La stagione del vagabondaggio è cominciata. Questa volta nel senso più letterale del termine possibile. Anche la stanza di Roma sarà smantellata a fine mese. Per ora sono qui sotto al Vesuvio e sono in postazione di montaggio lavorando a "Yakamoz", il "road-movie" da Bari a Istanbul che sarà pronto per la fine dell'anno (chi va piano va sano e lontano).
Mercoledì prossimo, 23 luglio, presso lo Spasimo a Palermo, sarà proiettato "Isti'mariyah" in concorso al "Soleluna Doc Fest".
In questi giorni di eremitaggio in uno studio con vista panoramica sul golfo, sono raggiunto dalle notizie sulla sentenza del tribunale di Genova sui fatti del G8 del 2001. Di 80 imputati tra le cosiddette Forze dell'ordine solo 24 sono i condannati che però tra indulto e prescrizione non sconteranno nemmeno un giorno di carcere. Mi sono chiesto cosa ci sia dopo l'indignazione. Quando uno si indigna vuol dire che di più non può stare a guardare e quindi si accinge a fare qualcosa per cambiare la realtà che ha sotto gli occhi. Ma quando ciò che si è fatto in questi anni per denunciare, raccontare, comunicare ciò che Genova è stata in quei giorni, passano 7 anni e questa è la sentenza? Il verdetto della Corte cancella le ipotesi di crudeltà e tortura. Va bene. Quindi cerco di capire: l'indignazione già c'è stata. C'era in quei giorni per quello che i miei occhi hanno visto e che solo per qualche strana piega della buona sorte non ho subito. L'indignazione c'è stata quando personaggi coinvolti in quella mattanza hanno scalato in questi anni le gerarchie politiche e militari del Paese. Ora questa è la sentenza. Quindi non mi posso nemmeno più indignare, questo già l'ho fatto, non basta più, sono ormai oltre l'indignazione.
Rifletto sulla parola "indignazione". Io mi indigno per quanto successo al G8 a Genova nel 2001 = quanto successo al G8 a Genova nel 2001 è indegno di quella che io considero la mia società = nella mia società quanto successo al G8 di Genova nel 2001 non dovrebbe mai succedere. Poi arriva un giudice e in sostanza mi fa capire che ho sognato = la società in cui vivo è compatibile con quanto io ho visto al G8 di Genova nel 2001 = allora io non appartengo a questa società, non mi rispecchio, non mi riconosco, non vi appartengo. Grazie, bella scoperta! Eh, tant'è.
Qualche giorno fa il caro Enzo da Vicenza mi ha scritto queste righe:
<<Due mesi fa, nel corso dell'assemblea settimanale del presidio No Dal Molin, tenutasi in via speciale in Piazza dei Signori, Vicenza, si evidenziava il significato di "servitù" come riportato dal Vocabolario della Lingua Italiana:
“Nel diritto internazionale, si chiama servitù un diritto reale concernente un determinato territorio e consistente nella limitazione della sovranità di uno stato relativamente a tale territorio, accordata dallo stato stesso a un altro al fine di assicurargli il godimento di un particolare vantaggio.”
Invitavamo a leggere lentamente questa definizione perché è molto esplicita e descrive chiaramente lo stato del nostro territorio.
Constatavamo anche che l'atteggiamento dei politici del nostro paese è diventato di vera "sudditanza" che, sempre dal vocabolario viene chiaramente definita:
“Sudditanza, … vincolo di dipendenza, di inferiorità.”
Sembra di vivere in pieno medioevo dove certi signori (?) atteggiano come "padroni" di tutto e di tutti.
E' pur vero che dalla storia abbiamo imparato che a queste situazioni hanno fatto poi seguito le rivoluzioni, ma molte volte i tempi di sudditanza e servilismo sono stati lunghissimi. Purtroppo, non hanno insegnato nulla. O, meglio, hanno insegnato ad alcuni che queste sono le situazioni ideali per fare i propri affari.
Dobbiamo svegliarci e svegliare chi ci sta accanto>>.