Marginalmente i notiziari di questi giorni riferiscono di scontri in atto in Iraq tra l'esercito regolare iracheno appoggiato dalle truppe americane contro i definiti ribelli di Moqtada Al Sadr. Marginalmente, per quelli che io considero i soliti 2 motivi. Il primo è che la guerra in Iraq non fa notizia perché, detto francamente, è meglio non parlarne: ci sarebbe solo da vergognarsi di quello che anche l'Italia ha contribuito a fare. Il secondo è che comunque non "attira", o non "attira più", e questo perché l'informazione sul'Iraq che arriva in Italia da 5 anni a questa parte è un'informazione di seconda mano, direttamente attinta dai dispacci militari americani. E come tutte le notizie di seconda mano non è credibile e nemmeno autentica, è approssimativa e genera confusione, assuefazione e infine disinteresse nell'attenzione nazionale.
La guerra in Iraq è la guerra meno raccontata della storia, si è detto. Decine di giornalisti occidentali sono dovuti essere sgozzati o decapitati, altri rapiti e poi rocambolescamente liberati per convincerci che non vale la pena correre tanti rischi per raccontare un posto così pericoloso. Di conseguenza quei pochi avventurosi (?) giornalisti che corrispondono dall'Iraq lo fanno "embedded", ossia inquadrati nelle fila delle truppe americane e pertanto per niente in grado di raccontare il Paese Iraq, ancora meno la sua gente, testimoni solo di una parte del conflitto e per di più con la sola prospettiva dell'occupante. Quindi le informazioni dal fronte americano sono diventate la "notizia", in particolare in quelle province dell'Impero, quale l'Italia è, dove produrre un'informazione indipendente costa troppo se poi le veline sono già pronte e preparate dal Pentagono.
Quindi, si diceva, la guerra in Iraq è la guerra meno raccontata della storia. Sbagliato! Se non è un caso che nessun giornalista si avventuri di sua iniziativa per le città irachene (perché questo è il risultato inseguito e ottenuto dall'amministrazione americana insofferente ai testimoni scomodi), non è un caso nemmeno che centinaia siano i "blog" scritti in Inglese da persone che risiedono nei teatri di guerra. Così anche è per l'Iraq. E, dicevo, non è un caso che scrivano in Inglese. Proprio per aggirare la censura militare americana arrendevolmente accettata dai governi e dai mezzi d'informazione del resto del mondo e per rivolgersi agli spettatori e ai lettori (in una parola: ai cittadini) di quel resto del mondo.
Ho conosciuto Raed Jarrar ad Amman, in Giordania, nel luglio del 2004, di ritorno dall'Iraq. Raed è metà iracheno e metà giordano e, benché di fatto non ci siamo più sentiti in questi anni, non ho mai smesso di seguire il suo blog, in Inglese appunto. Quel pomeriggio ad Amman mi raccontò del suo viaggio nel sud dell'Iraq all'indomani della caduta del regime e dell'ingresso delle truppe americane. Raed è uno dei testimoni più interessanti del conflitto iracheno. Quando non è direttamente in Iraq, resta comunque una voce indipendente e attenta sul conflitto. Lo sanno anche diverse testate internazionali che non di rado lo interpellano.
Propongo qui di seguito una pagina del suo "blog" (tradotta da me dall'Inglese) scritta qualche giorno fa sulle operazioni di guerra in corso nel sud dell'Iraq. Dopo averla letta, prendete un giornale qualunque italiano e confrontate l'articolo che oggi parla di Iraq con questa pagina di Raed. Dopodiché fatevi liberamente un'idea, ogni mio commento aggiuntivo è superfluo. Sono loro (e siamo noi), i "bloggers", i testimoni diretti, coloro che si sforzano di chiamare le cose con il loro nome, ad avermi spinto a realizzare un docu-film come "Isti'mariyah", colonialismo.
Buona lettura:
<<I preparativi per le prossime elezioni in Iraq sono in corso. L’esecutivo iracheno, controllato dai 5 partiti separatisti sunniti, sciiti e curdi vogliono assicurarsi che i loro rivali non vincano le prossime elezioni che si dovrebbero tenere entro ottobre. Ma a differenza di altri preparativi pre-elettorali che includono spot sulle tv e manifesti nelle vie, i separatisti sciiti nell’esecutivo mandano 50mila uomini a Bassora per ammazzare i loro rivali (i nazionalisti sciiti).
Che bell’esempio di democrazia di cui godono gli Iracheni!
Questi preparativi orchestrati da Bush e Maliki sono cominciati dopo che Dick Cheney ha spinto l’esecutivo a far passare una “legge sulle province” la scorsa settimana. Questa nuova legge decide se l’Iraq sarà frammentato in piccole regioni settarie o continuerà a essere un Paese unito con un governo centrale.
Cinque città irachene sono sotto coprifuoco e la gente da tutte le parti del Paese sta partecipando a un’iniziativa nazionale di disobbedienza civile lanciata dal movimento di Moqtada Al Sadr.
Il conflitto sciita-sciita è un eccellente esempio di come la guerra civile irachena sia una guerra politico-economica e non una guerra settario-religiosa così come i mezzi di comunicazione statunitensi stanno ripetendo da anni.
Dire che la guerra iracheno-irachena è una guerra tra Sunniti e Sciiti non ha senso e non significa nulla. Chi sono i Sunniti? Coloro che stanno nell’esecutivo? O la resistenza armata o Al Qaeda? E chi sono gli Sciiti? Al Sadr? O Allawi?
Dire che la la guerra iracheno-irachena è una guerra tra Sunniti e Sciiti è come se qualcuno dicesse che la guerra civile statunitense sia avvenuta tra bianchi e neri o tra protestanti e cattolici.
Sia la guerra civile in Iraq sia quella negli Stati Uniti è/fu causata da divisioni politico-economiche. Tuttavia la maggior differenza è che allora gli Stati Uniti non erano sotto un’occupazione straniera che prendeva le parti di uno schieramento contro un altro, mentre ciò è esattamente quello che sta avvenendo in Iraq.
Immaginate se la Francia o il Regno Unito avessero occupato gli Stati Uniti durante la guerra civile e avessero sostenuto i Sudisti contro gli Unionisti o viceversa: così è come appare oggi la guerra civile in Iraq. Un’occupazione straniera prende le parti di una piccola minoranza di Sunniti e di Sciiti contro la maggioranza di Sunniti e di Sciiti.
Il modo migliore per aiutare gli Iracheni ad affrontare i loro problemi è quello di lasciarli soli>>.
Che bell’esempio di democrazia di cui godono gli Iracheni!
Questi preparativi orchestrati da Bush e Maliki sono cominciati dopo che Dick Cheney ha spinto l’esecutivo a far passare una “legge sulle province” la scorsa settimana. Questa nuova legge decide se l’Iraq sarà frammentato in piccole regioni settarie o continuerà a essere un Paese unito con un governo centrale.
Cinque città irachene sono sotto coprifuoco e la gente da tutte le parti del Paese sta partecipando a un’iniziativa nazionale di disobbedienza civile lanciata dal movimento di Moqtada Al Sadr.
Il conflitto sciita-sciita è un eccellente esempio di come la guerra civile irachena sia una guerra politico-economica e non una guerra settario-religiosa così come i mezzi di comunicazione statunitensi stanno ripetendo da anni.
Dire che la guerra iracheno-irachena è una guerra tra Sunniti e Sciiti non ha senso e non significa nulla. Chi sono i Sunniti? Coloro che stanno nell’esecutivo? O la resistenza armata o Al Qaeda? E chi sono gli Sciiti? Al Sadr? O Allawi?
Dire che la la guerra iracheno-irachena è una guerra tra Sunniti e Sciiti è come se qualcuno dicesse che la guerra civile statunitense sia avvenuta tra bianchi e neri o tra protestanti e cattolici.
Sia la guerra civile in Iraq sia quella negli Stati Uniti è/fu causata da divisioni politico-economiche. Tuttavia la maggior differenza è che allora gli Stati Uniti non erano sotto un’occupazione straniera che prendeva le parti di uno schieramento contro un altro, mentre ciò è esattamente quello che sta avvenendo in Iraq.
Immaginate se la Francia o il Regno Unito avessero occupato gli Stati Uniti durante la guerra civile e avessero sostenuto i Sudisti contro gli Unionisti o viceversa: così è come appare oggi la guerra civile in Iraq. Un’occupazione straniera prende le parti di una piccola minoranza di Sunniti e di Sciiti contro la maggioranza di Sunniti e di Sciiti.
Il modo migliore per aiutare gli Iracheni ad affrontare i loro problemi è quello di lasciarli soli>>.