Lessico familiare e lessico vaticano --- 01 - 01 - 2008 - DRESDA (GERMANIA)

Un buon 2008 a tutti coloro che hanno l'affetto, la pazienza e il lusso di sprecare il loro tempo leggendo questo piccolo diario di bordo. Ci auguriamo che sia un anno di pace e di riscoperta della dignità delle donne e degli uomini.
Le giornate trascorrono lente e veloci sulle sponde dell'Elba. Il ritmo delle giornate appare lento e però in un attimo sembrano essere volate via. Sto girando delle cose qui a Dresda, può darsi che ne farò qualcosa nelle prossime settimane.
In questi giorni sono avvenuti dei fatti tragici nel mondo. Innanzitutto l'assassinio di Benazir Bhutto. In questi giorni a cavallo del nuovo anno inoltre il Kenia sembra precipitare in una spirale di violenza senza fine in seguito alle elezioni che avrebbero riconsegnato la guida del Paese al presidente uscente Mwai Kibaki contestate dagli osservatori internazionali e dal candidato perdente Raiala Odinga.
Oggi, primo gennaio 2008, la Chiesa cattolica celebra la propria 41esima Giornata Mondiale della pace con il tema "Famiglia umana: comunità di pace". Ribadendo i contenuti già illustrati nelle settimane precedenti, papa Benedetto xvi ha affermato ieri sera durante l'omelia per il "Te Deum" di fine anno:
<<Il lessico familiare è un lessico di pace. Per questo non si deve mai perdere di vista quella “grammatica” che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole>>. Cito questo tra i tanti passaggi dell'omelia perché mi sembra quello più significativo.
Ammetto di essere stato tratto in inganno dal titolo dato alla Giornata. Ingenuamente, leggendo "famiglia umana", legato al concetto subito dopo espresso di "comunità di pace", ho pensato che ci si riferisse all'Umanità intesa come "grande famiglia dell'essere umano". Ingenuamente, perché invece Joseph Ratzinger intende indicare proprio quella famiglia tradizionale, comunemente identificata in un marito, una moglie e figli a piacimento.
Voglio ora riportare un passaggio dell'ultimo libro di Adriano Sofri, "Chi è il mio prossimo". In questo passaggio che ora riporterò si propone una lettura della celebre parabola del "buon Samaritano".
<<Il senso finale della storia è molteplice ma limpido: che il mio prossimo è colui che mi ha soccorso nel bisogno. Non possiamo dire che, me denudato, si sia messo nei miei panni: piuttosto, per sentire con me si è spogliato dei suoi, e così ha cessato di essere Samaritano e padrone di denari e di una cavalcatura per farsi, come me, "un uomo", un tale, un nudo uomo...>>.
Penso che il significato della lettura di ciò che Sofri vuole proporre in questo passaggio sia immediatamente chiaro a quanti abbiano mai avuto la sorte di camminare in un Paese in guerra o prostrato dal colonialismo, oppure in una periferia degradata o in un campo "rom". Creare una dinamica di comunicazione tra "noi privilegiati" e "loro sfruttati" o "loro derubati" ha dei percorsi spesso obbligati. Ricordo a margine, per altro, che anche nella parabola, l'uomo bisognoso di un aiuto è reduce dall'aggressione di alcuni "briganti". In qualche modo anche chi vive in un Paese in guerra o prostrato dal colonialismo, oppure in una periferia degradata o in un campo "rom" è vittima dell'aggressione di alcuni "briganti", già avvenuta o tuttora in corso, briganti che in quel caso siamo noi cittadini opulenti del mondo ricco. In ogni caso, questi percorsi obbligati di comunicazione tra "noi" e "loro" passano inesorabilmente attraverso gli abiti che portiamo. Illuminante è pertanto la lettura che Sofri propone: "per sentire con me si è spogliato dei suoi". In altre parole, il Samaritano si spoglia sì per dare una vestitura al povero uomo, ma soprattutto compie un gesto essenziale per poter sentire con lui: togliersi i propri abiti (o perlomeno così a noi piace pensare).
<<La Barca di Pietro è guidata da un Genio del Buono e del Bello che tutto valorizza. Grazie, Signore, per averci donato Papa Benedetto XVI, (...). Per Lui e per la Chiesa pregheremo senza sosta. E poi, solo da un Genio come Benedetto XVI poteva essere designato monsignor Guido Marini alla guida delle cerimonie liturgiche. (...) Dagli armadi impolverati del Vaticano, dove per pregiudizi ideologici e culturali erano incredibilmente finiti, monsignor Guido Marini ha cacciato e mostrato al mondo il piviale appartenuto al Beato Giovanni XXIII e la Mitria di Benedetto XV, (...). Davanti a tanta utile bellezza, chi ultimamente ha rivolto assurde, vergognose, ributtanti critiche al Motu Proprio sul rito tridentino perché nemico della Tradizione della Chiesa, abbia l'onestà intellettuale di ricredersi: errare è umano, perseverare diabolico. La Bellezza liturgica che nel rito tridentino trova la sua sublimazione e la sintesi, non è affatto nemica del Novus Ordo. Piuttosto, rinnegare la liturgia bene eseguita, solenne e gloriosa, si trasforma in volgare blasfemia. In San Pietro abbiamo assistito al trionfo del Bello che non è nemico del gusto. Dio è armonia e Bellezza, quindi ha bisogno di una liturgia alla sua altezza>>.
Non me ne voglia il sig. Bruno Volpe, se mi sono permesso di citare questo lungo e accalorato passaggio di un proprio articolo, ma restituisce bene il senso di ciò che andavo cercando di esprimere. Tanto più che papa Benedetto xvi non si è fermato "al piviale di Giovanni xxiii e alla mitria di Benedetto xv, ma ha ripristinato, sempre secondo tradizione", quella con la "T" maiuscola, "anche il trono papale a 7 gradini, ha indossato una casula ricamatagli in occasione dell’ottantesimo genetliaco e una mitria gemmata". "Infine ha impartito la benedizione "Urbi et Orbi" dalla loggia centrale della basilica vaticana con la croce papale, e cioè quella a tre bracci che risale a Leone xiii". "Ovviamente così come è da un paio di mesi a questa parte l'altare per la Messa del Papa avrà i 6 candelabri con la croce nel mezzo". Così riportano alcune cronache di questi giorni. Che aggiungono: "Insomma un chiaro ripristino della Tradizione voluto dal Santo Padre e operato in modo mirabile da monsignor Guido Marini. I due si intendono perfettamente nella questione liturgica".
Monsignor Guido Marini illustra di seguito la filosofia che guida le sue scelte diremmo scenografiche, dandoci un saggio sulle consuetudini comunicative che corrono nel "lessico vaticano":
<<Come il Papa cita nei suoi documenti i Pontefici che lo hanno preceduto, in modo da indicare la continuità del Magistero della Chiesa, così nell’ambito liturgico un Papa usa anche paramenti dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la stessa continuità anche nella "lex orandi">>.
Oggi la Chiesa cattolica celebra la propria 41esima Giornata Mondiale della pace parlando di "famiglia umana" e di "comunità di pace". "Loro", quelli che vivono in un Paese in guerra o prostrato dal colonialismo, oppure in una periferia degradata o in un campo "rom", i poveri uomini aggrediti dai briganti insomma, quelli di fronte ai quali il buon Samaritano per prima cosa si toglie il proprio mantello e solo come seconda cosa lo ripone sulle loro spalle (o perlomeno così a noi piace pensare), guardando alla televisione papa Benedetto xvi (sempre che abbiano avuto un televisore e il lusso di sprecare tempo a guardare il papa alla televisione), avranno colto perfettamente il messaggio che si voleva diffondere. L'avranno colto dal piviale, chissà, oppure dalla mitria gemmata, oppure ancora dal trono papale a 7 gradini, o infine dalla casula ricamatagli in occasione dell’ottantesimo genetliaco o dai 6 candelabri con la croce nel mezzo posti sull'altare, in un modo o nell'altro insomma, ma quel messaggio l'hanno colto forte e chiaro: "Un sacerdote lo vide e passò dall'altra parte. Anche un levitano lo vide e passò oltre". Entrambi però, prima di andarsene, hanno tenuto una Giornata Mondiale per la Pace e hanno affermato che "negare la famiglia fondata sul matrimonio è una minaccia per la pace". Per chi una famiglia ancora ce l'ha e non la deve piangere ormai sottoterra..

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