C'era un poster in casa quando ero bambino. Era una disegno di fantasia che rappresentava un giorno di festa a più livelli. Non era realistico, intendeva solo raffigurare nello stesso disegno più scene e azioni che si svolgevano contemporaneamente e parallelamente, appunto, in un giorno di festa. In particolare in ognuna di queste azioni e scene c'erano di mezzo dei cavalli, perché allora loro erano gli unici miei beniamini.
C'erano quindi i cavalli che correvano all'ippodromo e la gente che tifava dagli spalti. C'erano i cavalli che saltavano gli ostacoli e anche qui la gente faceva il tifo dagli spalti. C'erano poi i cavalli del circo, quelli che portavano sulla groppa dei bambini e quelli che si perdevano per il sentiero del bosco portando delle allegre persone in una passeggiata nella natura. Tutte queste scene e azioni erano racchiuse nello stesso disegno, che era un poster appeso da qualche parte in casa quando ero bambino.
Non so perché ma ho sempre pensato che quel disegno fosse il frutto di pura fantasia, non solo per la prospettiva palesemente arbitraria che permetteva di accostare numerose scene come se fossero tutte in primo piano. Ho sempre pensato che quel disegno fosse il frutto di pura fantasia perché vi era rappresentato un ozio armonico collettivo irreale. Per lo meno nella società in cui fin da piccolo sono cresciuto. C'era qualcosa di irreale, nei sorrisi delle persone, per non parlare dei sorrisi dei cavalli. Ho sempre pensato pertanto che ci fosse una sorta di candida stupidità di quella che si profonde in abbondanza nei libri per bambini.
Eppure, per un attimo, domenica scorsa, dal ponte sull'Elba, tifando per la nostra "Turbo Ente", la "turbo paperella", ho come sentito di ritrovarmi in quel disegno. Migliaia di persone celebravano l'ozio in maniera armonica e parallela. Candida, stupida. Chi si buttava da una gru con il "body-jumping", chi (come noi) esibiva cartelli di incitamento per una paperella di plastica portata dalla corrente in una competizione a scopo benefico, chi trincava birra al "Biergarten" lungo il fiume, chi effettivamente passeggiava a cavallo lungo la sponda, soprattutto bambini che facevano il giro sui pony, chi gonfiava mongolfiere che da lì a poco si sarebbero alzate per il cielo, chi suonava il "didjeridoo" sul ponte, chi se ne stava semplicemente sdraiato sull'erba, chi giocava a scacchi ai tavolini, chi saltava con lo "skate-board". Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, mamme, uomini e vecchi. Tutto in un colpo d'occhio, dal ponte sull'Elba, come nel disegno che stava appeso in casa quando ero bambino. Una collettività armonica che si dà all'ozio. Fianco a fianco. Si auto-legittima, si auto-riconosce, si auto-stima.
Lo scenario era ciò su cui si affaccia la "Brühlsche Terrasse", anche detta la "terrazza d'Europa", un'insenatura dell'Elba nella cui parte interna un grande prato declina dolcemente verso le acque del fiume offrendo il posto ideale per l'ozio, disposti di fronte al fiume e quindi, sull'altra sponda, ai principali e tipici monumenti di Dresda. Una cartolina ottocentesca, quasi immobile, bastante a se stessa, da osservare. Eppure in un attimo sentirsi trascinare dall'euforia della festa, a testa in su ammirando i fuochi d'artificio con sfondo di luna piena dalla riva del fiume.
Per la cronaca la "Turbo Ente" non è arrivata nemmeno tra le prime 10 posizioni. Sarà stata recuperata dall'organizzazione e forse conservata per l'anno prossimo. Ma in fondo, il fine dell'ozio è l'ozio stesso, un momento in cui non c'è vittoria, perché semplicemente non c'è una fine, ma solo un attimo eterno.