisti sono insospettabilmente combattivi. Sono, come dire, dei batteri cattivissimi che aggrediscono i denti dello squalo. Altrove stroncherebbero qualunque altra forma di vita. Qui possono solo sperare che il dente al quale sono attaccati non gli caschi in testa.