Canovaccio all'italiana --- 23 - 02 - 2008 - ROMA

Il mondo in questo periodo sembra volgere lo sguardo all'Italia come di fronte a un teatrino surreale, di quelli che si incontrano nei parchi pubblici durante i giorni di festa. E' pronto a provare incredulità, commiserazione (finanche pietà), e infine, nel momento più disperato del canovaccio, all'improvviso, stupore per l'inatteso lieto fine. E' la trama perfetta, già conosciuta, collaudata, che sempre funziona e sempre si rinnova. E appassiona gli stranieri. In questo momento abbiamo già lasciato alle spalle l'incredulità, stiamo efficacemente provocando commiserazione e presto, gli stranieri lo sanno, ci appresteremo a destar loro stupore. Ecco perché in questo periodo si registra un picco di attenzione nei confronti del nostro Paese.
Un momento però. Perché lo stupore è tanto più grande quanto inatteso. Pertanto ha bisgono dell'imprevedibilità, che significa che l'agonia va prolungata finché è possibile. Ed è a questo punto che l'Italiano dà il meglio di sé. Stanno tutti aspettando un colpo di scena che non arriva. E più non arriva e più la situazione precipita. E più la situazione precipita e più l'attesa aumenta. E più l'attesa aumenta e più, in quell'attimo "prima di" che si protrae all'infinito, sarà possibile e lecito ciò che in altri momenti non lo è, sarà possibile tramare l'impensabile e svendere sottobanco mentre tutti stanno guardando altrove in trepida attesa. E mentre c'è che agonizza e chi osserva, c'è chi svende e chi colonizza: il banchetto è pronto, l'Italia è da sempre una rendita sicura. "Al peggio non c'è mai fine", noi lo sappiamo bene. E quando una fine arriva, il famoso colpo di scena che tutto risolve(rebbe), è solo per ricominciare tutta daccapo la discesa. Come dicevo, è la trama perfetta.
E gli stranieri gongolano, gli piace tanto. Non s'è fatta sfuggire l'occasione la rivista britannica Newsweek con un "reportage" nell'ultimo numero dal titolo: "Italia: agonia e estasi". La foto di copertina del settimanale è dedicata all'emergenza rifiuti a Napoli, con una montagna di spazzatura che lascia intravedere sullo sfondo un tranquillo lungomare dove la gente beatamente passeggia ai tiepidi raggi del sole di febbraio. Per gli stranieri è un richiamo pressoché infallibile, l'acquolina aumenta. In altri secoli, in simili situazioni di sbando nazionale, le cancellerie europee starebbero già sgomitando e i loro eserciti già scalpitando. Ma oggi siamo nell'Unione Europea, nessuno più qui invade nessuno. La delegittimizzazione a determinare le sorti del suolo su cui si è nati ci viene stabilita attraverso movimenti bancari e acquisizioni finanziarie.
La tesi di Newsweek è questa: l'Italia è in agonia ma gli Italiani sostengono che stanno benone. Infine, gran finale: invettiva contro la gonna della mamma, dove gli Italiani correrebbero per mettersi al riparo dalle leggi della collettività. Interessante. Ancorché antropologia spicciola e interessata. Loro infatti non sanno che tra Italiani non sono vietate le gonne delle mamme degli altri. "Sotto la gonna della mamma" è un posto familiare per tutti noi, come uno ci si va a nascandere, così un altro può andare a tirarlo fuori, è sempre stato un luogo pubblico. Ma gli Inglesi sono gente pudica e non capiscono che il punto non è questo.
Le montagne di rifiuti sono una conseguenza della malapolitica? Sì. Sono il sintomo di un società allo sbando? Può darsi. Ma più ancora che una conseguenza o un sintomo, sono un messaggio. Possibile che in Campania non prevalga ancora la rabbia? Possibile che a tanto arrivi la sopportazione della gente? Possibile che si possa scendere così in basso? Il fatto è che quando vie di uscita non ce ne sono, a prevalere è l'esibizione dell'autolesionismo.
Ma quando arriva questo benedetto colpo di scena? Newsweek se lo domanda così come la maggioranza dei perditempo sparsi in tutto il Pianeta. Ma il colpo di scena non arriva perché il piacere dei napoletani sta tutto lì, nel decidere almeno quanto a lungo debba protrarsi l'agonia, visto che alternative non ce ne sono al giogo degli usurpatori.
Intanto i rifiuti sono in prima pagina. A fare attenzione, c'è una corrispondenza tra i napoletani e i redattori di Newsweek, parlano lo stesso linguaggio, ma forse non lo sanno. Quei rifiuti stanno lì non perché non si sappia dove metterli, ma perché sono il corpo del messaggio. Messaggio di un disagio profondo, di una fiera rassegnazione, quella che spinge il napoletano (non tutti) a gettare la carta a terra anche in tempo di perfetto funzionamento della nettezza urbana. E' la mortificazione di se stessi e del proprio territorio. E' un autolesionismo sbattutto in faccia al carnefice. E' una lotta sottile giocata in bilico tra la provocazione della vittima e l'indignazione del (falso) estraneo ai fatti. E' una sfida: se non posso salvare me stesso almeno ti dimostro di sapermi fare male da solo più di quanto tu possa fare a me. Ed è qualcosa anche di molto tipico: è la sceneggiata napoletana. E' il segno di una rinuncia a gestire se stessi in una terra di nessuno dove scorrazzano i predoni. Una terra dove il peggio è sempre annuncio di nuove colonizzazioni. Questo Inglesi e Americani lo sanno bene, perché riconoscono l'odore dell'agonia dei Paesi a notevole distanza e cominciano ad alzarsi in volo e fare ampi cerchi sopra la vittima predestinata.
E questo, come scrivevo in apertura, è quell'attimo che si protrae all'infinito, è la vittima che muore e non muore, è la quieta prima della tempesta, è il caos calmo. Ma la banda è già pronta, il prossimo usurpatore ha già gli stivali lucidi, gli spettatori fremono, qualcosa sta per accedere, siamo pronti a morire un'altra volta?

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