In questa giornata di calma apparente, il tempo, che passa avanti anche quando si sta fermi, consegna 2 anniversari. Oggi è il 60esimo della "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo", siglata a Parigi il 10 dicembre del 1948. Non possiamo sottrarci oggi a un pensiero, tanto meno io che scrivo dalla Turchia, che quei diritti dichiarati universali sono stati il risultato e l'iniziativa di un percorso culturale occidentale. Un percorso sclerotico, perché l'essere arrivati a dichiarare universali alcuni diritti non è stata la dimostrazione affatto di una ingenita predisposizione e di uno stretto rispetto degli stessi da parte delle società occidentali che oggi stesso sono la morsa di tarantola che opprime il resto del mondo. Per questo l'obiettivo è fallito, non solo per una conta degli episodi storici di sfruttamento da parte di quella società che ha guidato alla stesura di quegli stessi diritti, ma proprio perché averli stesi non ha dimostrato nessuna particolare vocazione di quella società a rispettarli: semmai il contrario.
Io questo anniversario lo celebro a letto, come sono ormai da 3 giorni, e non per una malattia febbrile e contagiosa del corpo, ma per una sofferenza dell'anima. Ma poco cambia. E lo celebro con le voci dei bambini e delle donne indaffarate e petulanti nel vicolo qui sotto, in un quartiere di Istanbul chiamato Tarlabaşı. Qui sulla via abitano solo famiglie "rom". Ed è strano, perché c'è un clima di gioiso e rispettoso vicinato tra noi, con i colori, gli odori e i rumori che transitano da un muro all'altro compenetrandosi senza che nessuno debba prendere in mano un fucile per sparare al vicino di casa perché "disturbato", semmai al contrario il rapporto è: "alza quella radio, suona più forte, fammi assaggiare un po' quello che hai cucinato". Ed è emblematico che la rottura con il mio passato recente di "promettente documentarista italiano in tv" si sia consumata su un lavoro sui "rom" in Italia, che (come dicono loro) "portano via i bambini, riducono in schiavitù ed entrano nelle case a rubare..". Qui la porta è sempre aperta e per strada ci sono solo "rom" eppure siamo parte di loro. A pensarci è divertente.
E mentre mi preparo un'altra sigaretta e tiro su la coperta dai piedi con il portatile sulle gambe penso che 10 anni fa esatti mi trovavo a Pristina in Kosovo a manifestare per una guerra che per niente al mondo si sarebbe evitata solo perché stava già scritto non perché fosse necessaria, non perché fosse la scelta migliore, non perché fosse inevitabile.
Ma le cose a volte vanno così, hanno un loro tragico destino segnato anche se c'è chi crede che quella non sia la strada migliore, anche se c'è chi cerca di battersi per riscrivere l'epilogo in tutt'altra forma. Cosa rimane di quei giorni, la testimonianza? Cosa me ne faccio della testimonianza?
E in un balzo acrobatico tra le cose del mondo e le cose personali, tra il tempo e lo spazio, provo le stesse sensazioni oggi, adesso. Cosa me ne faccio della testimonianza se il destino è già segnato? Cosa me ne faccio delle mie convinzioni, dei miei sentimenti, se poi la realtà va da un'altra parte? Cosa me ne faccio della mia impotenza, come la reinvesto nel futuro?
E un pensiero che oggi non posso fare a meno di fare è che essere qui oggi è un po' un prolungamento di quei viaggi balcanici, di quella strana piacevole sensazione di camminare su strade fangose d'inverno tra il vapore delle cucine dei piccoli esercizi sulla via, tra gente che parla lingue che a fatica capisco, sentendomi solo eppure al centro di me stesso. Istanbul non è altro che questo. Solo che nessuna persona che mi abbia amato è mai stata capace di amare anche le mie fughe. Forse tutto questo va indietro di molti, moltissimi anni, quando molto piccolo me ne scappavo dalla vista di mia madre per andarmi a mischiare a sconosciuti, mettermi lì in silenzio ed ascoltare ed osservare. Non ho mai pensato all'apprensione di mia madre quando non mi trovava e anche oggi sembra che non mi accorga della delusione di chi mi sta vicino. Vagli a spiegare che non è una fuga da loro. Vagli a spiegare che dopo una fuga c'è sempre un ritorno.
E oggi c'è un ultimo anniversario da celebrare: è un mese esatto da quando sono arrivato qui. I dubbi mi intasano la mente. C'è una convinzione che si fa strada come un virus tra i miei pensieri che forse questa non sia stata la scelta migliore. Che il mio posto in questi mesi non era qui a Istanbul. Ma forse adesso è ormai anche troppo tardi per pensarlo. E ormai sono qui, piantato a letto da 3 giorni, con Bob Marley che mi canta nelle orecchie: "It's been a long long time, I get this message for you, girl. But it seems I was never on time, still I wanna get through to you, girl. On time,on time". Una foto davanti agli occhi, occhi ormai che hanno versato tutto quello che avevano. Incapace di andare avanti e incapace di andare indietro.