Sembra che in varie parti del mondo in questi giorni si sia scatenata un'ansia da elezioni. Lo scorso fine settimana la Serbia ha votato al ballottaggio per l'elezione del capo di Stato, decidendo per soli 130mila voti di scarto di riconfermare Boris Tadić, filoeuropeista, secondo al primo turno, sfilando all'ultimo la vittoria al radicale nazionalista Tomislav Nikolić, cosa che ai più è sembrato un mezzo miracolo considerando che tra poche settimane (pochi giorni?) il Kosovo dovrebbe proclamare l'indipendenza unilaterale.
Le prime analisi del voto suggeriscono agli esperti serbi la lettura secondo cui siano stati il Sangiaccato e la Vojvodina (territori con una forte presenza rispettivamente musulmana e ungherese), nonché la capitale Belgrado, metropoli europea, a determinare questa insperata vittoria (nonché il nocciolo duro dell'astensionismo, tradizionalmente consistente, che si è deciso a sostenere Tadić al secondo turno: come a dire che i Serbi questa volta hanno davvero raschiato il fondo del barile pur di non ricadere nel nazionalismo anni '90).
Oggi era il cosiddetto "super Tuesday" delle primarie negli Stati Uniti. Nel momento in cui scrivo, tarda serata, devo ammettere che non ho capito chi è in testa tra Barack Obama e Hillary Clinton. In ogni caso poco cambia, la situazione è grosso modo paritaria e la strada è ancora lunga. Gli Americani chiamano queste elezioni primarie con un nome singolare: "caucus". L'origine di questa parola pare dai più fatta risalire alla parola "cau´-cau-as´u", che in lingua Algonquin (idioma autoctono dei nativi americani) significherebbe "consiglio", "assemblea". E con questa ora conosciamo già 2 parole in Algonquin, l'altra è "manhattan", ossia "isola delle colline". Tralascio eventuali commenti sulla delicatezza di tale prestito linguistico, tranne uno: chissà se i coloni abbiano tenuto mai un "caucus" con i nativi americani, tutti insieme per decidere democraticamente come organizzare la convivenza e la ripartizione delle terre. E chissà se ci sia stato un "caucus" anche in Palestina nel 1948, 60 anni fa.
In ogni caso, qualche giorno fa mi sono soffermato sull'ormai celebre discorso di Nashua di Barack Obama nel corso del "caucus" in New Hempshire lo scorso 8 gennaio in cui l'aspirante candidato presidente si è dovuto arrendere di fronte alle lacrime di Hillary Clinton che hanno ribaltato una vittoria data per certa dai sondaggi. Le parole di questo discorso sono diventate addirittura una canzone, cantata e scritta per quanto riguarda la musica da Will.i.am dei Black Eyed Peas. La canzone si chiama "Yes, we can", appunto: "sì, noi possiamo", oppure "ce la possiamo fare", a seconda della larghezza di vedute e di ambizioni di chi la pronuncia.
Per esempio oggi Walter Veltroni ha ripreso e fatto suo lo slogan "Yes, we can". Lui le elezioni non le voleva, ma secondo me dopo tutto non ci dormiva la notte al pensiero di potersi candidare alle elezioni con lo slogan "Yes, we can", battendo sul tempo persino Obama che quello slogan l'ha coniato!!! In fondo gli riuscirà di sorpassare il collega nei libri di storia come il primo candidato-yes-we-can a essere sottoposto al voto degli elettori: altro che ansia elettorale!! Ma dubito che nella sua accezione il significato di questo slogan vada molto al di là del "ce la possiamo fare" (a vincere le elezioni).
Magari anche Obama pensa soltanto a diventare presidente. Oppure magari al contrario quando pronuncia questo slogan pensa davvero a qualcos'altro oltre la mera vittoria elettorale, in uno slancio immaginifico capace di dare speranza ("hope") e portare un cambiamento ("change"), non a caso le parole da lui più usate. Però magari non gli sarà concesso diventare presidente. Oppure se sarà presidente non gli sarà concesso cambiare per davvero. Oppure "speranza" e "cambiamento" sono solo i soliti specchietti per le allodole. Chissà.
In ogni caso questa è la parte conclusiva di quel discorso, la più incisiva, per intenderci quella che è diventata il testo della canzone.
<<Il nostro credo fu scritto dai padri fondatori, che dichiararono il destino di una nazione.
Sì, noi possiamo.
È stato sussurrato da schiavi e abolizionisti, tracciando un sentiero che conduce alla libertà.
Sì, noi possiamo.
È stato cantato da immigrati catturati su lidi lontani, da pionieri che andavano verso ovest in uno deserto spietato.
Sì, noi possiamo.
È stata la chiamata di lavoratori che si sono organizzati; donne che hanno ottenuto il diritto di voto; di un Presidente che ha scelto la luna come nostra nuova frontiera; e del Re, che ci ha condotto alla vetta e indicato la strada per la Terra Promessa.
Sì, noi possiamo ottenere giustizia e uguaglianza.
Sì, noi possiamo ottenere prosperità e opportunità.
Sì, noi possiamo guarire questa nazione.
Sì, noi possiamo riparare il mondo.
Sì, noi possiamo.
Sì, noi possiamo.
È stato sussurrato da schiavi e abolizionisti, tracciando un sentiero che conduce alla libertà.
Sì, noi possiamo.
È stato cantato da immigrati catturati su lidi lontani, da pionieri che andavano verso ovest in uno deserto spietato.
Sì, noi possiamo.
È stata la chiamata di lavoratori che si sono organizzati; donne che hanno ottenuto il diritto di voto; di un Presidente che ha scelto la luna come nostra nuova frontiera; e del Re, che ci ha condotto alla vetta e indicato la strada per la Terra Promessa.
Sì, noi possiamo ottenere giustizia e uguaglianza.
Sì, noi possiamo ottenere prosperità e opportunità.
Sì, noi possiamo guarire questa nazione.
Sì, noi possiamo riparare il mondo.
Sì, noi possiamo.
Sappiamo che la battaglia sarà lunga, ma dobbiamo ricordare che non importa quali ostacoli incontreremo nel nostro cammino, nulla può frapporsi al potere di milioni di voci che chiedono il cambiamento.
Un coro di cinici ha detto che non possiamo farlo... l'hanno solo gridato più forte e in modo stonato... Ci hanno chiesto di fermarci e guardare la realtà. Siamo già in guardia contro chi offre al popolo di questa nazione false speranze.
Ma nella strana storia che è l'America, la speranza non è mai stata delusa.
Ora le speranze della bambina che va a scuola in un sobborgo di Dillon, sono gli stessi sogni del ragazzo che studia nelle strade di Los Angeles; noi ricorderemo che qualcosa è cambiato in America; non siamo così divisi come ci dicono i politici; siamo un unico popolo; una nazione; e - insieme - inizieremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che risuoneranno da costa a costa, dal mare al mare splendente:
Sì. Noi. Possiamo>>.
Un coro di cinici ha detto che non possiamo farlo... l'hanno solo gridato più forte e in modo stonato... Ci hanno chiesto di fermarci e guardare la realtà. Siamo già in guardia contro chi offre al popolo di questa nazione false speranze.
Ma nella strana storia che è l'America, la speranza non è mai stata delusa.
Ora le speranze della bambina che va a scuola in un sobborgo di Dillon, sono gli stessi sogni del ragazzo che studia nelle strade di Los Angeles; noi ricorderemo che qualcosa è cambiato in America; non siamo così divisi come ci dicono i politici; siamo un unico popolo; una nazione; e - insieme - inizieremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che risuoneranno da costa a costa, dal mare al mare splendente:
Sì. Noi. Possiamo>>.
Coloro che risultano essere sensibili agli slanci utopisti sono rimasti colpiti da questo discorso, in qualunque angolo del pianeta si trovassero, di qualunque nazionalità fosse il proprio passaporto.
Il dubbio rimane: forse che quanto più irriducibile sia il malcontento della gente tanto più funambolica e subdola deve essere la lusinga del politico per ottenere il voto dei cittadini? Barack Obama la chiama "false hope", falsa speranza, quindi se ha sentito il bisogno di nominarla sa bene che i cittadini americani è questo che temono. Motivo sufficiente per sottoscrivere un "nulla osta a procedere" per i prossimi 5 anni? Io i dubbi me li terrei, così come non delegherei ad altri il privilegio di realizzare o tradire le mie speranze.
E non poteva passarmi inosservato un altro passaggio di questo discorso: "Yes, we can repair this world", "sì, noi possiamo riparare questo mondo". Francamente trovo insolente questo americacentrismo, figlio in salute dell'eurocentrismo, nipote dello sciovinismo ingenuo e subdolo di ogni tempo e luogo. Il discorso, per altro, si era già fatto: novembre scorso, New York, "veterani e filantropi", e anche nelle parole di Basma in "unfamiliar".
Se si revocasse il diritto all'espatrio a politici e imprenditori (in particolare i commercianti di armi) in 50 anni potremmo lasciare ragionevolmente che la maggioranza dei problemi del mondo si riparino da soli. Tutto il resto è solo pretesto per farsi indebitamente gli affari degli altri. Filantropi erano i Francesi in Algeria, gli Italiani Libia, Bush in Iraq. Prima si esportava la civiltà, ora che quel minimo di tecnologia è arrivata quasi ovunque, si esporta la democrazia. Obama, se sarà presidente, come lo intende riparare il mondo? Rabbrividisco..