Oggi è stato il giorno di Natale. Qui perduto tra le sponde dell'Elba tra atei e protestanti ho avvertito sopitamente l'impatto commerciale che questa festa in maniera nauseabonda porta ormai con sé, soprattutto nel mio Paese, l'Italia. Se Natale significa "speranza", per chi crede si ricorda la nascita del piccolo Gesù. Chi non crede non può comunque non tornare a riflettere sull'origine pagana della festa, quando si intendeva festeggiare a qualche giorno dal solsitizio d'inverno la vittoria della luce sulle tenebre, il sole che torna a espandersi lungo la durata del giorno. Si coglie quindi il significato di "speranza" proprio in questo aver fiducia che una primavera tornerà, che i tepori della bella stagione prima o poi torneranno.
In questi giorni la parola "speranza" è per me legata al passaggio televisivo de "La memoria ha un costo", documentario che ho avuto il privilegio di girare per l'agenzia H24 e trasmesso nei giorni scorsi da LA7 e MTV. Il privilegio sta tutto nell'aver avuto l'occasione di incontrare e conoscere persone straordinarie catapultate in una lotta impari tra la sofferenza e l'impegno, impari perché di fronte alla tragedia di un proprio caro ucciso dalla Mafia non c'è persona che possa essere preparata. Eppure esistono persone che hanno reagito e hanno trasformato, appunto, la sofferenza in impegno.
Il privilegio sta anche nell'essere stato un semplice strumento, nell'ombra, senza alcun merito, lo dico con estrema convinzione. Essere stato la persona incaricata di raccogliere queste storie straordinarie e essere a mia volta investito dal coraggio e dalla dignità di queste persone è stato, ripeto, il mio privilegio. Aver raccontato la profondità e la forza di queste persone non è un merito, ma è un piccolo compito per il quale non ho potuto far altro che fare del mio meglio. Il resto è solo realtà, persone vere, con tutta la loro umanità e la loro consapevolezza del significato che il loro stesso esistere porta con sé, che appaiono così come sono perché non sono finzione.
Non posso dimenticare una frase di Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, agente della scorta del magistrato Giovanni Falcone, morto a Capaci il 23 maggio 1992, lei napoletana verace che ha deciso di continuare a vivere e crescere i suoi 2 figli in Sicilia: "La mia presenza a Palermo deve dire tutto, anche se non apro bocca". Veramente non esiste in questi casi altro sentimento che la gratitudine per una persona che sa raccogliere e portare avanti con coraggio il significato che una privata tragedia viene ad assumere per un Paese intero.
La mafia è una guerra. Una guerra della quale tutti noi dovremmo consapevolmente ammettere di esserne vittime. Anche l'angolo più remoto e sperduto d'Italia non può fingere di non esserne coinvolto semplicemente perché non ne è direttamente colpito. Nel Sud d'Italia c'è una guerra. Una guerra che ha fatto 2.650 morti negli ultimi 10 anni. Ed è così miserevole quella società che non si sente coinvolta soltanto perché il Sud sembra lontano e ormai già condannato. E' una guerra perché tutti quei morti non sarebbero stati, certo, se milioni di persone non si stessero ribellando attraverso un insoppresso tentativo di liberazione in un conflitto che deflagra al di là delle cosiddette "morti eccellenti" e investe pesantemente e in primo luogo la società. La mafia non è una fatalità, né una vocazione: è un conflitto in corso nel nostro Paese. E la parte più significativa di questo immenso privilegio è stata proprio testimoniare la mobilitazione di tutte queste persone.
La mafia è inoltre una delle peggiori guerre, perché fa vittime senza apparire come una guerra dichiarata, affiorando occasionalmente all'attenzione dei media di fronte, appunto, a "morti eccellenti", e complicemente scomparendo subito dopo nell'indifferenza del pubblico televisivo. Una guerra i cui presunti rivali non osano dichiararsi veramente guerra perché mantenersi vivi reciprocamente potrebbe essere una via d'uscita per entrambi. E mentre da un lato lo Stato, dall'altra le organizzazioni mafiose, si tengono aperta questa via d'uscita, sono le persone comuni a vedere la propria esistenza schiacciata e soffocata e non di rado a perdere la vita.
"Loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi", è una frase che don Luigi Ciotti e gli attivisti di Libera spesso vanno ripetendo. Esseri vivi significa anche chiamare le cose con il proprio nome e costringere gli attori in campo, quelli manifesti e quelli occulti, a dichiarare se stessi e assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. La gente è stanca delle zone d'ombra nelle stanze dei palazzi. La mafia è una guerra e come in tutte le guerre la gente ne chiede la fine. Ma non ci sarà fine finché questa stessa guerra sarà motivo di sopravvivenza per entrambi i soggetti in guerra, finché Mafia e Stato trarranno benefici da una dialettica di contrapposizione solo a parole. La sopravvivenza dell'uno oggi (o forse sempre) dipende dalla sopravvivenza dell'altro e viceversa. E chiamare le cose con il loro nome nella storia italiana significa ammettere che non ci sarebbe stata unità d'Italia senza il sostegno (e quindi il consenso) della Mafia, non ci sarebbe stata la leggendaria storiografia sui "Mille" senza il decisivo e occulto contributo della Mafia e della massoneria. E significa anche ammettere che non sono mai avvenuti sbarchi liberatori in Sicilia senza il sostegno (e quindi il consenso) della Mafia, né lo sbarco dei Mille, né l'"operazione Husky" in cui sbarcarono gli Americani che avrebbero poi liberato l'Italia dal Fascismo riconoscendo però di fatto la Mafia come soggetto politico se non anche militare. E che la "strategia della tensione", ovvero sia la politica colonialista americana durante la Guerra Fredda in Italia, si è realizzata grazie anche al sostegno (quindi con il consenso) della Mafia (in prima linea anche la notte del 7 dicembre 1970 ad un passo dal colpo di Stato guidato da Junio Valerio Borghese). Significa ammettere che la Repubblica Italiana per quella che è oggi è nata il primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra, dove la libera espressione della società è stata soppressa su ordine americano attraverso il duplice intervento di ex-repubblichini della X Mas e della Mafia in uno spaventoso imbuto storico.
La fine della Mafia significa pertanto la fine di questo Stato. Ebbene, la gente che ho incontrato non aspetta altro. Gli Italiani chiedono un Paese diverso in cui vivere, un Paese in cui liberamente esprimere se stessi, dove in caso contrario quello Stato si chiamerebbe "dittatura". La mia libertà residua sta nel chiamare le cose con il loro nome, ma non può bastare.
Un Paese nuovo all'orizzonte è come il sole che si riprende la sua rivincita sulle tenebre: questo è ciò che vorremmo, questa è la nostra Speranza.