Davanti al dolore di Ghaza --- 28 - 12 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

Difficile rimanere calmi in questi momenti. Anzi, divento proprio nervoso. Arrivo anche a pensare che se ci fosse il modo, se avessi a disposizione un qualsiasi natante, farei subito rotta su Ghaza. Qualsiasi cosa, tranne rimanere qui attaccato alla rete cercando di seguire impotente tutti gli sviluppi. E' frustrante. Ieri sera mi sono tolto dalla giacca la spilletta che diceva "2 lingue, una sola pace", scritto in Arabo e in Ebraico. Ma come si fa? Ho le mie idee sullo stato Israeliano, detto questo gli Ebrei hanno tutto il diritto di vivere in Medio Oriente e in particolare in Cisgiordania e di viverci in pace. Ma questa non è politica, non è pace, non è diritto. Questa è barbarie, questo è colonialismo.
Certo, venissero a dire che Hamas ha unilateralmente interrotto la tregua. Bene, un giudizio politico e strategico sulla scelta di Hamas la Storia non si esimerà sicuramente dall'esprimerlo, ma da quanto dura l'embargo su Ghaza? Che la ministro degli Esteri israeliana Tzipi Livni venisse pure a dire che "quando è troppo è troppo", perché Hamas tira razzi su Israele. Bene, ma l'embargo? No, cioè, la signora è troppo scaltra e furba e Hamas troppo disperato. Di fronte all'isolamento, alla fame e all'indifferenza del mondo, i capi di Hamas hanno deciso di rompere la tregua e sparare razzi su Israele. Bene, ripeto, la Storia si pronuncerà. Ma si alzi in piedi chi pensa di non essere responsabile per quello che sta succedendo ora, in queste ore. Siamo tutti responsabili perché nessuno si è scandalizzato di fronte all'embargo che Ghaza ormai soffre da anni. Perché lì ha vinto democraticamente Hamas e si sa, la democrazia è un lusso tutto occidentale, in Medio Oriente si scrive "democrazia" ma si legge "protettorato". Quando qualcuno ha fatto sul serio, cioè ha davvero preso alla lettera i principi della democrazia occidentale con regolari elezioni che hanno portato Hamas alla guida dei territori palestinesi, ecco che l'Occidente si dissocia. Vergogna!
Non seguo la televisione italiana, ma già immagino da quel che ho letto, come tutti i telegiornali siano il megafono per i dispacci militari israeliani alla faccia della libera informazione. E allora, cari amici di lingua italiana, almeno proviamo a seguire il "blog" di Vittorio Arrigoni in diretta da Ghaza.
Potrebbe essere tutto, la rabbia mi toglie un po' di lucidità. Però non posso chiudere questa pagina senza segnalare una singolare congiunzione: qualche giorno fa è morto Samuel Huntington, autore del libro "Lo scontro di civiltà", che tanto ha ispirato i crociati bushisti e i loro lacché europei. Una frase dell'autore vale la pena riportare: "L'Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle sue  idee o dei suoi valori o della religione, ma piuttosto per la sua superiorità nell'applicazione organizzata della violenza. Gli occidentali spesso dimenticano questo fatto, i non occidentali non lo fanno mai...".
Ma oggi è anche il 4o anniversario della scomparsa di Susan Sontag, un'ebrea americana che invece non ha mai creduto allo scontro di civiltà, ma anzi si è sempre battuta contro la barbarie umana. E quindi, oggi, non vedo modo migliore per chiudere se non citando alcuni passi significativi di una delle sue opere più belle: "Davanti al dolore degli altri". Chissà se l'avrebbe mai immaginato che Israele avrebbe scatenato l'inferno su Ghaza proprio nel 4o anniversario della sua morte: sicuramente il modo peggiore per ricordarne la memoria.
"Assistere da spettatori a calamità che avvengono in un altro paese è una caratteristica ed essenziale esperienza moderna, risultato complessivo delle opportunità che da oltre un secolo e mezzo ci offrono quei turisti di professione altamente specializzati noti come giornalisti. La guerra è ormai parte di ciò che vediamo e sentiamo in ogni casa. Le informazioni su quel che accade altrove, definite «notizie», mettono in risalto i conflitti e la violenza - «Il sangue in prima pagina» recita la collaudata linea guida dei tabloid e dei notiziari televisivi che danno informazioni flash ventiquattr'ore su ventiquattro - di fronte ai quali reagiamo con compassione, indignazione, curiosità o approvazione, man mano che ciascuna miseria ci si para dinanzi agli occhi.
[...]
La consapevolezza del cumulo di sofferenze prodotte da un numero selezionato di guerre lontane è in qualche modo frutto di una costruzione. E, soprattutto nella forma registrata su pellicola, balugina all'improvviso, viene condivisa da molte persone, e poi svanisce. Contrariamente a un resoconto scritto - che, a seconda della complessità delle idee, dei riferimenti e del lessico, è indirizzato a una cerchia di lettori più o meno estesa - una fotografia possiede una sola lingua ed è potenzialmente destinata a tutti.
[...]
Non è detto che lasciarsi commuovere sia meglio. Il sentimentalismo, come è tristemente noto, è del tutto compatibile con la propensione alla brutalità o ad atti ben peggiori. (Pensate al classico esempio del comandante di Auschwitz che la sera rientra a casa, abbraccia moglie e figli e si siede al pianoforte per suonare un po' di Schubert prima di cena.) La gente non si assuefà a quel che le viene mostrato - se così si può descrivere ciò che accade - a causa della quantità di immagini da cui è sommersa. È la passività che ottunde i sentimenti. Le condizioni a cui diamo il nome di apatia, o di anestesia morale e emotiva, in realtà traboccano di sentimenti: ciò che si prova è rabbia e frustrazione. Ma se dovessimo stabilire quali emozioni siano auspicabili, sarebbe forse troppo semplice optare per la compassione. L'immaginaria partecipazione alle sofferenze degli altri promessaci dalle immagini suggerisce l'esistenza tra chi soffre in luoghi lontani - in primo piano sui nostri schermi televisivi - e gli spettatori privilegiati di un legame che non è affatto autentico, ma è un'ulteriore mistificazione del nostro rapporto con il potere.
Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. E può quindi essere (a dispetto delle nostre migliori intenzioni) una reazione sconveniente, se non del tutto inopportuna. Sarebbe meglio mettere da parte la compassione che accordiamo alle vittime della guerra e di politiche criminali per riflettere su come i nostri privilegi si collocano sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono - in modi che preferiremmo non immaginare - essere connessi a tali sofferenze, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l'indigenza di altri. Ma per un compito del genere le immagini dolorose e commoventi possono solo fornire una scintilla iniziale".

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