<<Leggo con un po' di rammarico - che comprendo - che le tue idee sul nostro paese non sono comprensibilmente mutate, nel senso che sento nelle tue parole il sapore di una fuga (...). Ho passato l'ultima settimana all'orientale... tra occupazione, relazioni amichevoli e non, mediacenter, dirette e 3 giorni di estenuante montaggio in modo da far "uscire" come si usa in gergo la recente storia di Chiaiano. (...) Ma è stata anche una piccola vittoria che mi fa andare avanti, e che, malgrado tutto mi fa pensare ad un futuro migliore (...). Per il momento ti auguro un buon viaggio così... dalla tastiera del mio computer, e spero che mi capirai in qualche maniera quando ti scrivo che per me è importante la tua presenza qui con noi!!>>.
Così Luca mi ha scritto un paio di giorni fa. Vedi, gli amici veri, quelli che sanno dire le cose in faccia. Poi chiudono con una frase così affettuosa quasi da far sentire in colpa. Sì, Luca, questa è una fuga, in piena regola, non ne ha solo il sapore.
C'è un concetto che gli intellettuali di solito usano quando si parla di "fuga" e che per esempio Pino Cacucci riassume così:
<<La fuga è invece l'unica scelta dignitosa quando non puoi cambiare più nulla, e non vuoi neppure lasciarti coinvolgere, diventare complice>>. Ma sì, è valida anche per me. Ma c'è anche qualcos'altro, che ho provato ad esprimere nello scorso intervento. Un altro concetto di "fuga", che viene perlomeno sfiorato da Henri Laborit nel libro "Elogio della fuga", un regalo che ho ricevuto 10 giorni fa da un altro carissimo amico, Vito, durante il passaggio da Roma. Queste alcune frasi del libro:
<<Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio>>.
E ancora dallo stesso libro:
<<Perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l'unico rimedio all'abitudine, all'indifferenza, alla sazietà. E' tipico della condizione umana ed è elogio della fuga, non per indietreggiare ma per avanzare. E' l'elogio dell'immaginazione mai attuata e mai soddisfacente>>.
Quello che volevo dire sta racchiuso più o meno tutto in queste frasi. Fuggo per proteggere quel modo di essere "italiano" che in Italia in questo momento si avvilirebbe e di cui io sono un trascurabile ma pur sempre vivo esempio. Mi sento più "italiano" (per quello che per me consiste l'essere "italiano") qui a Istanbul di quanto mi possa sentire in questo momento in Italia. E "proteggere" significa anche "lasciare che continui a crescere". Si cresce anche con la lotta, caro Luca, ed è questo il momento per te di crescere in questo modo.
Per me no. In questo momento è come se stessi raccogliendo i frammenti di "italianità" che le sponde del Mediterraneo hanno custodito nel corso della Storia dal passaggio di Italiani, popolo tra i popoli mediterranei. E proprio perché lontani dall'Italia questi frammenti hanno continuato ad essere sé stessi senza essere corrotti dalle contingenze storiche. C'è chi scappa tutta la vita e non riesce mai a fuggire. Io invece, in questo momento, fuggo, "non per indietreggiare, ma per avanzare". Sicuro che questo peregrinare mi riporterà presto in Italia, intesa come luogo fisico geografico, ma solo quando mi sentirò degno di rappresentare lì questo ideale.
Ah, e poi, fuggire "permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme". Le rive sconosciute sono le voci dei bambini giù per strada che alle 11 di sera ancora giocano nei vicoli di questo misterioso quartiere, quello che nasce tra il corso Tarlabaşı e il Corno d'Oro. E' un quartiere fondato dai Greci, ma anche molti Italiani hanno vissuto qui: Veneziani, Genovesi. Ora perlopiù vi abitano Curdi e Rom. E tanta altra umanità varia. Mi sono stabilito qui e, per tutta una serie di motivi, molto probabilmente questa rimarrà la mia dimora ad Istanbul fino ad aprile. Quindi sembra essere tramontata l'idea di dimorare vicino al molo di Kadıköy. Ma molte cose mi porteranno a frequentare quel posto comunque e, secondo l'abitudine di qui di avere più "pied a terre", anch'io potrò sempre contare su un appoggio da quelle parti.
La casa qui è molto carina. In tutto il quartiere gli edifici sono stretti e alti. La facciata non è più larga di 5 metri, in compenso la casa si estende su 5 piani. C'è una scala di legno nel mezzo, ripida, anzi acrobatica. Un paio di stanze su ogni piano. Per ora siamo in 5: Özhan, Çağdaş, Özgür, Phil (un ragazzo statunitense dell'Ohio) e io.
Ora, mentre scrivo, si sente una "darabuka" suonare da una casa qui vicino. E mi sorprendo a pensare che questa via assomiglia alla "via del Campo" di De Andrè, ma non com'è adesso, ma come probabilmente era 50 anni fa, con tutti gli annessi e connessi. Come potrei avere rimpianti?
Per il quartiere è raro sentire parlare il Turco. Le lingue che vanno per la maggiore sono il Curdo, il Romanes e l'Arabo. Infatti ci sono anche molti profughi dal Medio Oriente, in particolare dall'Iraq. E sempre profughi ci sono anche alcuni Africani, dal Congo e dalla Nigeria. Il Greco e l'Italiano non si parlano più in questo quartiere. Da oggi, un po' di Italiano si parlerà ancora.
Ecco evidenziata grosso modo l'area intorno a Tarlabaşı
Questa la mia bibbia in questo momento.