Ieri è stato il 63esimo anniversario della Liberazione d'Italia dal Nazifascismo. Per la prima volta da oltre 15 anni non ho festeggiato questa giornata a Milano, ma a Roma. Al di là che a Milano tutto sommato prima dimorassi, anche in questi ultimi anni avevo mantenuto l'usanza di ritornare là per celebrare l'anniversario, che là coincide esattamente con il giorno della liberazione di quella città. Anzi, esiste un quartiere di Milano, Niguarda, che non festeggia il 25 aprile, ma il 24 aprile, perché loro sostengono di essersi liberati un giorno prima autonomamente.
A Milano in questi ultimi anni le celebrazioni sono state spesso schizofreniche e aspro il confronto tra le varie sigle che hanno preteso di essere in piazza e anche verso coloro che vistosamente la piazza l'hanno disertata. Per esempio, la carica di sindaco, là ricoperta negli ultimi 15 anni da figure che dell'eredità del "25 aprile" certo non se ne fanno vanto. Tant'è che per quest'anno per la prima volta il sindaco della città, quest'anno Letizia Moratti, non ha preso parte alle celebrazioni.
Qui a Roma il problema non si è neanche posto. La carica di sindaco è al momento vacante, perciò perché mai dolersene? Alemanno in piazza? Mah.. Rutelli? Soprassediamo.
Tra i tanti volantini che ho raccolto ieri durante il corteo da Piramide a piazza Vittorio, uno a firma del "Partito di Alternativa Comunista" era titolato: "Il 25 aprile non è di tutti". Sottocapitoli: "Non è del governo delle destre che sta per nascere" (e infatti non sono in piazza), "non è dei partiti che hanno sostenuto il governo Prodi", "non è dei padroni".
Richiamare allo spirito del "25 aprile" è un atto nobile, a prescindere. E' qualcosa che appartiene alla nostra storia come Paese e anche a ciò che siamo noi ora: tutti. Negare la piazza a qualcun altro, già mi lascia più perplesso. Ritenere che in qualcuno o in molti lo spirito del "25 aprile" si sia smarrito è lecito e doveroso quando sussiste il fondato dubbio, vigilare che la ricorrenza non sia strumentalizzata da chi ne tradisce lo spirito è pur altrettanto giusto, ma spingersi a negare la piazza è quantomeno sospetto.
Ieri mi ha colpito qui a Roma la varietà dei soggetti in corteo (per non dire la frammentarietà o la reciproca estraneità). C'era una vecchietta partigiana di 90 anni, tenerissima, seduta sul pianale di un furgone, i piedi a penzoloni, posta proprio davanti alle casse del "sound system" (spero che fosse almeno un po' sorda, perché altrimenti lo sarà diventata), che con i piedi a mezz'aria teneva il tempo dei canti che le casse mandavano.
C'era la "Brigata ebraica" che nel proprio volantino sosteneva: "Per la difesa di Israele, unica democrazia nel Medio Oriente, contro le dittature e il terrorismo che la minacciano ancora oggi". Da scuotere la testa e allargare le braccia.
Poi c'era un altro vecchietto dell'ANPI che reggeva uno striscione ma intanto in una mano mostrava un piccolo foglio: "Dell'Utri, la Resistenza non si cancella: scemo!".
C'era poi la comunità palestinese (spesso salutata dalla voce dell'altoparlante) e quella curda (mai salutata dalla voce dell'altoparlante: perché?).
Appena partiti, in via Marmorata, quartiere Testaccio, cioè il popolo di Roma, una signora ha tirato un secchio d'acqua sul corteo dalla finestra. L'ho vista. Poi si è ribarricata dentro. E' pazzesco o no? Come si può odiare una cosa come il "25 aprile" che è popolare oppure non è, semplicemente?
All'altezza del Colosseo una turista, una vecchietta inglese con il nipote a spasso, con cappellino e inspiegabilmente senza ombrellino da sole, mi ha chiesto, biascicando le parole:
<<Do you speak english?>>.
<<Yes, I do>>.
<<What are they doing, all this people?>>, che fa tutta questa gente?.
<<It's the anniversary of the day of the liberation of Italy from fascism>>.
<<Ah, when Mussolini was killed>>, quando Mussolini è stato ammazzato.
<<Yes, more or less..>>, più o meno.
<<But it's shameful seeing all these red flags in Rome. Do you know that in the Soviet Union millions of people were sent and die in the detention camps of the regime?>>, ma è vergognoso vedere tutte queste bandiere rosse per Roma, non sapete che l'Unione Sovietica ha spedito a morire milioni di persone nei gulag?
<<Yes Madam, you are right, but here it's Italy, not Soviet Union. Nobody was sent to the detention camps. We had our way to Communism>>. sì signora, lei ha ragione, ma qui siamo in Italia, non nell'Unione Sovietica, nessuno è stato spedito nei gulag, noi abbiamo avuto la nostra via al Comunismo.
Al che il nipote alzando gli occhi se l'è presa sottobraccio:
<<Come grandma, we look at Colosseum now..>>, vieni nonna, andiamo a vedere il Colosseo.
Riprendo il corteo.
Ci sono gli Skineheads antifascisti: "Violenza e orgoglio contro il fascismo".
Al che, per poco non me ne andavo in cortocircuito e mi sono chiesto: ma dove sta lo spirito del "25 aprile"? C'è, lo sentivo ancora forte nell'aria, ma dov'è che stava? Solo per una questione logica, perché se c'è qualcuno titolato ad evocarlo lo spirito del "25 aprile" quello dovrebbe essere chi l'ha fatto il "25 aprile", mi sono dato un risposta, di comodo, ma tanto per avere un punto fermo. Lo spirito del "25 aprile" sta in quell'aggettivo: "scemo".
Sta cioè in quella dignità e in quella nobiltà d'animo che, onestamente, è andata smarrita un po' ovunque. E che sigle e siglette di chi il "25 aprile" non l'ha fatto oggi si ergano a paladini dello spirito del "25 aprile", affermando che il "25 aprile" non è di tutti, è triste. Certo, la frase è ovvia, si capisce quel che vuole dire: l'Italia sta perdendo quello spirito. C'è chi vorrebbe addirittura cancellare la giornata della Liberazione. Ma dove andiamo con questa logica della nicchia dura e pura? Innanzitutto che cos'è il "25 aprile"? Tutti lo sappiamo, aiutati dalle frasi e dagli slogan, gli stessi da 63 anni come è in fondo giusto che sia. Ma dietro le parole, cosa ci sta? Cosa ci sta nella nostra testa? Quanto distanti siamo da quello spirito di insurrezione popolare? Ribadisco: insurrezione popolare. Dove pesa tanto la parola "insurrezione", quanto la parola "popolare". Radicali e critici, concreti e incorruttibili, ma aperti. "Popolare" significa aperto. Un coro ieri diceva: "L'unico fascista buono è quello bastonato (adattamento "soft")", oppure: "Fascisti al muro vi fucileremo", ecco. Poi un altro signore timido se ne andava per il corteo con un piccolo cartello: "Combatti il fascista che è in te". Essere "popolare" significa saper parlare a tutti, che non significa dire la cosa più facile perché è quella che la gente si vuol sentir dire. Combattere il fascismo che c'è in noi non è una cosa facile, per niente. Ma il fascismo non è una malattia genetica ereditaria. E' una cultura. Pertanto non va combattuta sopprimendo gli esemplari nati malati, ma culturalmente. "Dell'Utri scemo!". C'è già tutto qui.
Credo che lo spirito del "25 aprile" sia tradito innanzitutto da coloro che l'hanno reso una questione di nicchia, un asserragliamento. Da coloro che vivono per confliggere piuttosto che confliggono per vivere.
Su quel "Dell'Utri scemo!", ieri ho pianto.