Da Sarajevo a Damasco: saggio sul conflitto siriano visto da una prospettiva balcanica

Nell‘ultimo passaggio in Italia ho preso con me un libro che lessi 15 anni fa e che ho poi riletto molte altre volte. E‘ un libro che noi Italiani dovremmo tenere in grande considerazione. Non perche‘ e‘ uno dei migliori libri mai scritti sulle guerre nella ex-Jugoslavia, ma perche‘ e‘ molto di piu‘ che un libro su quelle guerre, e‘ una sorta di manuale su cosa sia la guerra oggi, con tutti i suoi meccanismi moderni che ci rendono tutti responsabili, non solo chi ne e‘ a favore ma spesso anche chi a parole e ad azioni (quali?) dimostra di esserne contro. Si presenta in questo libro un‘analisi di sofisticati meccanismi di massa che rende la cui lettura estramemente utile anche oggi. Nondimeno il libro e‘ scritto in seguito ai viaggi come inviato di guerra e pertanto e‘ magistrale l‘applicazione sulla carne viva della storia di quelle chiavi di lettura utili a decodificare fatti che altrimenti sarebbe spiegabili solo con il surrealismo o con il catastrofismo. Niente di tutto questo. Cio‘ che e‘ caos per molti, per pochi e‘ una congeniata situazione per manipolare e perseguire rapidamente obiettivi scandalosi.
Il libro si chiama „Maschere per un massacro" (Feltrinelli). L‘autore, Paolo Rumiz. Questo libro e‘ stato una sorta di bibbia per molti di coloro che dall‘Italia hanno avuto in qualche modo a che fare con le guerre nella ex-Jugoslavia. A noi che l‘abbiamo letto e che poi abbiamo avuto la possibilita‘ di applicare quelle stesse chiavi di lettura alla realta‘ che vedevamo, nessuna guerra ci e‘ mai apparsa come prima.
Non so quanti tra coloro che oggi in Italia si cimentano in commenti sulla guerra in Siria abbiano letto questo libro, ma se vorranno leggere questo intervento, i passi del libro citati, poi recuperare il libro e leggerselo per intero, potranno capire perche‘ essere in possesso di queste chiavi di lettura, applicabilissime anche al conflitto siriano, per quanto le realta‘ siano spesso molto diverse, permetta una visione diversa. E‘ tale l‘ingenuita‘ di questi commenti, quando nel migliore dei casi non e‘ motivata da interessi diretti, che ho pensato di dover condividere alcuni passi di questo libro. Per quanti non parlano italiano e non possono leggere facilmente il libro per intero, spero che questi pochi passi siano sufficienti a rendere l‘idea.
 
<<Per verificare l‘universalita‘ di certi meccanismi, nessuna generazione come quella dei nostri figli ha avuto a portata di mano una guerra cosi‘ vicina e trasparente. Eppure, nessuno come loro mi sembra cieco di fronte agli eventi. Quando mi capita di spiegare ai giovani i trucchi di cui si serve il virus della guerra per aggredire gli individui, vedo invariabilmente dipingersi nei loro occhi lo stesso inerme stupore del vecchio Gojko Petrovic. E ho paura>>.
Gojko Petrovic era un anziano e probo serbo di Bosnia, la cui vicenda e‘ raccontata nel libro, che all‘inizio della guerra aveva nascosto dei musulmani nella propria casa. Scoperto dai paramilitari serbi, fu trucidato davanti a casa sua, incredulo.
La stessa faccia di Gojko, e‘ vero, l‘ho vista tante volte. La vedo anche oggi negli occhi dei tanti profughi siriani che incontro ad Istanbul. Com‘e‘ possibile che sia successo tutto questo? Chi ha cominciato? Chi l‘ha scatenato? Queste sono domande troppo grandi, troppo lontane per chi ha attraversato il confine tra Siria e Turchia sulla vetta delle montagne pagando un contrabbandiere per salvarsi la pelle e con gli ultimi soldi che aveva da parte e magari con famiglia, e‘ arrivato fino a Istanbul e magari adesso non ha piu‘ niente. Ma c‘e‘ una risposta ricorrente, che a volte, timida, si fa strada dalle loro bocche, mascherata da domanda. „Chi e‘ stato il primo a sparare? Le proteste erano giuste, ma dopo che si e‘ risposto al fuoco, e‘ stata la fine".
Forse Gojko ha vissuto troppo poco per pronunciare questa frase, erano i primi giorni della pulizia etnica, ma verosimilmente e‘ una frase che avrebbe pronunciato.
Per me sono deja vu, queste frasi. Questo tipo di espressione facciale l‘ho davvero visto centinaia di volte in posti diversi: Bosnia, Kosovo, Algeria, Iraq, Siria, Turchia. D‘altra parte Rumiz ha ragione, la mia generazione ha avuto una tragica occasione per capire, ma non l‘ha fatto. La Jugoslavia non ci ha insegnato nulla.
<<Il fatto e‘ che il male non acceca solo le sue vittime, ma anche i testimoni esterni. Chi sta a guardare pensa alla guerra come ad una eventualita‘ remota, o una catastrofe naturale come l‘inondazione o al maremoto. Questo rivela un‘altra legge „aurea": la percezione del pericolo non aumenta ma diminuisce con l‘avvicinarsi dello stesso>>.
Per questo non abbiamo voluto imparare nulla dalla ex-Jugoslavia, perche‘ l‘abbiamo considerata una fatalita‘ legata a dinamiche locali non riproducibili altrove. Pertanto abbiamo fatto l‘equazione: finche‘ non avro‘ la necessita‘ di recarmi nella ex-Jugoslavia, non avro‘ bisogno di capire cosa li‘ e‘ successo. Gravissimo errore. La Jugoslavia siamo noi. Quella tragica pagina di storia europea e‘ stata la rappresentazione di noi stessi come societa‘, come modello di vita, come sistema. L‘odio tribale, il primitivismo, come dice Rumiz, e‘ stato solo un modo per farci credere il contrario e lasciare le nostre coscienze tranquille e di conseguenza ignare (e di consegunza vulnerabili).
 
<<Il volto di una donna in lacrime o il corpo di un uomo massacrato occupano tutto il campo visivo e quindi uccidono nello spettatore il senso del contesto, delle proporzioni e della distanza (...). Gli aggressori della Bosnia hanno capito in anticipo che il nostro voyeurismo televisivo equivaleva a perfetta cecita‘, e ne hanno tratto i loro vantaggi>>.
Pensavo a questa frase di fronte alle decapitazioni di ostaggi ad opera dell‘Isis. Quando mi recai a Baghdad nel luglio 2004 si usava anche allora rapire e decapitare stranieri di fronte a una videocamera. So cosa significa questo tipo di fobia. Ma e‘ davvero piu‘ crudele delle altre decine di migliaia di persone morte nell‘anonimato per la stessa guerra? Non e‘ un fatto di crudelta‘. E‘ un fatto di scopi da raggiungere. Queste decapitazioni hanno ragione di essere solo in quanto oggetto di una ripresa filmata, se non ci fosse una videocamera, non ci sarebbe neanche la decapitazione. Pertanto, perche‘? E‘ una guerra psicologica. Colpire l‘immaginario soprattutto occidentale, ma non solo. A quale scopo? Chi esegue quelle decapitazioni? Chi le filma? Chi poi le carica in rete? Prima di parlare di tribalismo, diamo una risposta a queste domande. Una risposta possibilmente definitiva.
Sicuramente queste decapitazioni hanno accelerato la decisione di bombardare Siria e Iraq. Hanno prodotto l‘accelerazione dell‘intervento armato americano che esattamente un anno fa si era fermato agli annunci.
 
<<E‘ anche per questo effetto-cloroformio della TV che, di fronte all‘evidenza dell‘imbroglio, noi occidentali ci siamo comportati con la stessa ingenuita‘ di un valligiano del Montenegro. Noi giornalisti in sahariana eravamo talvolta li‘ a giocare agli Indiana Jones a rincorrere barbari stereotipi coniati astutamente dagli stessi belligeranti; la gente era disorientata dalle troppe descrizioni di sangue e melodramma; i politici, di conseguenza, stavano attenti solo alle reazioni „basiche" dei tele-elettori davanti a immagini spazzatura; gli intellettuali, poi, erano divisi tra frustrazione, pieta‘ e contemplazione ebete di un generico tribalismo>>.
Allo stesso modo si puo‘ dire oggi: di cosa stiamo parlando? Cos‘e‘ una manciata di cittadini occidentali decapitati in favore di videocamera in confronto a 200mila vittime del conflitto siriano? Beh, e‘ per questo che gli Stati Uniti stanno bombardando ora? O forse per mettere in fuga centinaia di migliaia di persone, gli Yazidi, i Curdi, tutte le altre minoranze, tutti coloro che non si rassegnano all‘idea di vivere in uno pseudo-califfato? Ma quale califfato? E‘ come se i paramilitari ustascia in Croazia si fossero proclamati il Vaticano. Nessuno ha niente da dire tra gli amici musulmani? Questo e‘ il triviale cortocircuito provocato dalle menti malate dei sauditi e messo in campo grazie ai petroldollari e alle menti altrettanto malate di qualche migliaia di giovane arabo sbandato ormai diventato bandito di professione, mercenario, incapace di reinserirsi in una societa‘ normale, dopo essere stato manipolato per anni, dopo aver fatto una vita da bestia per almeno 10-15 anni, dall‘Afghanistan all‘Algeria, alla Libia, all‘Iraq, pronto a calare per dar sfogo alle proprie frustrazioni e per ossequiare il delirio della nazione araba unita e l‘odio contro l‘occidente (che peraltro li finanzia, direttamente o indirettamente), nonche‘ per mantenere la famiglia a casa con lo stipendio di guerra in paesi dove la disoccupazione dilagante e‘ endemica da decenni. Ma chi sta giocando chi? Ma che razza di bieco tranello e‘ questo? E i nostri intellettuali subito cascano nel tranello delle vittime, dei profughi.
Gino Strada, al quale va tutta la mia stima in quanto medico di guerra, qualche settimana fa al 20esimo anniversario di Emergency proclamava: „Ci saranno altre vittime". Ma cosi‘ si deforma la questione. La questione e‘ che ci saranno altre vittime perche‘ qualcuno non e‘ stato ascoltato prima, perche‘ noi in questi anni abbiamo dormito, perche‘ chi non riesce ad essere protagonista della propria storia prima o poi e‘ destinato per fatalita‘ a divenirne vittima. E il protagonismo di quella gente non l‘abbiamo sostenuto quando a meta‘ degli anni 2000 andava sostenuto.
Quindi, e‘ davvero li‘ che dobbiamo concentrare le nostre menti? No, lo dico. Non e‘ questo il fulcro del problema. Non saranno mai i profughi la ragione di un intervento armato come mai chi li ha messi in fuga l‘ha fatto come fine ultimo. I profughi sono solo messaggeri a loro insaputa, la tragedia e‘ questa. Sono utilizzati da tutti senza distinzioni come un veicolo in grado di attirare attenzione e smuovere le paure piu‘ arcaiche e pertanto ottimo per abbinarci messaggi. Servono alle grandi potenze per mobilitare la pancia e rendere meno amara qualche dichiarazione di guerra e ai barbari paramilitari per affermare il controllo di un territorio e farlo capire bene a tutti. Gli intellettuali „contro la guerra" di casa nostra non sono da meno.
<<Gli aggressori hanno potuto sdoganare cosi‘ facilmente la storiella dell‘odio atavico anche perche‘ sapevano benissimo che alle nostre logiche spartitorie un fattore complesso come la Bosnia risultava incomprensibile, impossibile da gestire, persino scocciante. Sapevano che il luogo comune che liquidava la guerra come un prodotto del primitivismo, e non di sofisticate manipolazioni, rispondeva in pieno alla nostra volonta‘ di non occuparci diettamente di questa scocciatura e di tranquillizzare nello stesso tempo le nostre pubbliche opinioni>>.
E qui mi sembra il momento di fare un accenno all‘accostamento tra Sarajevo e Damasco, 2 citta‘ che conosco, che ho visitato, 2 citta‘ sacrificali, ma anche entrambe depositarie di una filosofia della convivenza interetnica ed interreligiosa ereditata dallo stesso Impero Ottomano, nel cui antico epicentro mi trovo in questo momento, Istanbul. Impero Ottomano che qui non cito per osannare o mitizzare, ma indubbiamente fondato a suo tempo sulla logica dell‘inclusione culturale e pertanto l‘esatto opposto della mentalita‘ saudita, una cultura chiusa, etnocentrica, teocratica e maschilista. Ecco perche‘ a loro quello che era lo splendido esempio di convivenza della Siria non suscita granche‘, perche‘ non lo capiscono, perche‘ forse finanche lo temono. E quindi non sanno vedere altro che terra di conquista, ancora una volta! Ma la visione deformata dell‘occidente non e‘ da meno, anche la nostra visione e‘ ancora impregnata di colonialismo, che e‘ diverso da dominazione: e‘ depredazione e sfruttamento. Ora siamo disposti a mettere sui due piatti della bilancia, da una parte la dittatura, dall‘altra il colonialismo? E‘ questa un‘operazione troppo scandalosa, un accostamento sacrilego? Perche‘ sembrerebbe che da queste 2 opzioni non si scappi e francamente non saprei dire quale delle due sia peggio. Va da se‘ che personalmente io rifiuti entrambe, ma perlomeno non scambio una manipolazione a favore degli uni o degli altri, i dittatori e i colonialisti, per una lotta per la rivoluzione.
 
<<Ma spiegare una guerra con l‘odio tribale e‘ come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilita‘ del legno da costruzione, e non col fiammifero gettato da qualcuno.
Un simile approccio non e‘ solo imbecillita‘. E‘ deliberata volonta‘ di non capire, dunque complicita‘ col piromane>>.
E qui siamo arrivati al nocciolo della questione. Se c‘era una cosa chiara in Siria nel 2005, quando girai il documentario „Isti‘mariyah", era che l‘affronto militare ad Assad sarebbe costato un bagno di sangue. Non credo che ci fosse nemmeno un Siriano convinto di poter rimuovere Assad con qualche protesta, perche‘ il potere era evidentemente saldo negli apparati e la gente non contava nulla. Non solo, sono convinto che Assad non possa lasciare nemmeno se volesse, nemmeno fosse colto da sensi di colpa, tale e‘ l‘importanza della tenuta della Siria per certi equilibri in Medio Oriente.
Ancora qui torna quindi la domanda: chi e‘ stato il primo a sparare? Chi e‘ stato il piromane? Accusare Assad va bene per i tribunali, certamente per i libri di storia, ma sul piano politico e‘ un errore grossolano se non addirittura una sciocchezza. Assad e‘ il materiale infiammabile, in questo caso. E‘ la variabile indipendente di questa equazione. Non si puo‘ buttare un fiammifero e poi accusare il grado di infiammabilita‘ del legno da costruzione. Le vie erano altre. Chiunque invochi la rivoluzione siriana contro Assad comodamente seduto al suo computer in qualche casa europea o di qualsiasi altra parte del mondo e‘ a ben andare un irresponsabile. Come ho detto altre volte, e‘ facile fare le rivoluzioni con il culo degli altri.
La fatidica domanda io l‘ha fatta diverse volte agli amici siriani, anche a gente che era presente alle prime manifestazioni pacifiche che peraltro chiedevano riforme e non le dimissioni di Assad. La risposta e‘ sempre compresa tra l‘additare „gente giovane non controllabile che si e‘ fatta prendere la mano" e „ignoti che non facevano parte delle manifestazioni". Sembra di sentire gente reduce dal G8 di Genova del 2001 che segno‘ la mia generazione. Ci sono sempre i giovani, i black bloc, gli infiltrati. E‘ sempre lo stesso casino che nessuno sa mai come nasce e che pero‘ puntualmente giustifica la brutale reazione del Potere. Ma nessun Italiano si ricorda piu‘ dell‘intervista rilasciata dall‘ex-presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga a fine 2008, ora deceduto e allora decrepito e cosi‘ folle da rivelare un paio di perle di saggezza circa i metodi utilizzati dal medesimo negli anni '70 per arrestare i movimenti di protesta quando era ministro dell‘Interno? Infiltrazione nei movimenti perche‘ alcune azioni di violenza siano attrubuite allo stesso per gettarvi discredito, quindi brutale repressione. Sono storie vecchie come il cucu‘, eppure ci caschiamo sempre.
 
<<Ti accorgi che il sangue vero provoca assuefazione, e‘ meno emozionante di quello falso di Apocalipse now; piu‘ si ripete meno diventa importante come notizia; muove lo stomaco, non il cervello; mette sullo stesso piano aggressore e aggredito; impedisce di guardare al contesto; persino rassicura, perche‘ e‘ un fatto biblico, piu‘ forte di noi, dunque tale da assolverci se non interveniamo. Soprattutto, il sangue confina la nostra indignazione alla sfera morale ed umanitaria, e quindi ci impedisce di arrivare alle radici vere dello scontro, che sono politiche>>.
Detto tutto.
<<Solo in Romania, nel drammatico finale rosso sangue del comunismo in Europa, si vede - con una dovizia di prove che purtroppo emergono solo a „babbo morto" - che la rivoluzione non l‘ha fatta la gente ma l‘apparato dei servizi segreti (...). C‘e‘ anche la mostruosa forza camaleontica della nomenklatura, abile al punto da far passare per rivoluzione - o per guerra - cio‘ che e‘ solo perfetto gattopardismo pilotato dall‘alto. C‘e‘ l‘assoluto controllo che i regimi conservano, fino all‘ultimo, su masse lobotomizzate, represse e incapaci di decisione autonome. C‘e‘, infine, l‘importanza decisiva dei mass media - parte emersa di un iceberg fatto di servizi segreti, di forza militare e anche di conti in banca - in questa spettacolare metamorfosi>>.
Sulle rivoluzioni pilotate a cominciare dalla Tunisia per finire alla Siria non mi dilungo, ho gia‘ scritto diverse volte su questo blog e posso vantare di aver denunciato la natura sospetta della veloce fuga di Ben Ali da Tunisi ben prima dei piu‘ titolati media mondiali. A proposito di questo ho anche girato un breve documentario in Tunisia che ho intitolato „La rivoluzione raccontata da mio fratello", ma si sarebbe potuto anche titolare „La rivoluzione sara‘ trasmessa al termine della pubblicita‘„.
GUARDA "LA RIVOLUZIONE RACCONTATA DA MIO FRATELLO".
Ma io mi chiedo: perche‘ gli esperti di guerre balcaniche non sarebbero titolati a parlare di Siria o di Tunisia. Si‘, situazioni per molti versi differenti, ma lo sguardo d‘insieme di chi quella gavetta l‘ha fatta credo che tornerebbe molto utile alla discussione. Qualcuno ha mai chiesto a Paolo Rumiz che ne pensa delle rivoluzioni arabe? Peccato, io non ho sentito ne‘ la domanda ne‘ la risposta. Di fatti il vecchio saggio, Paolo Rumiz, quest‘anno si e‘ rinchiuso in un faro anziche‘ viaggiare e raccontare il mondo come suo solito.
 
<<La giustificazione degli orrori con l‘odio raggiunge in contemporanea una serie di scopi fondamentali. Innanzitutto fa credere all‘irrazionalita‘ di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilita‘ di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo fornisce la base teorica all‘impossibilita‘ della convivenza e dunque all‘inevitabilita‘ della pulizia etnica; in terzo luogo soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte di un‘opinione pubblica internazionale smarrita nella complessita‘ balcanica e imbrigliata nei vischiosi e tranquillizzanti luoghi comuni che i mass media alimentano in materia>>.

Ora e‘ piu‘ chiaro a cosa servano le decapitazioni e le fiumane di profughi in fuga.

<<Dobbiamo domandarci: con quali mezzi una minoranza, armata di cannoni, servizi segreti e mass media, e‘ riuscita a imporre uno scontro sanguinoso a una maggioranza che non lo voleva? Quali tensioni sono davvero esplose, e in che modo? Chi le ha manipolate e con quali metodi? Si scopre, a questo punto, che nulla e‘ stato casuale, che le conseguenze della guerra - a partire dalla pulizia etnica - sono state in realta‘ lo scopo pianificato della stessa. Si entra cosi‘ in un tunnel di maniacale, ossessiva dietrologia.
Forse anche la dietrologia e‘ un‘allucinazione, frutto dei veleni dell‘ambiente. „Balcanizzazione", in fondo, non e‘ solo disintegrazione delle nazioni: e‘ anche disgregazione delle idee. Ogni premessa teorica si ribalta sul campo, ogni cosa si rivela vera anche al contrario. Ma il fatto e‘ che tali allucinazioni consentono di spiegare troppe cose per esere solo un fattore clinico>>.
Credo di essere stato influenzato da questo passo quando scrissi l‘incipit del documentario „Isti‘mariyah". Il caos non e‘ la conseguenza di uno scontro feroce per motivazioni tribali, il caos e‘ la premessa calcolata per raggiungere i veri obiettivi che sono perlopiu‘ indicibili. Cio‘ che noi chiamiamo „caos", qualcuno lo chiama „momento propizio". Del resto „manageable chaos" e‘ un‘espressione coniata guarda caso da Zbigniew Brzezinski, geostratega americano.
Dall‘incipit di „Isti‘mariyah": <<Sono stato a combattere nella resistenza irachena. Un soggiorno non retribuito di 3 mesi tra le sabbie irachene: triangolo sunnita. Un buco nero dove scompaiono soldati americani tanto quanto le speranze di rinascita di un Paese. Bande armate, paramilitari, mercenari, banditi, eserciti, spie, terroristi, signori della guerra, servizi segreti, occupanti, resistenti. Questo e‘ il lavoro „well done" che Bush ha saputo realizzare...>>.
GUARDA "ISTI'MARIYAH - CONTROVENTO TRA NAPOLI E BAGHDAD".
 
<<Troppe cose lo confermano, e da qui possono discendere, con grande naturalezza, tante conclusioni. Troppi indizi ci portano a concludere, per esempio, che quel fronte pazzesco di 2800 km di Bosnia, rimasto congelato per tutta la guerra con le sue sacche, i colli d‘oca ed i corridoi, altro non era che la raffigurazione topografica di una gigantesca operazione di taglieggiamento, di un accordo tra cosche armate per la spartizione dei territori da sfruttare, di una sommatoria topografica di rendite di posizione ai danni della popolazione civile>>.
Qualcosa ne sanno i Siriani arrivati a Istanbul, ormai prosciugati di tutti i quattrini che hanno dovuto sborsare qua e la‘ perche‘ qualcuno li „facesse passare". Quattrini della media borghesia siriana, i poveri ovviamente non hanno alcuna possibilita‘ di fuga se non l‘esodo di massa disperato. Chi ha interesse a drenare tutti questi soldi? Assad? E come vanno considerati questi taglieggiamenti: involontario sostengo alla rivoluzione siriana, pacifico saccheggio da parte di banditi e magari anche pianificata operazione di svuotamento della gente colta della Siria, quella per intenderci che mai si farebbe convincere dai fanatici dell‘Isis, quella che aveva 2 soldi da parte e ormai ha lasciato il paese?
 
<<E‘ un fatto che nei conflitti si ruba meglio: il caos favorisce i ladri, il sangue mimetizza le azioni. Ma la guerra ha un altro vantaggio: depenalizza la rapina. Se rubare e‘ reato, derubare il nemico e‘ atto patriottico. Accade in tutte le guerre. Ma nessuna guerra come questa ha reso tanto ricche e forti le oligarchie. Le stesse che, nel caso jugoslavo, avevano precipitato il paese nella piu‘ nera bancarotta. Dopo quarant‘anni di dissipazioni, di perverse triangolazioni fra banche, industrie e segreterie politiche, queste lobby onnipotenti sapevano di non poter sopravvivere a una transizione pacifica verso la democrazia e il mercato. Per queste consorterie di potere la guerra era l‘unica strada per impedire la resa dei conti che nel 1989 aveva abbattuto il comunismo in Europa, l‘unica strada per bloccare la caduta di un sistema trasformato in mafia dall‘ibernazione dell‘alternanza politica. Esse l‘hanno dunque deliberatamente cercata e costruita>>.
Io resto dell‘idea che la sollevazione in Siria, proclamata precocemente rivoluzione e presto trasformatasi in una guerra tra bande (com‘era ampiamente prevedibile, vedi Libia), sia un passaggio dell‘agenda americana all‘interno di un piu‘ ampio disegno neo-colonialista a lungo termine sul Medio Oriente. Pero‘, a questo punto mi sembra chiaro che Assad e la sua cricca stiano sfruttando al meglio questo rovescio per rifarsi una verginita‘. Ed e‘ per questo che ho riportato questo passo del libro. Assad ha sicuramente contribuito ad infiltrare i rivoltosi, vedi dottrina Cossiga, ha aperto le carceri, ha rimesso in circolazione criminali comuni in cerca di occupazione, tutto per gettare discredito sui manifestanti della prima ora. La stessa cosa hanno pero‘ fatto gli americani con molti prigionieri di Guantanamo, carcere che non aveva nessun diritto di detenerli e che sicuramente, se non addirittura usato come luogo di addescamento e addestramento di future pedine impazzite da liberare in Medio Oriente, ha sicuramente fomentato un‘ondata capillare di odio in tutta l‘area. Niente da stupirsi, ognuno tira acqua al suo mulino, il caos e‘ servito. Non come conseguenza, ma come premessa per il conseguimento dei reali obiettivi.
 
<<Cerchi allora altre strade. Scegli per esempio di raccontare storie di gente comune perche‘, almeno quelle, sfuggono ai veleni. Qualcun altro decide di schierarsi, di usare il mestiere - altrimenti inutile - almeno come arma di difesa per una delle parti in causa. Altri scrivono un libro, per vuotare il sacco. Oppure scelgono il silenzio e cambiano aria: non per paura delle bombe, ma della pazzia, della sindrome del reduce. C‘e‘ infine chi rifiuta il fronte perche‘ si accorge che e‘ un fatto solo scenografico, illusionistico e depistante: tanto vale, a quel punto, limitarsi a decrittare da un tavolino le bugie della propaganda. E quando, come ai tempi del breznevismo, concludi che una lettura analitica dei media di regime e‘ assai piu‘ illuminante dei fatti, allora sei davvero alla fine del viaggio>>.
A beneficio di alcuni incrollabili commentatori del conflitto siriano.
 
<<Come nel 1914, il destino della Bosnia non riguarda i bosniaci: le cose si decidono altrove. Nei Balcani, le chiavi della guerra e della pace le hanno sempre avute, saldamente, gli altri>>.
Diciamoci la verita‘, e‘ forse diverso il destino della Siria?
Alcuni mesi fa 2 tra i miei migliori amici si sono ritrovati uno di fronte all‘altro, seduti a un tavolo, chiacchierando tra tutti noi. Uno croato, l‘altro siriano. Fatalmente si sono messi a parlare della guerra. Ricordo perfettamente le parole dell‘amico croato: „La mia generazione desiderava andare oltre il regime che era innanzitutto il prodotto di una classe dirigente ormai corrotta.Noi eravamo giovani, volevamo rompere questi schemi. Quando ci e‘ stata prospettata l‘idea di abbandonare i vecchi modelli e gettarci nel mondo moderno, capitalista, ci siamo detti che dovevamo provare, che era la strada verso la liberta‘ e poi una soluzione l‘avremmo trovata, che nessuno poteva fermarci, tantomeno Belgrado. Ora caro mio, io rivedo in te, che sei piu‘ giovane, le stesse sensazioni che provavo io. Ma io l‘ho capito dopo che era una fregatura. Si‘, e‘ un regime, lo era anche il nostro. Ma dovevamo riformarlo noi quel regime, perche‘ tutti quelli che ci hanno aiutato a liberarci, il Vaticano, la Germania e gli altri, l‘hanno fatto per fregarci. Ma quando l‘ho capito era troppo tardi". Al che la risposta dell‘amico siriano e‘ stata: „Ma io lo so gia‘„ (e‘ un amico piuttosto sveglio). Pero‘ ormai e‘ tardi lo stesso.
Quanto a noi, perseverare nel sostegno dei combattenti „buoni" contro i combattenti „cattivi" portera‘ sempre e solo al compimento di questo crudele destino. Non e‘ inviando altre armi in Siria che si puo‘ pensare di fermare o aggiustare il conflitto. Ma sottraendo armi ai gruppi belligeranti, bombardando (se proprio ci piace tanto sganciare qualche bomba) tutti i siti di petrolio della regione per renderli inservibili e smettendo di considerare la Siria un terreno di conquista da parte della Turchia, dell‘Arabia Saudita, dell‘Iran, della Russia, degli Stati Uniti. Non credo che il mondo sia pronto per questo passo, non e‘ quello che vedono i miei occhi. Manca un‘autorita‘ super partes e c‘e‘ sufficiente odio in giro fomentato per nascondere il tipo di partita che questi signori intendono giocare. Le mie idee sono pertanto inattuali. Perlomeno pero‘ non saro‘ parte del gioco di altri.
 
Michelangelo Severgnini

sviluppato dalla MFM - ottimizzato per una visione a 1024x768 su Mozilla Firefox