Con le ali ai piedi --- 13 - 03 - 2008 - ISTANBUL (TURCHIA)

E dunque il Viaggio ha cominciato a disvelarsi, con le sue sembianze cangianti, i suoi misteri, le sue sorprese. Il risveglio questa mattina è stato tutt’altro che confortante. La liturgia è stata rispettata fino in fondo, con lo zaino rigorosamente riempito nell’ultima mezz’ora prima di lasciare casa. Ma questa mattina uno stupido imprevisto ha rischiato di mandare quasi tutto all’aria. La sveglia nel telefonino ha suonato puntuale alle 6.30. Il tempo di spegnerla e di riavermi e il telefonino è scomparso. Ho ipotizzato sul momento che in qualche modo nel dormiveglia fosse inavvertitamente cascato dal soppalco (non sarebbe stata la prima volta). Dopo quasi un’ora ancora nessuna traccia. Ormai non c’era più tempo, rischiavo di perdere il volo. Intanto la stanza era finita a soqquadro. Finché, negli ultimi 5 minuti di ricerca disponibili, risalgo sul soppalco e infilo una mano nel sacco della trapunta. Stava proprio lì. Sono fuggito fuori di casa neanche fossi stato il dio Mercurio messaggero con le ali ai piedi. Dietro di me una stanza come dopo una “perquisa” del nucleo antiterrorismo.
Scalo a Bucarest. Cielo coperto. Durante il volo ho terminato di leggere il libro di Milana Terloeva, “Ho danzato sulle rovine”. Ho avuto modo di assistere alla presentazione di questo libro a Roma qualche settimana fa. Milana è una giovane ragazza cecena, che ora risiede a Parigi. In quell’occasione dal pubblico le posi questa domanda:
<<Tu hai appena esposto la differenza tra resistenza cecena e quella che tu chiami deriva terroristica. Qual è la tua opinione circa la regia che sta dietro questa “deriva terroristica” e quindi, per esempio, dietro alcuni episodi quali la strage di Beslan e l’occupazione del teatro Dubrovka di Mosca? Mi riferisco in particolare ad alcune ricostruzioni, giunte fin qui da noi in maniera frammentaria, che vorrebbero i servizi di sicurezza russi coinvolti in entrambi gli episodi.. Qual è la tua opinione a riguardo?>>.
La sua risposta fu perentoria:
<<Non c’è alcun dubbio che i servizi di sicurezza russi siano coinvolti. In Cecenia non puoi camminare per 10 minuti senza che un militare russo non ti controlli i documenti. Com’è possibile che 10 guerriglieri armati fino ai denti possano essere penetrati in una scuola? Non c‘è dubbio neanche però che quei guerriglieri, che io chiamerei terroristi, fossero ceceni>>.
Il tema è quanto mai interessante, ciò di cui Milana parlava in realtà vale da paradigma per la maggior parte degli scenari di conflitto sparsi per il globo. Nelle ultime pagine del libro, quest’oggi, mi sono imbattuto in queste righe che commentano appunto la strage di Beslan, da lei vista dalle televisioni francesi durante il suo primo soggiorno parigino: “Stupefatta, in principio mi sono rifiutata di credere che dei ceceni avessero potuto prendersela con dei bambini, trasgredendo il tabù più profondo della nostra cultura. Ma ho dovuto arrendermi all’evidenza. Era la fine del mondo. Dopo dieci anni di massacri, i dirigenti russi erano riusciti a renderci barbari come loro. Vladimir Putin poteva essere soddisfatto. Eravamo diventati orchi mangiatori di bambini agli occhi del mondo e ai nostri stessi occhi. Le immagini dell’orrore passavano e ripassavano nella mia mente, cancellando in un colpo solo tutte le mie convinzioni”. Anche queste righe mi sono parse paradigmatiche e molto profonde nel descrivere i meccanismi e le leve con cui si costruisce e si alimenta un conflitto.
Richiusa l’ultima pagina del libro, l’aereo ha cominciato a ballare come il ventre di un’odalisca non appena si è portato sopra Istanbul: un tremendo temporale era in corso. Nessun controllo particolare una volta atterrato all‘aeroporto cittadino intitolato al padre della patria: Atatürk.
Autobus fino al quartiere di Taksim, traffico asfissiante come nelle migliori serate di pioggia a Roma, forse peggio. Poi metropolitana fino alla fermata di Sisli. All’uscita mi aspettava Güncel, che però in Turco si pronuncia “Güngel”. E’ un giovane studente fuori sede di Ingegneria, originario della città di Denizli, sud-ovest della Turchia, parla un inglese più che buono. Ci siamo visti per la prima volta questa sera. Ci siamo contattati attraverso la rete. Per le prime notti mi offre il suo divano di casa, poi forse troverò un‘altra sistemazione. E’ molto ospitale e percepisco la sua smania di confrontarsi con un ragazzo italiano e di sapere cosa c’è di diverso e cosa di uguale in Italia rispetto alla Turchia, dal momento che a parte la Romania (<<..lì le cose costano meno..>>) non ha visitato altri Paesi stranieri. Appena arrivati a casa, lui e i suoi 3 coinquilini hanno cominciato a fare le grandi pulizie come dei forsennati. Tra un colpo di aspirapolvere, una stiratina alla maglietta della squadra del Galatasaray di cui è tifoso e una sistemata ai cavi della connessione di rete a penzoloni sopra lo stipite della porta, mi ha chiesto così, a bruciapelo:
<<Mi spieghi che cos’è la "Taranta"? E’ una danza, mi pare?>>.
Stupito da tanta approfondita conoscenza, gli ho raccontato quel che so sulle origini di questo ballo arcaico della Puglia, forse risalenti ai balli greci in onore di Dioniso, il dio misterioso del vino. In ogni caso sabato sera ha detto che mi porta ad una festa dove ci saranno danze turche e musica con strumenti tradizionali e scorreranno alcolici in gran quantità.
<<Vedrai, sarà una bellissima festa. In fondo siamo mediterranei, ci piacciono le stesse cose>>.
Già: la danza, il vino, la baldoria. Ottimi elementi con i quali cominciare le reciproca conoscenza.
Da domani comincerò il giro di telefonate ai contatti che mi sono procurato dall’Italia. Il Viaggio è cominciato.

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