Oggi pensavo al Medio Oriente. Non è che sia un evento raro. Ma ci sono 3 notizie di quelle grosse che fanno in modo che la mente, sebbene persa nel tran-tran quotidiano, non possa non essere occupata da certe cose.
Nell'ordine: 2 militari italiani sono stati prima catturati e subito dopo tratti in salvo con un blitz in Afghanistan (uno in gravi condizioni); è rimbalzata in Italia la notizia riportata dal Sunday Times secondo cui recentemente Israele avrebbe colpito con dei bombardamenti presunti siti di produzione di armi non-convenzionali nella città di Dayr Az-Zawr (oppure Zowr), nella Siria orientale verso il confine con l'Iraq; Ahmadinejad, presidente iraniano, è in visita ufficiale a New York e oggi ha parlato alla Columbia University sollevando il solito e prevedibile coro di condanne.
Non è facile districarsi tra queste notizie convulse e preoccupanti. Io ci ho provato tutto il giorno sentendo però alla fine la solita impotenza e frustrazione. Leggevo questa mattina sui giornali italiani i commenti di alcuni opinionisti che commentavano la notizia della cattura (ma non ancora della liberazione, avvenuta solo durante la notte) dei 2 militari italiani. Uno di questi si concludeva con queste parole: <<La partita che si gioca a Kabul concerne l'intero Paese e la sua credibilità internazionale>>.
Nulla di originale, probabilmente chi ha scritto queste righe ha fatto un copia-incolla con decine di altri articoli da lui scritti in passato. Riflettevo sul senso di "credibilità internazionale". Ho provato ad un certo punto a sostituire questa espressione con "disponibilità di un Paese a sacrificare la vita di propri concittadini per scopi che i cittadini non conoscono". Sostituendo le due espressioni, le frasi di questo articolo mi tornavano un po' più chiare. E quindi l'articolo ha cominciato a farmi parecchio schifo.
Poi mi sono imbattuto nella notizia riportata dal Sunday Times. Sono stato a Dayr Az-Zawr, nel luglio 2005. Stando a quanto riporta il quotidiano britannico, usufruendo di notizie provenienti dall'intelligence israeliana, la produzione di armi non-convenzionali (tra cui la ricerca del nucleare) sarebbe cominciata nel 2004. Quindi ho pensato: in quella città spazzata dal vento del deserto, attraversata dall'Eufrate, sperduta nel cuore del Medio Oriente, proprio mentre io furtivo (ma non quanto i servizi israeliani) vi soggiornavo, da quelle parti il regime siriano stava producendo armi non-convenzionali e studiava di avvicinarsi alla produzione del nucleare con il know-how nordcoreano (così dice l'intelligence israeliana). Se la cosa non è certa, al momento, però è possibile (dopo il bombardamento dei siti di produzione, un alto funzionario siriano sarebbe volato a Pyongyang, capitale della Corea del Nord). Non posso però apprendere questa notizia senza rievocare le parole che un ragazzo di Deyr Az-Zawr mi disse in quei giorni:
"Esiste un sentimento di dignità perduta, che ormai appartiene a tutti da tempo. Tanto tra i religiosi, quanto tra i non religiosi, tra i vecchi come tra i giovani, tra i colti e tra chi non ha studiato: appartiene a tutti. Sinceramente questo sentimento non è sorto con l’occupazione americana. E’ una questione che risale a molto tempo fa. Il senso di oppressione che sentiamo su di noi in ogni momento della nostra vita è presente già da molto tempo... Noi non siamo una società estremista, siamo una società oppressa. E sinceramente quelli che ci hanno oppresso avrebbero dovuto immaginare come avremmo reagito. E’ una questione molto semplice. E’ una questione di oppressore e oppresso. Come dovrebbe comportarsi l’oppresso con l’oppressore? Tutto qua".
Certo, sono abbastanza sicuro che questo ragazzo sarebbe stato d'accordo con me ad includere tra gli oppressori di cui parla anche Bashar Assad, il dittatore morbido della Siria. Un dittatore succeduto al padre, per via dinastica, come si usa per le monarchie, capace di far spedire nelle carceri siriane chiunque rappresenti un pericolo per il regime, anche se la persona è solo un avvocato e le uniche sue armi sono le parole e la sua intelligenza. Anwar Al-Bounni, uno tra i migliori e più coraggiosi avvocati per i diritti umani in Siria, incontrato a Damasco, è in carcere da quasi 2 anni nell'indifferenza internazionale, con una condanna a 5 anni di reclusione, solo per essere stato tra i 500 intellettuali siriani firmatari di un appello per la revisione degli accordi libano-siriani. Ma vi giuro, non ho incontrato un Siriano, anche tra i più dissidenti, che si sia dichiarato felice di un'invasione americana: "grazie, facciamo da noi", il concetto. Ma come possono fare a progredire verso una condizione di minima rappresentanza popolare se l'Occidente ha solo politiche di muscoli in Medio Oriente, alle quali verranno opposti altri muscoli, altri armamenti e i dittatori saranno così sempre più dittatori, gli oppressi sempre più oppressi, gli oppressori sempre più oppressori?
Non so, spero che questi bombardamenti israeliani su Dayr Az-Zawr siano stati almeno chirurgici.
Intanto dall'altra parte del pianeta Mahmud Ahmadinejad, presidente iraniano, crea scompiglio in una New York sottosopra per il suo passaggio. Domani parlerà all'ONU. Dirà cose normali per quei muri, in fondo. Le stesse che userebbero i suoi interlocutori se fossero dalla sua parte.
Dirà : "Il mio Paese ha diritto a prodursi il nucleare". La stessa frase la potrebbe dire il presidente degli Stati Uniti, o della Francia, o della Russia e di tanti altri Paesi. Dirà: "Perché i Palestinesi devono pagare per l'Olocausto se è stata l'Europa a produrlo?".
Ma dalla sua parte gli interlocutori che avrà domani non sono, gli interessi che difendono sono contrari a quelli che Ahamadinejad difende, perciò il discorso che farà sarà considerato il delirio di un folle. E avranno ragione, in buona parte. Ma nessuno dei due schieramenti difenderà i miei interessi, che con presunzione credo che siano gli stessi della maggioranza schiacciante del Pianeta.
E mi tornano alla mente le parole che don Lorenzo Milani scrisse nella lettera ai Cappellani Militari:
<<... reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri>>.
Stasera vorrei mandare un messaggio a questo lontano amico di Dayr Az-Zawr e dirgli che sarei felice di proclamarmi della sua patria, quella degli oppressi, se non fosse che il Paese in cui mi trovo sta in Occidente. E se non fosse che lui non parla Inglese e io non parlo l'Arabo. E questo è un bel problema.
ps: proprio oggi ho consegnato i documenti per ottenere il passaporto elettronico per gli Stati Uniti: a metà novembre sarò a New York perché Ist'imariyah è in concorso al festival ArteEast.