Lisca di pesce --- 23 - 10 - 2008 - BARI

La fatica di raccontarsi (anche a se stessi) talvolta assale quando ciò che si ha da raccontare tanto si allontana da ciò di cui si vorrebbe raccontare. E perciò può capitare che 2 settimane volino senza aver lasciato traccia sul diario di bordo. Eppure ne sono successe di cose.
E' stata dura lasciare Milano, perché soffiava un'aria leggera di distacco e legame al tempo stesso  irresistibile. Le cose troppo in fretta abbandonate così miracolosamente a portata di mano, come in un sogno che richiama dal passato ciò che ormai in quel passato si era disperso e lo rende così, afferrabile, concreto, in una sospensione temporale che ha un termine, come la sveglia, come una nuova partenza già fissata. E non c'è momento più dolce dell'abbandonarsi quando si ha di che ritornare sicuri e salvi da quell'abbandono. E così Milano, questa volta, leggera e passeggera. Con il lusso anche di commuoversi o di sentirsi grati, perché ormai lontani, distaccati.
Qualche giorno fa a Napoli. Quest'aria ultimativa che spira lungo quest'ultimo tratto di strada, di cose che possono accadere soltanto ora e poi mai, a Napoli si è portata via la moto, "l'alato cavallo metallico". Avrebbe dovuto percorrere gli ultimi metri fino qui a Bari e poi qui posteggiarsi sotto un albero di Eucalipto fino alla prossima bella stagione. E invece, nottetempo, qualcuno se l'è presa. Da davanti la casa abituale dove dimoro di solito di passaggio. Un vicolo del centro, gente ormai conosciuta, territorio saldamente nelle mani dei piccoli grandi "boss" del quartiere, massima fiducia, eppure..
Non sono del tutto convinto di averla persa per sempre, dopo 104mila km, dal febbraio 2001 a oggi. Aspetto che qualcosa accada, che qualcuno si faccia vivo. 
Intanto in questi giorni il diario di Bandit, "In diretta da una caserma turca", si è aggiornato, siamo già arrivati alla 6a puntata. Spero di incontrare presto Bandit in carne ed ossa, tra qualche settimana, quando sarò in Turchia e magari lui sarà fuori con una licenza.
Ma c'è un'altra storia che oggi vorrei raccontare. Anche in questo caso il nome del protagonista sarà di fantasia. Lo possiamo chiamare Ciro, o Pasquale, o Gennaro, o Salvatore, perché questi sono i nomi più in uso dove lui è cresciuto: a Napoli. Io lo chiamerò Totò. 
Totò passò un giorno dello scorso luglio per la casa dove di solito dimoro a Napoli, in zona San Domenico Maggiore. Io ero da solo, perché i veri inquilini erano tutti via, in vacanza, e mi avevano lasciato la casa. Avevo già incontrato Totò in precedenza. Quel giorno passò per un saluto agli inquilini della casa, ma non trovò nessuno, tranne me. Preparai un caffè e cominciammo a chiacchierare. Per un mese, in pratica, non abbiamo fatto altro. Oh beh, per la verità, abbiamo fatto anche altro, ma sempre all'interno di quella dialettica che vedeva lui come una guida, un Virgilio, all'interno di quel girone dantesco che è la Napoli di alcuni quartieri del centro (Forcella, Sanità) o la Napoli della 167 (Scampia, Secondigliano, don Guanella), dal nome della legge del 1962 a favore dell'edilizia popolare, zona poi presa d'assalto dai terremotati dell'Irpinia. Tanto per intenderci, la Napoli della Camorra.
Totò è il secondogenito ventenne di un camorrista periferico, cioè non un vero e proprio affiliato, ma un simpatizzante organico. Suo padre non ha mai avuto la stoffa per scalare le gerarchie, nemmeno i rapporti di sangue l'hanno mai particolarmente favorito, ma forse ancor prima di questo, è a lui che non è mai importato molto "scalare". E' una persona mite, modesta, ma leale, devota, incrollabile. E' perlopiù una questione identitaria, un fatto di appartenenza. Per quanto questo non gli impedisca di guardare al mondo con stupore, anche al diverso. Totò ha preso dal padre molte di queste caratteristiche. Il padre ora vive con la seconda moglie, più giovane, dalla quale ha avuto altre 2 figlie e la terza è in arrivo. Non ha mai perso il sorriso, anche se i soldi sempre scarseggiano e non ci sono entrate sicure. 
Totò invece abita con la madre e il fratello, con i quali non ha un grande rapporto. Perciò nonostante le sorelline e la matrigna e i soldi che non bastano mai, spesso si rifugia dal padre. Quando i suoi si separarono Totò non aveva ancora 10 anni. Il giudice impose al padre che versasse un fisso mensile per il sostentamento dei figli, ma il padre ebbe un'altra idea e si accordò perciò così con la sua ormai ex-moglie: <<E' inutile che ti pago un fisso tutti i mesi. Ti lascio il mio posto di lavoro, così il fisso mensile te lo garantisci tu da sola da qui a quando andrai in pensione>>. La ex-moglie, la madre di Totò, non battè ciglio, era un'ottima proposta. Perché a Napoli un posto fisso significa tanto quanto una vincita alla lotteria. E' un bacio della fortuna. E cedere il proprio posto fisso di lavoro a qualcun altro è come regalargli un castello. In tutte le altre parti del mondo quella proposta sarebbe considerata un'offesa. La ex-moglie, se la scena si fosse svolta chessò a Detroit, a Bordeaux, a Voghera, ma anche a Frosinone, avrebbe risposto qualcosa come: <<Ma vaffanculo! Io il lavoro me lo trovo da me e in aggiunta al mio stipendio tu mi versi il fisso mensile per i nostri figli!!>>. Ma qui siamo a Napoli, perciò alla ex-moglie, alla madre di Totò, non le sembrò vera questa proposta e la accettò senza pensarci due volte. Il giudice di fronte a tale accordo tra le parti, non ebbe niente da obbiettare.
Così Totò crebbe con la madre e con lo stipendio fisso della madre. La scuola non è mai stato il posto dove Totò abbia investito le sue energie. La licenza di scuola media in mano ce l'ha, ma solo perché quando a 15 anni i suoi professori stavano per rispedirlo per la terza volta a ripetere la seconda, a un di loro, riuniti in consiglio, venne una geniale idea: <<E se invece lo mandassimo direttamente a sostenere l'esame di terza la settimana prossima. Dai, chiudiamo tutti gli occhi per un istante e puff, dall'anno prossimo abbiamo un problema in meno..>>. E così fu. Lo chiamarono a casa: <<Totò, settimana prossima presentati per l'esame di terza media>>. Lui incredulo al telefono rispose: <<Ma come? Ma se quest'anno ho fatto la seconda (per la seconda volta)! E io che mi credevo che mi avreste bocciato anche quest'anno!!!>>. Così andò, Totò si presentò all'esame, firmò, non si sedette neanche, se ne tornò a casa e dopo qualche mese gli venne recapitato a casa il foglio con la licenza media. Alla fine tutti si sono tolti un peso, i professori e anche Totò. Ma, se vi capitasse di conoscere Totò, un giorno, e se vi scambiaste il numero di cellulare, non scrivete sms a Totò, perché li legge con fatica, poi si scoccia anche di scriverli, e in pratica non risponde mai e raramente li legge. Ah, e preferibilmente, se potete, con Totò parlate il napoletano.
La canzone preferita da Totò si chiama "Nu latitante", cantata da Tommy Riccio. Nel video un uomo, un camorrista, è costretto a darsi alla latitanza e la moglie e i figli, sull'uscio di casa, piangono la sua partenza. Questi sono i temi tipici dei cosiddetti "neomelodici", figliocci contemporanei di Mario Merola, un circuito discografico conosciuto e ascoltato soltanto a Napoli e nelle carceri italiane. Tutte le volte che Totò ascolta questa canzone si commuove.
Per Totò la Camorra è una questione di identità, di appartenenza. Non si è mai posto il problema se la Camorra è giusta o sbagliata, se la Camorra è contro il resto del mondo oppure è semplicemente una cosa come le altre. Non se l'è mai posto, perché è normale che la Camorra esista, è una cosa come le altre. C'è stato un prima e ci sarà un poi. C'è stato un tempo in cui la Camorra non esisteva e ci sarà un tempo in cui la Camorra non esisterà più, ma Totò non ci pensa a queste cose, perché lui è uno dei tanti "scugnizzi" che non hanno visto nascere la Camorra e verosimilmente non la vedranno nemmeno morire: <<L'altro giorno sono stato a vedere la partita del Napoli contro la Juventus in un bar a Casal di Principe. Oh, ma c'era l'esercito per la strada!! Noi non avevamo niente, ma la macchina era senza assicurazione, se ci fermavano ci avrebbero sequestrato la macchina!! Sarebbe stato un peccato, perché era stata una bellissima serata, 2 gol alla Juve, Hamsik e Lavezzi!!!>>. Così mi raccontava l'altro giorno. E quindi io: <<Ma tu cosa ne pensi? Questa volta fanno sul serio, li stanno prendendo tutti, eh?>>. E lui, come di fronte ad una storia avvincente: <<Wà, hai visto? Ne stanno prendendo tanti e stanno tutti "cantando">>, al che io: <<Ma sei preoccupato?>>. <<Chi, io? E quando mai.. Ti ricordi 3 anni fa a Scampia che hanno combinato? E poi? Fanno un po' di casino adesso, poi le cose si mettono sempre a posto>>. Insomma: "E lo Stato che fa? Si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità". Forse il ministro degli Interni, Roberto Maroni, sta calcando un po' la mano, lui è uno del Nord, certe cose non le capisce. Qualcuno presto gli farà capire come funzionano le cose. Ben 5 pentiti in poche settimane hanno cantato all'unisono il nome del sottosegretario all'economia del Governo, Nicola Cosentino. Ma che n'è seguito? Nulla. Cosentino nella zona di Casal di Principe, come si dice da queste parti, vince anche a "testa o croce", cioè ha in mano il consenso perché ha la fiducia e il mandato della Camorra. Qualcuno direbbe: "però è sottosegretario al Governo", ma sarebbe più giusto dire: "e infatti è sottosegretario al Governo". Lo stesso Governo di cui Maroni è ministro. Ma a tempo debito anche Maroni non avrà problemi a chiudere entrambi gli occhi, perché la sua Italia sta altrove, più a Nord, e se vive, vive perché ne esiste un'altra di Italia, in basso, sotterranea, nascosta. Qualcuno qui propone: "legalizziamo la Camorra, la costringiamo ad uscire allo scoperto". Sì, ma come si fa? La Camorra non è una parte dello Stato, la Camorra è un altro Stato a parte. Legalizzare la Camorra sarebbe come far sorgere uno Stato indipendente e secessionista in Afghanistan là dove regnano i Talebani. Sarebbe come se il "Triangolo sunnita" in Iraq diventasse uno Stato indipendente contrallato dall'insorgenza irachena. Oppure come se il Kosovo diventasse uno Stato indipendente nelle mani della mafia albanese: ecco, per esempio, qualche volta succede.
Ma a Totò tutte queste cose non passano nemmeno per la testa, il suo mondo è incantato, immutabile, incorruttibile rispetto ai propri valori. E' una certezza: a Napoli si vive con fatica,  ci sono sempre un sacco di guai, manca il lavoro, ma c'è anche la gioia, l'incoscenza, l'appartenenza, "na paranz'e cumpagni" e nient'altro di meglio c'è.
L'altro giorno siamo stati in una pizzeria a Forcella: <<Sono 10 anni che non mangiavo in una pizzeria!>>. Totò vive di baratto e con così sporadiche entrate che quella di sopravvivere per lui è davvero un'arte. Non gli manca nulla, tranne il futuro, ma anche per quello tutto si aggiusta, se la Madonna mi fa una grazia. Totò vive di "ambasciate". Porta i messaggi. Si prende uno sotto il braccio, se lo porta avanti di qualche metro e gli sussurra qualcosa nell'orecchio. In cambio questi gli pagherà un caffè, o un "sandwich". Non è un pesce piccolo Totò, è proprio una lisca di pesce, perché è magrissimo e la fame atavica napoletana sembra configurarsi nelle sue tempie scavate di ventenne. <<Ma possibile che non trovi il modo di mettere qualche soldo da parte?>>, gli chiesi un giorno. <<Sì, le proposte le ho avute, ho partecipato a qualche furto, ma non è roba per me, a me piace la vita tranquilla>>.
La sua vita è la sua fidanzatina. Ha un amore morboso verso di lei, è la cosa più cara che ha. Sembra che sia bellissima e giovanissima, ma nessuno l'ha mai vista, perché si frequentano poco e in qui pochi momenti hanno altro da fare. Totò non ha una casa e lei vive con i genitori ed il fratello. Allora basta un parco, oppure il Centro Direzionale, in mezzo ai grattacieli, che il fine settimana sono vuoti perché lì sta la "city" di Napoli, gli uffici di chi fa il "business". Da quelle parti c'è sempre una panchina dietro ad un'aiuola.
Totò, bene che vada, è un perdente. L'altro giorno, appena usciti dalla pizzeria a Forcella, fatti forse 10 passi, in un vicolo un energumeno, una sorta di tricheco antropomorfo, da sopra a un minuscolo motorino stava sfondando i vetri di un'automobile a colpi di casco. E' stata una scena impressionante, la furia, la rabbia, la ferocia. Tempo pochi secondi e sono partiti dei colpi. La gente, i passanti, hanno cominciato a correre all'impazzata. Io tra loro. Ho imboccato il portone aperto di un palazzo e ho cominciato a salire per la rampa delle scale a 3 scalini alla volta finché sono arrivato sulla terrazza. Totò invece si è buttato a tuffo tra le casse di un fruttivendolo per la strada, tra melanzane e caschi di banane. I colpi sono stati 4-5, nessuno a segno, nemmeno nessun passante ferito. Solo tanta paura. Per Totò è una cosa normale, ma fino ad un certo punto. <<Hai avuto paura?>>, gli ho chiesto. <<Chi, io? Mamma mia!>>. Ma tempo pochi minuti e il cuore di Totò già non batteva più forte, i caschi di banane e le melanzane sono state raccolte da terra, insieme a tutta l'altra verdura. I passanti hanno ripreso la camminata e le donne sedute lungo i vicoli hanno ripreso posto sulle sedie e hanno ripreso le loro chiacchiere. La spugna dello Stato stava lì, a terra, come tutte le altre volte in passato. Nessuno ci ha mai fatto caso, tanto meno oggi che non è servita nemmeno per lavare il sangue da terra.

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