Il cieco ubriaco --- 25 - 12 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

Ieri sera, la "vigilia", l'ho trascorsa insieme a Clémence, un'amica francese, e altri ragazzi africani che vivono qui in attesa di trovare il modo giusto per superare il confine con la Grecia ed entrare nei confini di Schengen. Intanto possono passare anni, vari tentativi falliti e per qualcuno c'è anche la morte. Siamo stati in un locale dove si ritrovano gli africani che vivono qui, clandestini. Ci sarà modo comunque di parlare di queste comunità di transito africane di Istanbul.
Mentre tornavamo verso casa (Clémence si è offerta di ospitarmi sul suo divano questa notte, a casa nostra ormai fa troppo freddo) qualcosa di incredibile è successo, una di quelle cose magiche che sembra che solo qui a Istanbul possano accadere. Quasi un sogno, quasi una parabola. Sulla nostra strada, in un vicolo nei pressi di Galata, un cieco ubriaco cercava di ritornare a casa. A stento si reggeva in piedi, con il suo bastoncino cercava eventuali pericoli, puntualmente inciampava e finiva a terra. L'abbiamo raggiunto e Clémence che parla perfettamente Turco gli ha chiesto se lo potessimo aiutare. All'inizio è stato molto felice di essere aiutato, noi 2 lo sorreggevamo per le braccia e lui più o meno cercava di capire da che parte fosse la sua casa. Non si ricordava l'indirizzo, quindi difficile capire su che base prendesse una direzione anziché un'altra. Finché giunti davanti a un palazzo si è staccato da noi, ci ha ringraziati e ci ha raccomandati ad Allah, ha fatto gli scalini fino al portone, ma una volta lì, tastando, si è accorto che non era quella casa sua. Però non ci ha richiamati. E' sceso di nuovo in strada e si è rimesso a barcollare, a inciampare e a cadere. Clémence e io siamo tornati indietro e ci siamo offerti di accompagnarlo ancora, se si era sbagliato, comunque aveva ancora bisogno del nostro aiuto. Ma a questo punto il cieco ubriaco ha cominciato a prenderci a brutte parole. Il suo orgoglio si è impossessato di lui e non poteva ammettere di essersi sbagliato. Ci spingeva via, era frustrato e arrabbiato con noi che eravamo testimoni della sua impotenza. Ogni volta che inciampava e cadeva sembrava che il dolore fisico lo rendesse felice. Era come se tracciasse un confine con quel dolore: "io sto di qua, voi state di là".
Che fare? Clémence e io ci siamo guardati negli occhi, poi ci siamo detti: <<Vabbeh, se non vuole il nostro aiuto, lasciamolo brancolare per la città. Non sarà la prima volta. E' un uomo maturo (45 anni?), se se l'è cavata finora, se la caverà anche questa volta>>. Insomma, il suo atteggiamento è stato convincente e ce ne siamo andati. Però abbiamo fatto tutto il tragitto verso casa (5 minuti) parlando del cieco ubriaco. Una volta davanti al portone di casa, ci siamo riguardati negli occhi e Clémence ha detto: <<Miche, non possiamo lasciarlo da solo in quelle condizioni nel cuore della notte, torniamo indietro! Altrimenti stanotte non potrò dormire pensando a quell'uomo>>. Siamo corsi indietro e finalmente lo abbiamo ritrovato. Stava seduto per terra, piangendo, ormai sconsolato e arreso, incastrato tra una macchina parcheggiata e l'altra. Proprio le auto in sosta gli avevano cambiato il paesaggio e non riconosceva più il posto: <<Non so più dov'è casa mia...>>, diceva e piangeva. Proprio in quel momento si è affacciata una signora da una finestra e ci ha detto: <<Lo conosco, abita là in fondo alla strada, al numero 43>>. L'abbiamo sollevato di nuovo (questa volta non ci insultava più né ci respingeva) e l'abbiamo accompagnato fin sull'uscio. In effetti assomigliava molto all'ingresso del palazzo di prima. Casa sua era quindi a 50 metri da dove l'abbiamo trovato mentre piangeva con la testa fra le mani. Ha rifatto i pochi scalini fino al portone mentre io lo reggevo per la giacca da dietro, ha tastato la porta e si è messo a ridere. Poi ci ha pregato di salire per un thé, in perfetta usanza turca, nonostante fossero le 3 di notte. Ma non era il caso. Appena ha citofonato si è accesa una luce, noi già ci stavamo allontanando, un ragazzo ha aperto la porta e se l'è trascinato dentro. Noi siamo tornati a casa. Io ho pensato molto al cieco ubriaco che non vuole essere aiutato sulla strada verso casa. Quasi un sogno, quasi una parabola. Sono crollato sul divano, finalmente al caldo (almeno per una notte), ho pensato tante cose, ma non ho detto niente.

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