La storia ignominiosa presa tra 2 fuochi

Un giorno di 10 anni fa rimasi a riflettere a lungo su una frase attribuita a Honoré de Balzac. Questa frase non solo enuncia la differenza tra il racconto dei fatti passati riportato dai libri di Storia e il racconto reale che da quei fatti proviene. Questa frase è al tempo stesso una denuncia e un assunto filosofico. Denuncia nel senso che acquisisce come logica conseguenza del Potere (quello che sceglie i contenuti dei libri di Storia appunto) la rimozione delle vere cause racchiuse nei fatti, perché le responsabilità del Potere non vengano scoperte. L‘assunto filosofico, a beneficio soprattutto di tutti coloro che la Storia la provano a raccontare con spirito libero, è una sorta di accettazione epicurea di un dato di fatto: se volete scrivere libri di Storia, fatevi pennivendoli. Se volete raccontare la Storia così com‘è, limitatevi a raccontarla ai vostri parenti, ai vostri amici e occasionalmente a platee leggermente più ampie. Lo stesso Marco Polo raccontò il suo Milione a una sola persona, nel chiuso di una cella, Rustichello. E‘ lui che trascrisse quelle storie. Chissà quale storia abbia raccontato Balzac, chissà se lui sia stato vittima di censura e oblio, come li abbia aggirati nel caso, se abbia rinunciato talvolta a raccontare la verità per farsi più appetibile ai gusti correnti o se si sia semplicemente destreggiato tra i 2 opposti.
Questa comunque è la frase con cui si apre „Isti'mariyah - controvento tra Napoli e Baghdad":
<<Dovete sapere che ci sono due storie: quella ufficiale piena di menzogne, che insegnano a scuola, la storia ad usum delphini; e poi c'è la storia segreta, quella che contiene le vere cause degli avvenimenti, una storia ignominiosa>>.
Quando mi imbattei in queste righe ero al montaggio del documentario girato in Libano, Siria e Iraq. Avevo a che fare con „storie ignominiose", non v‘era dubbio. Storie di persone le cui ragioni non sarebbero mai interessate a nessuno e le cui azioni sarebbero interessate solo in chiave strumentale a seconda delle circostanze. Erano ragazzi che nell‘estate 2005 si recavano in Iraq a combattere contro l‘occupazione americana provenienti da Libano e Siria e altri paesi circostanti. Per questi ragazzi combattere contro l‘esercito americano significava rigettare la lettura politica della „guerra al terrore" di Bush, nuova pagina storica di colonialismo, ma al tempo stesso significava (almeno per quelli che ho avuto la fortuna di incontrare) anche combattere per aprire degli spazi di libertà in Medio Oriente, una volta abbattuto il dittatore di turno. Questo perché i due opposti, l‘occupazione e la dittatura, erano e sono in realtà 2 facce della stessa medaglia. Il nostro „ragazzo", quello attraverso la cui storia abbiamo voluto raccontare il fenomeno, alla fine, di ritorno dall‘esperienza in Iraq, rigetta anche la via militare come forma di lotta accorgendosi che è anche questa una soluzione effimera che riporta prima o poi, nel migliore dei casi, alle due possibilità di cui sopra: dittatura o occupazione (la padella e la brace).
Questa storia era ignominiosa e lo resta tale e quale 10 anni dopo. Questo lavoro già imposta una lettura ai dilemmi che oggi affliggono i siriani vittime di una guerra civile assurda. Una guerra che si doveva e si poteva evitare se tutti non avessero agito esattamente per ottenere i risultati attuali. Fingere di non averlo saputo non è solo criminale, è che non è proponibile. Perché „le vere cause degli avvenimenti" erano già sotto gli occhi di tutti da diverso tempo.
Lo era il cinismo americano e l‘arrendevolezza dei suoi partner, sotto i nostri occhi.
Lo era la carta straccia cui le Nazioni Unite hanno lasciato che si riducesse il diritto internazionale dopo un‘aggressione fuorilegge ad uno stato sovrano, l'Iraq, senza mandato e con il chiaro obiettivo di spogliarlo di ogni indipendenza e autonomia politica ed economica.
Lo era il mutato equilibrio mondiale che vede oggi Russia e Cina molto più impegnate nelle controversie internazionali.
Lo erano gli interessi strategici (vitali?) dell‘Iran in Siria.
Lo era la criminale inumanità del regime di Assad.
Lo era lo spietato e delirante neo-ottomanesimo di Erdogan.
Lo erano le aspirazioni catariote e saudite.
Lo era la rabbia cieca e integralista di una generazione perduta per colpe nostre, quella dei ragazzi dell‘Isis, quelli che tra dittatura e occupazione hanno scelto il fondamentalismo religioso (una scelta che pagheranno carissimo loro per primi, perché non è una scelta loro, è una scelta che altri hanno fatto di loro).
Tutto questo era già sotto i nostri occhi nel 2011. Cosa poteva scaturire se non una infame guerra civile destinata a non vedere una via di uscita credibile?
La scorsa settimana mi sono imbattuto in un articolaccio di uno dei tanti gruppuscoli che rifanno il verso a una delle parti in conflitto per sentirsi importanti (tanto il culo è al sicuro in Europa).
Purtroppo in questo articolo viene citato un amico che cita a sua volta un altro mio amico.
L‘articolo intende dimostrare qualcosa senza avere né strumenti analitici per dimostrare alcunché né tantomeno prove.
Questi 2 amici erano entrambi parte della spedizione che senza permessi e autorizzazioni nel luglio del 2005 attraversò la Siria per documentare quello che oggi ancora nessuno vuole vedere.
K. M., che vive in Italia, nei mesi della primavera 2011 contatta Hamed, un giornalista siriano, da sempre oppositore del regime, che in quel viaggio curò, diciamo, gli aspetti di sicurezza legati al nostro lavoro.
K. vuole farsi raccontare la situazione. Queste sono le parole di Hamed, riportate da K. sul suo blog e riprese dall‘articolaccio:
<<Per strada c'erano studenti, giovani, lavoratori, donne, giovani, adulti, famiglie. Movimenti di sinistra, un po' di fratelli musulmani, nazionalisti siriani... d'un colpo sono apparsi dal nulla i salafiti pieni di armi e di soldi e la situazione è degenerata.
Non si capisce più niente. Si muore come mosche da una parte e dall'altra. Le altre tendenze si sono ritrovate prese tra due fuochi.
Minacciati dallo stato e dai gruppi armati. In molte città si racconta che i gruppi del così detto Esercito Libero si sono comportati peggio del governo con torture, mutilazioni e uccisioni in pubblico di persone presentate come collaborazionisti.
(...) Qua se cade il governo in questo momento e in queste condizioni, quello che è successo in Iraq sembrerà alla fine una passeggiata rispetto a quello che rischia di succedere da noi>>.
Quella di Hamed è davvero una storia ignominiosa. Queste frasi, estrapolate nell‘articolaccio da una riflessione ben più ampia, messe così, gettano una luce fosca sulla cosidetta „rivoluzione" siriana ed è questa l‘intenzione dell‘autore dell‘articolaccio.
E certamente queste frasi sono vere, ho conosciuto Hamed, so che è uno spirto libero, che dice le cose come stanno, che vuole capire.
Tuttavia conosco Hamed anche come aspro oppositore del regime.
Hamed è morto successivamente a questa corrispondenza in seguito alle torture patite in un carcere siriano a causa della sua opposizione.
Ma l‘autore dell‘articolaccio, P. R., questo non lo riporta. Forse non lo sa. Ne dubito. Ad ogni modo ho provato a farglielo sapere. Nessuno mi ha risposto, tranne il suo datore di lavoro, A. A., farneticando e insultando (risparmio il carteggio) e soprattutto prevenendo che potessi continuare il dibattito (sia mai che i suoi fedelissimi lettori scoprissero un po' di contraddittorio una volta ogni tanto).
La vita di Hamed è la negazione stessa delle tesi dell‘autore. La storia ignominiosa di Hamed dimostra che c‘era gente contraria al regime, ce n‘era tanta e con ragioni sacrosante. Ma che presto è stata presa „tra 2 fuochi". E questi 2 fuochi stanno tuttora sparando oggi, 4 anni più tardi, con le armi o con le narrazioni tossiche di noi Europei pappagalli, che ci crediamo forti quando riportiamo l‘idea di chi ci protegge e non sappiamo elaborare un pensiero indipendente e nostro.
Io pure sto tra 2 fuochi. Certo, quelli delle narrazioni tossiche fanno molto meno male del fuoco vero delle armi.
Qualche settimana fa un oppositore siriano del regime, uno di quelli salvi in Europa che fanno carriera ripetendo formule e intossicando il libero giudizio di noi cittadini Europei (ma è anche colpa nostra che abbocchiamo) mi ha scritto queste righe, giustificando il perché non riteneva che la comunità siriana a Berlino fedele alla rivoluzione dovesse prendere parte alla proiezione di Isti‘mariyah che abbiamo organizzato per il decennale delle riprese:
<<Per dirti la verità ho paura ad invitare i miei amici perché la serata sarà usata contro le rivolte nel Medio Oriente e io sarò responsabile di aver invitato gli attivisti per una cosa contraria alle nostre iniziative. 10 anni fa il film ha mostrato tante cose che tanti attivisti politici europei non hanno capito. Quanto all‘oggi dico che ho paura che la stessa logica sarà usata contro la rivoluzione>>.
Questo stesso attivista, alcuni mesi fa, durante il dibattito successivo alla proiezione, intervenne giudicandolo „il miglior documentario mai visto sulla Siria". Qualche minuto dopo, in arabo, sottovoce, riprese un altro siriano che stava riferendo di atrocità commesse dal FSA (Free Syrian Army) con queste parole: „non c‘è bisogno di parlare di queste cose, gli Europei non capirebbero".
Purtroppo per lui ci sono Europei che capiscono benissimo, come avevano capito 10 anni fa. E anche Hamed aveva capito benissimo nella primavera di 4 anni fa. E forse anche molti altri hanno capito, quelli che però fanno finta di non capire. Quelli che recitano pagine di storia già scritte dall‘ideologia, che sia quella della Nazione, della Rivoluzione o quella di Dio.
Io so dove risiede la vera causa degli avvenimenti, quella che i libri di storia non racconteranno. Perciò maledico Assad, il suo regime e i suoi pennivendoli, soprattutto quelli europei. Maledico però al tempo stesso quelli che avrebbero potuto sostenere Hamed e le sue ragioni anziché la realpolitik del Golfo e le vie sbrigative della Turchia (supervisionate da Washington) e invece hanno lasciato che qualcuno lo riducesse ad apologeta del regime, cosa contro cui ha sempre lottato e contro cui ha dato la vita.

Michelangelo Severgnini
 
GUARDA QUI "ISTI'MARIYAH - CONTROVENTO TRA NAPOLI E BAGHDAD".

 

sviluppato dalla MFM - ottimizzato per una visione a 1024x768 su Mozilla Firefox