La rosa bianca è appassita --- 22 - 12 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

La rosa bianca è appassita. Non ce l'ha fatta a sopravvivere ai freddi di quest'inverno (e quest'inverno i freddi sono davvero freddi!!). Ma non importa. Tutte le cose belle anche quelle più belle hanno un tempo. "...e come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno come le rose...", visto che sto preparando il repertorio deandreiano per l'11 di gennaio. In realtà questa rosa ne ha vissuti 677 di giorni.. Nulla va perso, i tessuti appassiti di questa rosa cadranno lentamente nel terreno e ritorneranno ad essere sostanza per altre rose o altri fiori e chissà che questa stessa rosa non abbia nel frattempo lasciato un seme nel terreno perché possa un giorno sopravvivere a se stessa.
In una delle prime pagine di questo diario dacché sono qui a Istanbul citavo un passo del libro di Henry Laborit, "Elogio della fuga" che diceva: <<Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua
rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio>>.
Qualche settimana fa è passata la notizia dell'impresa fallita (ma ormai a pochi chilometri dalla riva) di Alex Bellini, che ha provato ad attraversare l'Oceano Pacifico dal Perù all'Australia a remi. Un'impresa folle. Ho conservato alcuni passi della sua intervista, in cui racconta le sue sensazioni all'indomani della sua resa a pochi chilometri dalla costa australiana:
<<Questa volta cosa ha imparato?
"Che esistono situazioni ingovernabili. Che ci sono cose che vanno come devono andare e tu non puoi fare altro che accettarle. Ecco: il mare ti insegna a fare i conti con la tua impotenza. Pensate al vento o alla corrente quando vi spingono nella direzione opposta a quella che volevate: con chi ve la volete prendere?"
Lei con chi se l'è presa?
"Ho pianto, all'inizio me la sono presa con Dio, col vento, col cielo. Ho fatto cose senza senso. Ho sputato nel mare, per offenderlo. Poi piano piano ho capito".
E cosa ha fatto?
"Niente. Ho accettato quello che succedeva senza fare niente. Ho preso atto della mia impotenza e nei momenti peggiori mi sono ritirato in cabina a pensare a mia moglie a leggere libri e a sentire musica">>.
Voglio fare mie queste parole. Quello che potevo fare l'ho fatto. E scoprire i miei limiti sento che mi fa bene, perché mi delimita, mi autentica. Io sono questa cosa qui.
Sempre nel libro citato, quella frase poi continua: <<La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio>>.
Bene. Adesso è proprio una fuga in piena regola, da tutto. Dalle nebbie della tempesta.
Ora andiamocene di buona lena verso le "rive sconosciute", sospinti dai venti della tempesta che abbiamo lasciato alle spalle, perché già molto tempo prezioso abbiamo perso. Anzi, mi scuso con i malcapitati che si sono avventurati in queste ultime pagine tediandosi delle mie calamità. Da oggi si ricomincia. La rosa bianca è appassita.

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