Dichiarazione di voto: tra la società post-ideologica e la sibilla cumana

Cinque anni fa, per le scorse elezioni per il Parlamento italiano, scrissi su questo blog una riflessione che mi permisi di chiamare "Piccolo saggio sull'Italia umiliata al voto". Tante cose sono successe da allora. Innanzitutto nel frattempo ho lasciato il mio Paese proprio per l'ondata di torbido che se ne impossessò, ho trascorso più di 2 anni ad Istanbul in una sorta di esilio volontario. Nel frattempo poi sono rientrato in Italia e da 2 anni vivo a Napoli, una città difficile che questa crisi monetaria e sociale la paga in prima linea. Ed io nondimeno in prima linea mi sono messo.

 

LO RIPETO 5 ANNI DOPO
Non so se l'Italia uscirà umiliata dal voto anche questa volta. Stando ai parametri indicati nel piccolo saggio di cui sopra, il risultato non dovrebbe essere diverso nella sostanza, tuttavia va ammesso che questa volta, 5 anni dopo, perlomeno un cambiamento è sul tavolo, è possibile, di questo si è parlato in campagna elettorale e non di rom che rubano bambini o delle baionette nascoste sulle Alpi e altre amenità. Cambiamento nel Paese, che non è detto necessariamente sia un cambiamento in meglio, ma francamente il panorama e il dibattito politico italiano erano talmente stantii che è diventato un valore in sé ed una necessità lo stesso cambiare. A prescindere.
Nel piccolo saggio facevo una proposta che se non proprio nel programma, però è senz'altro nel dibattito proposto da una delle liste candidate alle elezioni oggi, 5 anni dopo. La mia proposta erano i sabati referendari. La lista candidata a queste elezioni che ne dibatte è il Movimento 5 Stelle. Facevo anche altre proposte nello specifico, che vi invito a leggere.
In altre parole, senza entrare ora nel merito dell'esperienza M5S, trovo una sovrapposizione tra quello che vorrei e quello che questa lista elettorale coltiva: il superamento della forma "partito". Penso che il concetto di partito sia un retaggio o, per essere meno severi, un derivato dell'istituzione del Parlamento. Il Parlamento, in tutte le repubbliche di tutti i tempi e latitudini, è quel luogo dove una stretta minoranza di persone delegate da tutte le altre discutono e decidono delle sorti di tutta la comunità o Paese (nel migliore dei casi, ma perlomeno questa è la definizione). Il Parlamento è il cuore pulsante della democrazia. Con la "d" minuscola. Perché è il cuore pulsante della democrazia elettiva o rappresentativa, la più alta forma di democrazia mai concepita nel corso della storia dell'uomo. Che poi è falso. Ma la Democrazia con la D maiuscola è uno stato difficilmente riproducibile, ma certamente perfettibili sono i meccanismi fin qui escogitati dall'umanità.

 

 

DEMOCRAZIA E SIMILI
Per le convinzioni che ho espresso e motivato nel piccolo saggio, io non credo nella democrazia occidentale, quella appunto rappresentativa. Non mi sento tutelato nei miei diritti e non vedo alcuna ragione perché io debba delegare il mio diritto/potere decisionale a persone sconosciute che per 5 anni avranno il potere (illegittimo) di disporre del mio mandato nel modo più disparato e arbitrario che gli piaccia. Credo nelle esperienze di democrazia diretta, di piccoli gruppi di persone che si riuniscono e decidono di se stessi. Credo nel metodo del consenso. Credo nella politica promossa da cittadini consapevoli, coinvolti e protagonisti e non comparse incolonnate sulle vie tracciate dai partiti. 
La forma repubblicana, nella storia moderna continentale, si è affermata come superamento di monarchie e imperi. Le masse, fatte da persone di punto in bianco definite cittadini, di colpo sono state ammesse a decidere delle sorti del loro Paese. Non erano più sudditi, diventavano titolari diretti del "loro" Paese. Ma partecipare alle sorti del Paese era possibile soltanto attraverso una forma, per quanto nobile nelle intenzioni, di rappresentanza. Per motivi logistici evidenti. A ragione di questa rappresentanza la necessità che i cittadini si riunissero in formazioni che difendessero gli interessi di classi di alcuni di loro o che semplicemente riassumessero al meglio la filosofia del cittadino alla ricerca di una rappresentanza. I partiti sono nati per assolvere a questa funzione, raccogliere e convogliare il consenso. Ora, la democrazia rappresentativa è questo. Una risposta, la migliore possibile allora, a un problema di confluenza della volontà generale. La migliore possibile allora, al tempo in cui in Europa monarchie e imperi sono caduti. Ora quella risposta non basta più. O, per meglio dire, ora quella risposta è superata. Lo dico senza timore di apparire come un fanatico delle nuove tecnologie. Al contrario, viviamo una società fatta di contenitori spesso vuoti e di media spesso senza significati da veicolare. Ma per questa volta almeno penso che ci si potrebbe servire della tecnologia senza idolatrarla ma usandola per raggiungere un'utopia tecnicamente già oggi a portata di mano. Attraverso una campagna a tappeto di alfabetizzazione informatica della cittadinanza con consegna di relativo equipaggiamento, si potrebbe fare in modo che i cittadini di un Paese partecipino direttamente a tutte le decisioni che li riguardano. In Islanda è già stato fatto per la stesura della nuova costituzione. Semplicemente.

 

 

LA SOCIETA' POST-IDEOLOGICA
Allora mi chiedo ingenuamente (non è ingenua la domanda, è ingenuo porla): perché sottoporsi al supplizio di entrare in un gabbiotto per apporre una "X" (non a caso rimasta quella dai tempi delle prime elezioni al tempo in cui buona parte della cittadinanza era analfabeta ed una "X" era l'unico tratto di penna su carta che era lecito chiedere)? Perché un cittadino dovrebbe appoggiare il programma di persone che non conosce e con cui non ha mai parlato affidandogli per 5 anni la possibilità non di mettere in pratica questo o quel programma, ma sostanzialmente di farsi i cavoli loro a tutto vantaggio loro e dei loro parenti? 
Certo, la cosiddetta "questione morale" rende tutto solo molto più evidente (e urgente). Ma è una questione di sistema. Abolizione del Parlamento, conseguente abolizione dei partiti e istituzione di sabati referendari telematici estesi a tutta la cittadinanza. Questo è ciò che vorrei. Questa, allo stato attuale, è la migliore risposta al problema di come amministrare la società. E l'unica che mi darebbe, calibrata e rodata, la sensazione di partecipare alle sorti del mio Paese.
Ci sono molte persone, a partire da veri e propri santoni dell'opposizione (proverbialmente agguerrita in Italia...), molte anche tra quelle con cui ho condiviso il mio percorso sociale e politico, che aborrono la società post-ideologica e il venire a mancare della figura del partito-famiglia, del partito-casa, del partito-papà e anche un po' mamma. Criticabile, rifondabile, perdonabile, ma pur sempre il partito. Io al contrario non mi sento affatto orfano. E' da moltissimo tempo ormai che ho smesso di credere al partito, per quanto fulminea sia stata la mia stagione da elettore. Ma adesso credo proprio che i partiti si dovrebbero dissolvere, è una necessità. Non solo nel momento in cui verrebbe meno la loro funzione parlamentare, ma perché è una forma di partecipazione superata e devo dire non affatto garanzia di democrazia. Vorrei che la politica dei cittadini si esprimesse attraverso singole e mirate campagne. Questa è la forma più efficiente e ragionevole di partecipazione politica. Dimmi di cosa stiamo discutendo: acqua pubblica, strade da asfaltare, linee ferroviarie da costruire, tasse da riscuotere, eventi da organizzare, qualsiasi cosa, su tutto si possono aprire campagne. In una campagna è richiesta una sola cosa: l'adesione alla campagna stessa. Poi su altre cose si può essere in disaccordo. Su ciascuna campagna, presa una ad una, si può trovare un consenso pragmaticamente e ragionevolmente operativo. E lo si vota. Da casa. Ognuno.
Non occorrono apparati, commissioni, partiti, programmi. Non ci sono soldi da spendere, una volta raggiunta l'alfabetizzazione telematica degli Italiani. Tante campagne propongono altrettanti quesiti sui quali il cittadino può direttamente intervenire, prendendo parte, sostenendole, modificandole, integrandole, votandole. Io, da parte mia, del resto ho sempre fatto politica solo così. Mi sono sempre occupato di campagne. C'è una questione, un gruppo di persone, un obiettivo comune, una lotta comune, un impegno comune: questo basta, questo è tutto ciò che mi interessa. Raramente infatti s'è visto poi un voto comune al termine di queste campagne e lotte, un referendum cioè, ma quasi sempre scelte illegittime di persone corrotte imposte sulle nostre teste.
Alla fine, a pensarci, si tratterebbe di ripristinare la democrazia diretta di Atene, perfezionata dall'inclusione di tutte le classi sociali ovviamente. Oggi l'agorà può essere la rete, laddove altre forme di aggregazione e discussione non siano possibili per ragioni logistiche.

 

 

RIVOLUZIONE CIVILE
Cinque anni fa, nel piccolo saggio, avevo confessato il mio voto a Rifondazione Comunista alle politiche del 1996, l'ultima volta in cui abbia preso parte alla farsa delle elezioni. Ma quella non era stata la prima volta in cui abbia votato. Feci in tempo infatti a votare alle politiche del 1994, quelle della famosa discesa in campo di Berlusconi. In quell'occasione votai La Rete, un piccolo partito nato pochi prima e interprete dell'onda di mobilitazioni cittadine seguite alle stragi di Capaci e via d'Amelio, quando l'Italia sembrava un comune Paese del Medio Oriente dove i giudici, i magistrati e gli avversari di qualsiasi natura si eliminano con esplosioni al tritolo in pieno giorno. Il piccolo partito poi non ebbe grande fortuna. 
In questi ultimi mesi è nata una nuova formazione politica nello scenario italiano che mi ricorda quell'esperienza, pur con tutti i distinguo legati alla diversa stagione politica e alle forze che la sostengono. Allora, nel 1994, come poi nel 1996, non avevo ancora messo a fuoco le riflessioni che poi mi hanno sospinto verso il non-voto, questo lo avrei fatto nel 1999 durante i bombardamenti sulla Jugoslavia e poi più profondamente nel 2001 dopo il G8 a Genova e dopo il viaggio nella Cabilia algerina al fianco del Movimento degli Aarch. Però quanto poco mi riconosca oggi nell'esperienza di Rivoluzione Civile, non può essere paragonato alla fiducia che nutrivo, al netto della mia svolta astensionista, allora nel 1994 per La Rete. Si potrebbe anche negare un filo diretto tra le due esperienze, ma a me pare il contrario. Rivoluzione Civile già mi sembra un nome nostalgico, quasi vintage, quella che si sarebbe dovuta fare nel 1992 e non si è fatta e che oggi in questa riproposizione appare come una parodia. Non so dire se quel movimento, che come un fiume carsico è apparso in prima linea o è confluito all'occorrenza in altre esperienze in questi ultimi 19 anni, si sia nel frattempo anche deteriorato. Certo, nel 1994 avevo 20 anni e l'Italia nel suo complesso la conoscevo molto meno di adesso, sia geograficamente che, diremmo, socialmente. Forse adesso mi è più facile vedere cose che allora non vedevo. Sarà pure che da 2 anni vivo a Napoli, una città amministrata da uno degli esponenti di spicco a livello nazionale di quel movimento che ha dato vita al partito Rivoluzione Civile e quindi ne ho sperimentato da vicino la natura. Che poi questa formazione è anche il risultato del confluire di altre esperienze già spazzate via alle scorse elezioni del 2008 o comunque che erano in gran difficoltà ultimamente. E già questo non è un bel segno. 
Però c'è un profilo specifico che gli riconosco che va oltre questa scelta di radunare il gregge disperso dell'ex sinistra parlamentare non allineata italiana. Ed è questo profilo che non mi rappresenta proprio. E non è per la scelta del magistrato Antonio Ingroia di sospendere la propria professione di figura dello Stato contro la Mafia per diventare provvisoriamente cittadino qualunque e partecipare alla competizione elettorale come candidato premier (anche). Non è perché non si è dimesso dalla Magistratura con una scelta decisa e definitiva, ma si è lasciato aperta la possibilità di tornare a quella professione (seppur in forme diverse e con minor responsabilità) una volta terminata l'esperienza politica (questo sarà pure un buon argomento spendibile per i suoi detrattori tra cui l'accanito Berlusconi suo acerrimo nemico per quisquilie di giustizia, ma nel concreto non cambia la sostanza). Questo movimento non mi rappresenta più perché è l'esposizione di un ossimoro, candidamente italiano. Se c'è uno più uguale degli altri, che ha televisioni, giornali, squadre sportive, banche, assicurazioni e quant'altro e riesce a farla franca grazie al suo potere, al controllo del Parlamento, alla manipolazione del consenso e rende quella italiana una democrazia morente, il magistrato con le mani legate che fa? Osteggiato e umiliato nel suo lavoro e senz'altro anche ferito nell'orgoglio, getta la toga a terra e scende nell'agone politico. Come a dire: "visto che ho le mani legate e la toga mi ingombra un po', mi alleggerisco e gliela faccio vedere io adesso". Mah.. Perché l'altro assioma assurdo di questo Paese è che la magistratura non sia in grado di assolvere il proprio compito fino in fondo perché segreto di Stato e leggi "ad personam" garantiscono taluni e mandano alla rovina tutti gli altri. Pertanto, non i cittadini, ma i magistrati scendono (o salgono, fate voi) in politica. E' per così dire, quella dei magistrati che diventano politici, una sorta di anomalia italiana, sì, però di reazione all'anomalia Berlusconi, mi si dice. A patrocinare le conseguenze di questo assioma sarebbe la scelta compiuta dal giudice Giovanni Falcone nell'ultimo anno prima del suo assassinio, quando lasciò gli incarichi in magistratura per "avvicinarsi" alle stanze del potere, ossia per collaborare con l'allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, nella speranza che fosse la politica a fornire ulteriori strumenti per la lotta alla Mafia (dato che in magistratura la spinta data dal maxi-processo si era già dispersa ad arte). E lì Giovanni Falcone è caduto. 
Questa sarebbe la prova che questa è la strada giusta. Così come era successo prima per Pio La Torre, politico che si era prodigato a fornire i "mezzi giusti" nella lotta alla Mafia, come l'introduzione del reato di associazione mafiosa e la confisca da parte dello Stato dei beni dei mafiosi, disegno di legge approvato dopo il suo assassinio (1982) e legge a lui poi intitolata. Forse che Ingroia con la sua candidatura vuole dirci che politici come Pio La Torre ahimè non ce ne sono più?
Posto che Falcone non si è mai candidato a premier né a nessun'altra carica politica (che già è una bella differenza, non solo ma lo stesso Falcone criticava "coloro che fanno politica con il sistema giudiziario", rivolto allora a Leoluca Orlando guarda caso oggi ancora presente in Rivoluzione Civile), ma è la mossa che è infruttifera, allora come ahimè credo oggi. Mi si insegna che la Mafia prospera quando lo Stato latita, che magistratura e forze dell'ordine non possono nulla se lo Stato non offre gli strumenti per combattere la battaglia contro la Mafia ad armi pari. A parte che l'attuale e prossimo a fine mandato presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, gran lupo di mare della politica italiana, comunista sovietico negli anni 50-60-70-80, poi socialdemocratico atlantico da lì in poi, si concede il lusso di imporre la distruzione di intercettazioni telefoniche in cui lui starebbe parlando della trattativa tra Stato e Mafia (ah, allora c'è una trattativa di cui parlare!!). Ma cos'è questo Stato Italiano??!? Non sono i magistrati che devono fare un passo al centro, sono i politici-sentinella (quelli che tutto sanno e tutto nascondono) che devono essere costretti a fare quattro passi fuori dal palazzo. Non ci serve un potere che ne combatte un altro, anzi non se ne può più di presunte battaglie all'arma bianca che durano 20 anni mentre il Paese sprofonda. Il Paese non ha la forza per assistere ad un regolamento di conti. Ormai Berlusconi ha vinto quello che doveva vincere e se non sarà la magistratura a condannarlo, sarà la Storia subito dopo. A me, ormai, non interessa più. Non ci serve un'altra casta che si affermi su un uomo finito. Ci serve che il potere non risieda lì, nel palazzo, ma che sia ridistribuito ai cittadini. Facile ammazzare un magistrato o corrompere un senatore. Vediamo se la Mafia o i soliti noti possono corrompere 40 milioni di Italiani ogni sabato. 
Insomma, sono molto deluso.

 

 

VITTORIO NON VOTA, LOTTA
Lo scorso novembre un film-documentario dal titolo "L'uomo con il megafono" è stato presentato al Festival Internazionale del film di Roma. L'ho realizzato nell'indifferenza di chi l'avrebbe dovuto sostenere e ora si trova grosso modo nella stessa situazione nonostante i riscontri sempre assai positivi. Ma non è di questo lavoro che voglio parlare, ma del suo protagonista, Vittorio Passeggio. Vittorio è un donchisciotte metropolitano, un piccolo eroe che ha lottato per 40 anni quasi in solitario, dal basso, in primissima linea, tra e al fianco dei più deboli, negli edifici più tosti (le "Vele") del quartiere più tosto (Scampia) della città più tosta d'Italia (Napoli). Solo per questo gli andrebbe dedicata una statua. 
Da alcuni mesi non mi confronto più con lui, perché una malattia o per meglio dire una lunga onda di malinconia e delusione lo ha avvolto. Non posso quindi chiedergli cosa ne pensa di queste elezioni. Mi dispiace, lo avrei ascoltato, come sempre, con molto interesse. Però mi ricordo una frase che lui disse un giorno (a proposito delle allora imminenti elezioni per il sindaco di Napoli tenute nella primavera 2011), una di quelle sue frasi perentorie che escono dal genio e si fissano lì tra la sorpresa e la disarmante verità: 
"Chi si candida alla fine? Morcone, Lettieri, De Magistris. Sempre "quelli". E l'operaio al potere quando ci va? Mai".
Detto da uno che per 40 anni (come dice lui) ha fatto lo "yes-man" per il partito è una pietra tombale su questa Italia. A De Magistris non lo voleva votare. Poi si è arreso: 
"Lo voto perché non voglio che tornino quelli che abbiamo cacciato nel '45", i fascisti.
Lo so: Vittorio, anche questa volta, si è pentito. E quanto ci sia di questa ultima definitiva delusione nel periodaccio che sta attraversando solo lui lo sa.
Io non so se torneranno i fascisti, caro Vittorio, ma meglio un colpo alla schiena o un esilio in qualche regione lontana del pianeta che questa subdola mediocrità mascherata da impegno civile che non porta mai da nessuna parte. Qui ci sono solo 2 poteri che si fronteggiano, ma questo non vuol dire che parteggiare per uno dei 2 possa dare un significato alla nostra vita. Il partito per il quale tu hai piantato una bandiera in un angolo remoto e dimenticato d'Italia, non è che un simulacro. Il Tuo partito, tutto quello per cui tu hai sempre lottato, non esiste. Esiste nel tuo esempio. E tu sei la mia felicità più grande da Italiano tornato in Italia. Sei la prova che non tutti gli Italiani si sono rincoglioniti e che i veri pazzi sono loro.
Sai, Vittorio, e se un giorno si scoprisse che sono i partiti che fanno le ideologie e non viceversa? Se non ci fosse stato il partito fascista, forse non ci sarebbero neanche i fascisti. O se non ci fosse stata la Mafia, non ci sarebbe stata la Democrazia Cristiana e nemmeno Forza Italia. Per questo le divisioni ideologiche oggi sono il postumo di un sistema perfettibile di organizzazione del consenso. Senza i partiti muoiono le ideologie e restano le idee. E la gente comincerebbe a non rincorrere ideologie in direzione sparsa ma a pretendere idee, qui e adesso.

 

 

DICHIARAZIONE DI VOTO
Ora, nelle conclusioni, la dichiarazione di voto. Che nel mio caso è sempre un esercizio noioso, perché già arcinoto. Non voto. 
Tuttavia non dimentico gli oltre 2 anni all'estero quando leggere il blog di Beppe Grillo era il modo per sentire qualcosa di positivo arrivare dall'Italia, qualcosa da mostrare con orgoglio agli amici stranieri in tempi di bunga-bunga, casse integrazioni e deliri di un vecchio maniaco. Era un modo anche per immaginarsi un'Italia non per quello che era ma per quello che sarebbe potuta essere.
L'ho scritto: non voto. Pertanto non è mio compito difendere Grillo dalle numerose critiche (quasi tutte gratuite e suggerite da invidia e paura per chi paura ne deve avere; detto per inciso: sulla gestione del rapporto con questa stampa italiana lo posso capire, proprio con lui se la prendono se non risponde a domande, loro, i giornalisti italiani, che in 20 anni non sono stati capaci di farne una, l'unica che importasse, all'uomo giusto: "Berlusconi, chi ti ha dato i soldi per lanciare il tuo impero?"). Lo dico, ci sono alcune critiche che io stesso mi sento di muovere. Lasciamo stare le idee dell'uomo Grillo (giusto per citare un argomento, sulla questione immigrazione siamo piuttosto distanti), ma è la struttura Movimento 5 Stelle che non mi convince e mi inquieta un po'. "Ognuno vale uno" è lo slogan. Così sarebbe nella società post-ideologica infatti. Però un paio di loro valgono qualcosa in più, mi pare chiaro. Beppe Grillo e il "guru" Gianroberto Casaleggio possiedono il marchio del partito e la conseguente e provata facoltà di espellere dal partito e quindi orientare lo stesso. Ovvio, un partito "deve" fare così (non fu lo stesso Grillo ad essere respinto alle primarie del PD?), altrimenti sarebbe infiltrato esponenzialmente quanto più le sue percentuali dovessero crescere, finché si incepperebbe. E' questa quindi l'amara medicina per raggiungere lo scopo di una società post-ideologica? 
Non ci scommetterei che questa sia la medicina giusta. 
"Il fascismo si è presentato come l'antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo ad una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato", Antonio Gramsci, "L'Ordine Nuovo", 26 aprile 1921.
"Il Fascismo è un movimento di realtà, di verità, di vita che aderisce alla vita. E' pragmatista. Non ha apriorismi. Né finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell'ideale. Lascia queste ciarlatanate alle tribù della tessera. Non presume di vivere sempre e molto. Vivrà sino a quando non avrà compiuto l'opera che si è prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostinerà a vincere, come un'anacronistica superfetazione di professionisti di una data politica, ma saprà brillantemente morire senza smorfie solenni". Il Popolo d'Italia, 3 luglio 1919.
Mah, dà da pensare. Comunque la questione non è se il M5S evolverà verso una forma di fascismo o se invece aprirà una nuova stagione politica verso la democrazia partecipatva e la società post-ideologica. In altre parole, la questione non è se i buoni e rivoluzionari propositi del M5S siano uno specchietto per le allodole o la sostanza del movimento, se cioè Grillo sia un populista o un profeta, insomma se ci è o semplicemente ci fa. E' che la mia delega per 5 anni non la do più a nessuno. Non sono tenuto in quanto elettore a fare la sibilla cumana e vaticinare su cosa Grillo e il suo movimento siano o non siano, dicano o nascondono, faranno o non faranno. Questo lo dirà la Storia, ancora una volta. Ditemi cosa si fa, adesso e dove, e io posso esprimere la mia volontà. Se devo dire oggi che sono d'accordo con una cosa che si farà domani, con gli scenari, le opportunità e gli interessi di domani, allora questo è un raggiro!!
Io voglio solo riservarmi il diritto di partecipare alle sorti del mio Paese. Mettere una "X" sulla scheda elettorale ormai è diventato come giocare la schedina, anzi, in quel caso in genere ci sono più probabilità di indovinare. 
Ma l'Italia è un Paese di pecoroni. Il carro grillesco è grande abbastanza, su: un bel salto.
Sapete, immaginate se Grillo venerdì durante il suo comizio conclusivo davanti a una piazza San Giovanni gremita a Roma, avesse detto: "Contrordine ragazzi. Non vi chiedo più di votare il M5S, vi chiedo di non votare in massa". Obiettivo, meno del 50% degli Italiani al voto, grazie all'astensione dei sostenitori del M5S. A questo punto sfiduciato il sitema politico tutto, un governo di transizione e nel frattempo un referendum da tenere in tempi ragionevoli per l'abolizione del Parlamento e l'istituzione dei sabati referendari. Ah sì, questa mi sarebbe piaciuta.
Ma se dovessi sbagliarmi sull'M5S e nel giro di 2 legislature in Italia fossero istituiti i sabati referendari, lo giuro, allora voterei.
Ma per adesso, anche per questo, anche per questa volta, non voto. 

"Sibilla cumana", Giacomo Di Chirico. 

 

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