Il ponte della Ghisolfa --- 29 - 02 - 2008 - ROMA

Adi ha 16 anni. E’ un ragazzino romeno. Ha lasciato il suo Paese quando ne aveva 14. Adi è il più piccolo di 3 fratelli. In Italia ci è venuto con i suoi 2 fratelli più grandi maggiorenni. Adi è rom. La sua famiglia in Romania è sempre stata povera. Il padre ha lavorato tutta la vita in una miniera di carbone. Ha lasciato la sua salute in quella miniera eppure è sempre riuscito ad essere un padre affettuoso e premuroso. Almeno questo è il ricordo che Adi porta con sé del padre. La loro casa in Romania è poco più che una catapecchia, in mezzo alla campagna, ma è pur sempre una casa, perché in Romania, anche se gli italiani perlopiù lo ignorano, la quasi totalità dei rom è sedentaria. Gli allacci per luce e acqua all’inizio però non c’erano, li hanno messi qualche hanno fa con i primi soldi fatti in Italia dal fratello più grande. Il padre non lavora più da qualche anno, per via della salute compromessa.
Adi fino a un paio di mesi fa viveva sotto un ponte. La sua storia si potrebbe chiamare: “Adi e i suoi fratelli”. Sì perché il ponte sotto il quale fino a un paio di mesi fa dormiva era il ponte della Ghisolfa a Milano, lo stesso che ha ispirato l’omonima e celebre raccolta di racconti di Giovanni Testori pubblicata nel 1958 da cui poi Luchino Visconti vi ha tratto il celebre film appunto “Rocco e i suoi fratelli”. Questo film racconta della durezza dell’emigrazione. Rocco e i suoi fratelli venivano dalla Lucania. Nei pressi del ponte della Ghisolfa (così chiamato dai milanesi quello che in realtà è il cavalcavia Bacula) generazioni di meridionali hanno cercato la prima sistemazione non appena sbarcati alla stazione centrale dei treni di Milano.
Adi e i suoi fratelli non sono arrivati in treno a Milano. Ci sono arrivati con un furgone, adibito a taxi collettivo sulla rotta Romania-Milano. Nei primi giorni del dicembre scorso, dopo 2 anni in Italia a fare l’elemosina, ha deciso di tornare nel suo Paese. Adi aveva imparato in fretta a farsi capire nella lingua italiana. Ma a lui un lavoro non lo volevano dare, perché oltre che clandestino, oltre che romeno, era anche minorenne. I suoi fratelli invece hanno trovato un lavoro presso una cooperativa edile che in inverno li chiama 10 giorni al mese e loro così riescono a mettere insieme la miseria di 3-400 € al mese, perciò di pagare un affitto proprio non se ne parla. Un fratello di Adi è rimasto in Italia a Milano, perché qui si è portato la moglie e la figlia più piccola (anche loro dormivano sotto il ponte), mentre gli altri 3 figli più grandi (nipoti di Adi) sono rimasti in Romania con la nonna (mamma di Adi) per poter andare a scuola nel loro Paese d’origine. Ma adesso non dormono più sotto il ponte, perché a dicembre sono arrivate le ruspe e hanno eretto un muro per non poter più accedere al sottoponte, non prima però di aver distrutto le baracche di chi fino a quel momento sotto quel ponte ci dormiva, contendendo il fango a una colonia di topi, a pochi metri dalle rotaie del treno, Ferrovie dello Stato, tratta Milano-Torino.
L’altro fratello di Adi è tornato con lui in Romania, ma forse in primavera, quando ci sarà più lavoro, tornerà in Italia. In ogni caso la Romania adesso fa parte dell’Unione Europea e fare avanti e indietro è diventato un po’ più semplice. I poliziotti ungheresi e quelli austriaci non fanno più dannare l’anima ogni volta che ci si presenta alla frontiera. Quelli italiani non si vedono neanche più, la frontiera tra Italia e Austria si è semplicemente volatilizzata, non esiste più.
Un giorno del novembre scorso, sotto il ponte, Adi mi sorprese con una considerazione:
<<Però è strano che alcuni attori americani siano neri…>>.
Io raccolsi: <<In che senso? Perché ti sembra strano?>>.
<<Beh, gli americani sono bianchi come noi, però ci sono anche dei neri>>.
<<Beh, non è poi così strano, è dovuto alla tratta degli schiavi…>>.
<<La tratta di cosa?>>, chiese lui un po’ spaesato.
<<La tratta degli schiavi, Adi. Lo sai, no? Le compagnie britanniche nei secoli scorsi hanno rapito i neri dall’Africa e li hanno portati in America perché lavorassero come schiavi..>>.
<<No! Davvero? Non lo sapevo…>>.
<<E anche i bianchi americani non sono di lì. Sono europei: inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, italiani e altri che nei secoli scorsi hanno conquistato l’America e lì sono emigrati dall’Europa, esattamente come tu hai fatto dalla Romania per venire qui in Italia. Adesso tu vivi sotto un ponte, ma magari i tuoi figli saranno italiani e magari saranno loro degli attori famosi, italiani però..>>.
Adi mi guardò stralunato.. Io adottai a pretesto questo episodio per fargli coraggio, cosa che facevo spesso in quei giorni di pioggia fitta sotto il ponte.
Adi ai primi di dicembre scorso è salito su un furgone (uno delle migliaia) e se n’è ritornato in Romania.
<<Perché se non ho niente qua e non ho niente là, almeno là faccio il Natale con la mia famiglia. Ma credo che poi in Italia non tornerò. La vita è troppo dura qui e adesso sembra che tutti gli italiani ce l’hanno con i romeni. Guarda, noi vivevamo sotto il ponte, non davamo fastidio a nessuno. Adesso ci hanno mandato le ruspe, ci hanno distrutto le baracche e non abbiamo più neanche un posto dove dormire>>.
Forse il figlio di Adi non sarà un famoso attore italiano. Già.. Comincio a dubitarlo.
Adi e i suoi fratelli (e la cognata e la nipotina) sono protagonisti di un film-documentario dal titolo “La grande paura?” che sarà trasmesso su RAI3 domenica 2 marzo alle 21.30. Loro non sono gli unici protagonisti. Delle scene che io ho girato ci sarà anche Ionut, con cui ho effettuato il viaggio Milano-Craiova-Milano sui famosi furgoni e autobus della speranza.
Accanto a queste scene da me girate ce ne saranno altre, che racconteranno la paura degli italiani sotto l’effetto stordente delle campagne allarmistiche. Ci saranno anche delle immagini di un blitz della Polizia che, montate in un determinato modo, faranno sembrare i rom della cascina di Bareggiate come gente che segrega e tortura i propri ragazzini per poi mandarli a rubare davanti alla stazione centrale di Milano. Quando le vedrete, se vi faranno questo effetto, non credeteci: sono solo il risultato della coerenza con i propri pregiudizi che ha spinto gli autori (cioè coloro che firmano il film-documentario) Mauro Parissone e Roberto Burchielli a vedere ciò che non esiste.

sviluppato dalla MFM - ottimizzato per una visione a 1024x768 su Mozilla Firefox