Last train home --- 24 ottobre 2007 - MILANO

Questa è una di quelle sere in cui converrebbe chiudere baracca e burattini e rintanarsi in qualche angolo remoto del pensiero al riparo da una malinconia pervadente. Oggi, tra le altre cose, si è arrivati a stabilire che le richieste delle rispettive case discografiche (e non degli autori, tengo a precisare) rispetto ai diritti sulle musiche non originali della colonna sonora di "Ist'imariyah" ammontano ad una cifra che oscilla intorno ai 24mila €. Questo significa per più motivi che questo documentario non sarà mai messo in vendita. I motivi sono essenzialmente uno pratico e uno etico. Quello pratico è che non esiste la possibilità di coprire tale spesa. Quello etico è che non è accettabile che un documentario indipendente costato 17mila € debba pagarne 24mila in diritti d'autore per essere messo a disposizione del pubblico che lo voglia acquistare.
L'impeto artistico di pretendere di raccontare con sottigliezza un rapporto culturale tra Italia e Medio Oriente anche attraverso le musiche di alcuni artisti delle due sponde, è una colpevole ingenuità, poiché un simile progetto non è realizzabile per una produzione indipendente. E' un po' tardi per accorgersene, dopo un anno di lavorazione e un altro anno di naftalina disorganizzativa. Ed è una di quelle botte che fanno imparare tante cose in un attimo.
Questa recente malinconia di questi ultimi giorni sulla quale questa cattiva notizia è venuta a cadere attutita e senza tonfo, oggi si è manifestata attraverso un pensiero un po' bizzarro che ora mi sta facendo riflettere. Mi sono trovato ad ascoltare un brano musicale che non ascoltavo da tempo:"Last train home" (1978), di Pat Metheny. Alimento cerebrale in questa giornata, la composizione jazzistica non prevede un testo (ma Pino Daniele nel 1995 in occasione di una tournè in duo, se non ricordo male, ci cantava sopra in italiano, ma chi se le ricorda le parole?). Perciò tutto ciò che dice il brano, lo fa attraverso il titolo. Un ritmo serrato delle spazzole sul rullante intercalate dai piatti della batteria chiamati charlestone aperti e chiusi con il pedale, imita il ritmo del treno che corre veloce e su questo si esprime l'arrangiamento dove risalta la chitarra vellutata del jazzista americano (ma che a nessuno venga in mente di utilizzare a gratis questo brano per un documentario, sono almeno 3mila €..)
Per anni perciò, quella musica e quel titolo mi avevano fatto immaginare una scena, un contesto: quello per cui trattenuto rocambolescamente in un posto remoto e lontano riesco (come sarà capitato un po' a tutti) a prendere l'ultimo treno per casa, magari proprio per un soffio, scampando a una notte che sopraggiunta mi avrebbe trovato sperduto e senza un posto dove riparare. In questa immaginazione attribuivo al posto remoto e lontano un significato avventuroso e quasi ostile, comunque alla fine prevalso dal desiderio di ritorno a casa. Oggi, all'improvviso, a distanza di anni, quella musica e quel titolo mi hanno ispirato un'altra immaginazione. Ci ho visto un posto lontano diventato ormai ospitale e accogliente, familiare. E il tentativo di rimandare il ritorno a casa fin che si può. E mi immagino con un piede sul predellino e l'altro ancora a terra, il treno che sta per partire, l'ultimo treno, quello che se non lo prendo tocca poi restare a dormire fuori casa. E il desiderio di ritorno a casa è forte, mi ha fatto consultare gli orari accuratamente e mi ha portato sul binario all'ultimo secondo rimasto pur di protrarre la mia presenza lì, in quel posto lontano. E lì, spaccato in questo attimo infinito di indecisione, con un piede sul predellino e l'altro a terra, sento che il posto che sto per lasciare, questo posto remoto e lontano, è un po' come se fosse diventato anch'esso casa mia e che, qualsiasi cosa io faccia, che resti o che parta, che salga con due piedi sul predellino o che riponga anche l'altro a terra, continuerò ad avere un luogo da rimpiangere, un posto per cui sentire nostalgia. E non c'è nostalgia più grande di quella di essere condannati per sempre a sentirsi al tempo stesso a casa e lontano da casa.

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