Ieri pomeriggio c'è stata la proiezione di "...e il Tigri placido scorre... - istantanee dalla Baghdad occupata" all'Università delle Belle Arti "Mimar Sinan" a Beşiktaş qui a Istanbul, all'interno di un corso sperimentale di Sociologia Visuale condotto da Özhan, in fondo un ambiente molto simile a quello dove a Milano 7 anni fa era cominciata l'attività di "documentarista". Gli studenti che partecipano al corso non sono che poco più di una decina, ma sono molto agguerriti. Mentre il film scorreva, con la lingua araba raschiosa e musicale dei protagonisti e i sottotitoli in Turco, ho avuto un attimo di smarrimento: mi sono chiesto cos'è che mi abbia spinto a fare un lavoro su questo argomento e in questo stile. Voglio dire, dove ho trovato gli stimoli e le risorse per fare un lavoro che ieri poteva anche sembrare perfettamente inserito nel contesto, ma io, perlomeno, un po' meno...?
Non è facile trovare una risposta, ma qualche indizio c'è. Per esempio mi ha molto impressionato come questi studenti, nelle domande al termine della proeizione, siano andati dritti alla questione, quella stessa questione che in Italia mi ha emarginato nel mio lavoro (perlomeno nelle stanze dei palazzi) e che qui invece riscuote evidentemente successo.
Ma per addentrarci nella "questione", vorrei partire dall'opera di uno dei più famosi fotografi viventi, esaminata all'interno di questo corso proprio nella lezione precedente, la cui preparazione avevo avuto modo di seguire e di discutere insieme a Özhan nei giorni scorsi a casa.
Il fotografo in questione è James Nachtwey e in particolare gli studenti avevano visto il documentari girato su di lui "War photographer", fotografo di guerra. Ecco alcuni passi della filosofia del nostro:
"La guerra c'è sempre stata (...), e c'è solo una piccola speranza per credere che cesserà di esistere in futuro. Da quando l'uomo ha sviluppato la sua civilizzazione, anche i suoi mezzi di distruzione dei suoi simili sono diventati sempre più efficienti, crudeli e devastanti". Certo, il punto è proprio questo, di giustificare il pane, è la seconda preoccupazione di tutte le persone del mondo, la prima è quella di procurarsi quel pane e la seconda, appunto, giustificare persso la comunità dei propri simili il modo in cui ce lo si è procurato.
"La forza della fotografia sta nella capacità di evocare un senso di umanità. Se la guerra è un tentativo di negare l'umanità, allora la fotografia può essere considerata l'opposto della guerra e se ben usata può essere un potente ingrediente come antidoto alla guerra". Vedremo meglio in seguito.
"La cosa peggiore è pensare che io in qualità di fotografo benefici della tragedia di qualcun altro. Questa idea mi terrorizza. Il solo modo in cui posso giustificare il mio ruolo è quello di avere rispetto per l'imbarazzo delle altre persone. Nella misura in cui la mia presenza è accettata da quelle persone, io accetto me stesso tra loro e il lavoro che faccio". Ma non conosce il significato della parola "ingenuità"? Che è proprio il grimaldello con cui il mondo anglosassone ha colonizzato il mondo moderno, vendendo alcohol e fucili arrugginiti a gente ingenua in cambio di oro, terre e altre ricchezze. E lui forse non vende il suo falso rendersi intermediario incassando fama e denaro?
Ma di perle ce ne sono altre. Infatti:
"La gente mi accetta perché sanno che io porto il loro messaggio al resto del mondo". Ma quando mai? Che farabutto! Quelle persone, sopravvissute in un contesto di guerra, sono private del loro diritto di avere un "computer" in casa e di scrivere un "blog" e di raccontare loro stessi quello che succede e quindi di mandare loro stessi il loro messaggio al mondo.
Non è facile trovare una risposta, ma qualche indizio c'è. Per esempio mi ha molto impressionato come questi studenti, nelle domande al termine della proeizione, siano andati dritti alla questione, quella stessa questione che in Italia mi ha emarginato nel mio lavoro (perlomeno nelle stanze dei palazzi) e che qui invece riscuote evidentemente successo.
Ma per addentrarci nella "questione", vorrei partire dall'opera di uno dei più famosi fotografi viventi, esaminata all'interno di questo corso proprio nella lezione precedente, la cui preparazione avevo avuto modo di seguire e di discutere insieme a Özhan nei giorni scorsi a casa.
Il fotografo in questione è James Nachtwey e in particolare gli studenti avevano visto il documentari girato su di lui "War photographer", fotografo di guerra. Ecco alcuni passi della filosofia del nostro:
"La guerra c'è sempre stata (...), e c'è solo una piccola speranza per credere che cesserà di esistere in futuro. Da quando l'uomo ha sviluppato la sua civilizzazione, anche i suoi mezzi di distruzione dei suoi simili sono diventati sempre più efficienti, crudeli e devastanti". Certo, il punto è proprio questo, di giustificare il pane, è la seconda preoccupazione di tutte le persone del mondo, la prima è quella di procurarsi quel pane e la seconda, appunto, giustificare persso la comunità dei propri simili il modo in cui ce lo si è procurato.
"La forza della fotografia sta nella capacità di evocare un senso di umanità. Se la guerra è un tentativo di negare l'umanità, allora la fotografia può essere considerata l'opposto della guerra e se ben usata può essere un potente ingrediente come antidoto alla guerra". Vedremo meglio in seguito.
"La cosa peggiore è pensare che io in qualità di fotografo benefici della tragedia di qualcun altro. Questa idea mi terrorizza. Il solo modo in cui posso giustificare il mio ruolo è quello di avere rispetto per l'imbarazzo delle altre persone. Nella misura in cui la mia presenza è accettata da quelle persone, io accetto me stesso tra loro e il lavoro che faccio". Ma non conosce il significato della parola "ingenuità"? Che è proprio il grimaldello con cui il mondo anglosassone ha colonizzato il mondo moderno, vendendo alcohol e fucili arrugginiti a gente ingenua in cambio di oro, terre e altre ricchezze. E lui forse non vende il suo falso rendersi intermediario incassando fama e denaro?
Ma di perle ce ne sono altre. Infatti:
"La gente mi accetta perché sanno che io porto il loro messaggio al resto del mondo". Ma quando mai? Che farabutto! Quelle persone, sopravvissute in un contesto di guerra, sono private del loro diritto di avere un "computer" in casa e di scrivere un "blog" e di raccontare loro stessi quello che succede e quindi di mandare loro stessi il loro messaggio al mondo.
Quindi, Mr. Nachtwey, lei si appropria di un diritto espropriato a quelle persone e con quello diventa famoso e fa soldi. E come può essere sicuro che il mandato sia chiaro, ossia che davvero quelle persone la incarichino consapevolmente di traferire il loro messaggio al mondo? Come potrei chiamare il suo approccio in altro modo se non "sciacallaggio"?
Spunti ce ne sono tantissimi, ma con grande sollievo ho sentito nelle parole degli studenti di Istanbul, ieri, la stessa analisi e lo stesso malessere che anch'io ho provato di fronte a queste frasi nei giorni scorsi mentre a casa Özhan preparava la lezione.
Quindi le domande che ieri gli studenti mi hanno rivolto, agguerrite e per niente comode: <<Ma quella musica che hai messo all'inizio, mi ha dato molto fastidio, non c'entrava niente, era volgare>>.
Risposta: <<Sì, era proprio l'effetto che stavo cercando, è come quando si cerca di sintonizzarsi sul canale radiofonico e all'inizio ci sono delle interferenze. Era un po' anche come dire: bene, questo è il "background" che la parola "Iraq" evoca nel mondo occidentale, che è una volgarizzazione di ciò che invece l'Iraq veramente è. C'era bisogno quindi di una distonia iniziale, come se fossero le porte per entrare in un'altra dimensione, ossia l'Iraq che io ho visto e che è lontano da quello che le televisioni occidentali hanno raccontato. Era come dire: questo è ciò che avete visto finora: dimenticatelo e entriamo insieme in un'altra dimensione>>.
Altra domanda: <<Non ti sei sentito vittima dell'Orientalismo? Non hai avuto paura di correre questo rischio?>>, dove per Orientalismo si intende quella malattia occidentale di dipingere per stereotipi tutto ciò che sta a est di Istanbul o forse di Trieste, come magistralmente spiegato in, appunto, "Orientalismo" di Edward Said, una bibbia.
Risposta: <<Mah, se ho patito questa malattia lo dovete dire voi. Io posso solo dire su cosa ho fatto leva per non cadere negli stereotipi. Ho cercato cioè di ascoltare la mia identità fino in fondo, un'identità che mi fa essere un individuo mediterraneo e pertanto molto più simile alla gente mediorientale di quel che si pensi. Adesso la propaganda in Italia ci vuole dipingere come un Paese occidentale e atlantico, ma è semplicemente falso, lo capite da voi, l'Italia è bagnata dal Mar Mediterraneo, non dall'Oceano Atlantico. Imporsi un'identità fasulla ci condanna solo a nuove schiavitù>>.
Altra domanda: <<Pensi che la Baghdad che tu hai descritto sia la vera Baghdad?>>.
Risposta: <<Non lo so e non mi importa di saperlo. Mi interessa essere stato solo sincero e onesto con le sensazioni che io ho provato. Forse ho visto le persone più per quello che erano i loro desideri che non per quello che era la loro vita presente allora. Forse è più un documentario su una Baghdad per come era ancora possibile immaginarla allora che non per quello che veramente Baghdad era nel luglio 2004>>.
Altra domanda: <<Cosa ti ha spinto a fare questo lavoro?>>.
Risposta: <<Mi ha spinto il fatto che a quei tempi l'allora ministro degli Esteri italiano, che è lo stesso di oggi, diceva che i soldati italiani erano in Iraq a proteggere la gente e che sarebbero rimasti finché gli Iracheni ce lo avrebbero chiesto. Però io non ho mai sentito un Iracheno parlare, non ho mai sentito la sua voce. Mi è sembrata strana questa cosa. Ho avuto la fortuna e la possibilità di andare a Baghdad nel luglio 2004, ho quindi pensato di far parlare gli Iracheni in modo che finalmente non fossero pesci in un acquario che muovono solo la bocca, ma che fosse possibile ascoltare la loro voce e i loro pensieri>>.
Altra domanda: <<Come è stato accolto questo lavoro in Italia?>>.
<<Questo documentario in circa 4 anni è stato proiettato in Italia spontaneamente circa 200 volte in università, centri culturali, eventi e festival. Ogni volta ha riscosso l'approvazione delle persone che l'hanno visto. Però nessuna speranza di farlo passare nei canali ufficiali. Non solo le televisioni, che sarebbe quasi comprensibile, visto il Paese che l'Italia è oggi. Ma anche i cosiddetti organi di informazione di sinistra l'hanno emarginato. Tutti i direttori dei principali giornali e riviste di sinistra l'hanno visto e l'hanno lasciato nel cassetto perché secondo loro questo non è il vero Iraq. Sì, si suppone che loro fossero contro la guerra in Iraq, ma qui la questione non è politica, è culturale, antropologica. L'Orinetalismo colpisce tanto a destra come a sinistra. Un direttore di un famoso quotidiano comunista in Italia mi ha anche chiesto dopo che gli ho raccontato la scena iniziale del film: "e poi che succede, gli elicotteri hanno sparato sulla gente che si battezzava nel Tigri?". Capito? Voleva il sangue... Ma anche l'ONG che l'ha parzialmente finanziato ha annullato la promozione del film, perché nel titolo c'è la definizione "Baghdad occupata" e siccome loro ricevono fondi dall'Unione Europea, in presenza di una risoluzione ONU che legittima la presenza di truppe straniere in Iraq, la parola "occupazione" è secondo loro una valutazione politica e loro non fanno politica. Io gli ho risposto: "Non è una mia valutazione politica, ma è la traduzione in Italiano della parola 'htilal', ripetuta qualche decina di volte nel documentario dagli Iracheni e che significa appunto occupazione". Non è politica, è solo rispetto per il loro pensiero. Però, tant'è, anche per loro il documentario è rimasto nel cassetto>>, questi studenti con gli occhi sgranati, immaginatevi se qui in Turchia si possano impantanare su queste cose, gente che anche nelle cose peggiori sa perlomeno parlare "pane al pane e vino al vino".
Ma la cosa che abbiamo concluso insieme (e per me questo fa sì che sia stato un orgoglio essere stato insieme a questi ragazzi) è che i civili nei conflitti non sono "vittime", sì, lo sono anche, qualche volta, spesso, ma non è lo status di "vittima" che li nobilita. Per l'Occidente sembra che i civili nei conflitti acquistino una legittimità ad esistere e quindi ad essere presi in considerazione solo quando sono "vittime", numeri, quanti morti, quanti feriti, quanti sfollati, quanti profughi. Al contrario ogni persona è protagonista della sua storia e pertanto deve giocare un ruolo attivo anche e soprattutto nei conflitti in cui è coinvolta come cittadino, come civile. Nessun sciacallaggio, non c'è nessun messaggio di cui farsi tramite in questo mestiere, possiamo tutt'al più trasmettere le nostre sensazioni e con la nostra presenza mettere una spalla al fianco a chi cerca di difendere la propria dignità dalla violenza e dalle manipolazioni. E la guerra, come ogni cattiva abitudine umana, può scomparire. E tante altre cose, che un giorno forse fioriranno nei lavori di questi promessi documentaristi turchi...
Spunti ce ne sono tantissimi, ma con grande sollievo ho sentito nelle parole degli studenti di Istanbul, ieri, la stessa analisi e lo stesso malessere che anch'io ho provato di fronte a queste frasi nei giorni scorsi mentre a casa Özhan preparava la lezione.
Quindi le domande che ieri gli studenti mi hanno rivolto, agguerrite e per niente comode: <<Ma quella musica che hai messo all'inizio, mi ha dato molto fastidio, non c'entrava niente, era volgare>>.
Risposta: <<Sì, era proprio l'effetto che stavo cercando, è come quando si cerca di sintonizzarsi sul canale radiofonico e all'inizio ci sono delle interferenze. Era un po' anche come dire: bene, questo è il "background" che la parola "Iraq" evoca nel mondo occidentale, che è una volgarizzazione di ciò che invece l'Iraq veramente è. C'era bisogno quindi di una distonia iniziale, come se fossero le porte per entrare in un'altra dimensione, ossia l'Iraq che io ho visto e che è lontano da quello che le televisioni occidentali hanno raccontato. Era come dire: questo è ciò che avete visto finora: dimenticatelo e entriamo insieme in un'altra dimensione>>.
Altra domanda: <<Non ti sei sentito vittima dell'Orientalismo? Non hai avuto paura di correre questo rischio?>>, dove per Orientalismo si intende quella malattia occidentale di dipingere per stereotipi tutto ciò che sta a est di Istanbul o forse di Trieste, come magistralmente spiegato in, appunto, "Orientalismo" di Edward Said, una bibbia.
Risposta: <<Mah, se ho patito questa malattia lo dovete dire voi. Io posso solo dire su cosa ho fatto leva per non cadere negli stereotipi. Ho cercato cioè di ascoltare la mia identità fino in fondo, un'identità che mi fa essere un individuo mediterraneo e pertanto molto più simile alla gente mediorientale di quel che si pensi. Adesso la propaganda in Italia ci vuole dipingere come un Paese occidentale e atlantico, ma è semplicemente falso, lo capite da voi, l'Italia è bagnata dal Mar Mediterraneo, non dall'Oceano Atlantico. Imporsi un'identità fasulla ci condanna solo a nuove schiavitù>>.
Altra domanda: <<Pensi che la Baghdad che tu hai descritto sia la vera Baghdad?>>.
Risposta: <<Non lo so e non mi importa di saperlo. Mi interessa essere stato solo sincero e onesto con le sensazioni che io ho provato. Forse ho visto le persone più per quello che erano i loro desideri che non per quello che era la loro vita presente allora. Forse è più un documentario su una Baghdad per come era ancora possibile immaginarla allora che non per quello che veramente Baghdad era nel luglio 2004>>.
Altra domanda: <<Cosa ti ha spinto a fare questo lavoro?>>.
Risposta: <<Mi ha spinto il fatto che a quei tempi l'allora ministro degli Esteri italiano, che è lo stesso di oggi, diceva che i soldati italiani erano in Iraq a proteggere la gente e che sarebbero rimasti finché gli Iracheni ce lo avrebbero chiesto. Però io non ho mai sentito un Iracheno parlare, non ho mai sentito la sua voce. Mi è sembrata strana questa cosa. Ho avuto la fortuna e la possibilità di andare a Baghdad nel luglio 2004, ho quindi pensato di far parlare gli Iracheni in modo che finalmente non fossero pesci in un acquario che muovono solo la bocca, ma che fosse possibile ascoltare la loro voce e i loro pensieri>>.
Altra domanda: <<Come è stato accolto questo lavoro in Italia?>>.
<<Questo documentario in circa 4 anni è stato proiettato in Italia spontaneamente circa 200 volte in università, centri culturali, eventi e festival. Ogni volta ha riscosso l'approvazione delle persone che l'hanno visto. Però nessuna speranza di farlo passare nei canali ufficiali. Non solo le televisioni, che sarebbe quasi comprensibile, visto il Paese che l'Italia è oggi. Ma anche i cosiddetti organi di informazione di sinistra l'hanno emarginato. Tutti i direttori dei principali giornali e riviste di sinistra l'hanno visto e l'hanno lasciato nel cassetto perché secondo loro questo non è il vero Iraq. Sì, si suppone che loro fossero contro la guerra in Iraq, ma qui la questione non è politica, è culturale, antropologica. L'Orinetalismo colpisce tanto a destra come a sinistra. Un direttore di un famoso quotidiano comunista in Italia mi ha anche chiesto dopo che gli ho raccontato la scena iniziale del film: "e poi che succede, gli elicotteri hanno sparato sulla gente che si battezzava nel Tigri?". Capito? Voleva il sangue... Ma anche l'ONG che l'ha parzialmente finanziato ha annullato la promozione del film, perché nel titolo c'è la definizione "Baghdad occupata" e siccome loro ricevono fondi dall'Unione Europea, in presenza di una risoluzione ONU che legittima la presenza di truppe straniere in Iraq, la parola "occupazione" è secondo loro una valutazione politica e loro non fanno politica. Io gli ho risposto: "Non è una mia valutazione politica, ma è la traduzione in Italiano della parola 'htilal', ripetuta qualche decina di volte nel documentario dagli Iracheni e che significa appunto occupazione". Non è politica, è solo rispetto per il loro pensiero. Però, tant'è, anche per loro il documentario è rimasto nel cassetto>>, questi studenti con gli occhi sgranati, immaginatevi se qui in Turchia si possano impantanare su queste cose, gente che anche nelle cose peggiori sa perlomeno parlare "pane al pane e vino al vino".
Ma la cosa che abbiamo concluso insieme (e per me questo fa sì che sia stato un orgoglio essere stato insieme a questi ragazzi) è che i civili nei conflitti non sono "vittime", sì, lo sono anche, qualche volta, spesso, ma non è lo status di "vittima" che li nobilita. Per l'Occidente sembra che i civili nei conflitti acquistino una legittimità ad esistere e quindi ad essere presi in considerazione solo quando sono "vittime", numeri, quanti morti, quanti feriti, quanti sfollati, quanti profughi. Al contrario ogni persona è protagonista della sua storia e pertanto deve giocare un ruolo attivo anche e soprattutto nei conflitti in cui è coinvolta come cittadino, come civile. Nessun sciacallaggio, non c'è nessun messaggio di cui farsi tramite in questo mestiere, possiamo tutt'al più trasmettere le nostre sensazioni e con la nostra presenza mettere una spalla al fianco a chi cerca di difendere la propria dignità dalla violenza e dalle manipolazioni. E la guerra, come ogni cattiva abitudine umana, può scomparire. E tante altre cose, che un giorno forse fioriranno nei lavori di questi promessi documentaristi turchi...