<<No, non ho mai avuto paura della censura del regime. Quella era gente che proveniva dal deserto, cresciuti con la mentalità beduina e poi convertiti al servilismo e al culto del dittatore. Non capivano nulla di arte. Certo, venivano, guardavano con sospetto le mie sculture, poi mi chiedevano cosa rappresentassero, con l’aria di chi finge di aver capito benissimo, ma in realtà si arrampica sugli specchi in cerca di un qualsiasi pretesto cui attaccarsi. Io davo delle risposte così, un po’ strampalate e ancora più sofisticate delle mie opere. Sofisticate le mie opere lo erano per davvero per loro, ma per me le mie sculture sono solo arte, un linguaggio molto distante dal loro. Alla fine se ne andavano, mezzi convinti, ma alla fine con un gran mal di testa, più che altro desiderosi di sbrigare la pratica “Bassem”>>.
Queste parole sono di Bassem Hamed Al-Dawiri, scultore iracheno membro dell’Associazione degli Artisti Iracheni, fondatore dell'associazione "Survivors' Group", gruppo dei sopravvissuti. Bassem avrebbe oggi 34 anni.
<<E ora invece: non hai paura della guerra, del terrorismo, dei soldati americani, delle autobomba?>>.
<<Non posso. Hai mai camminato lungo il Tigri? Vedi, è lui che ha vegliato la nostra crescita. In fondo al fiume sono depositate tutte le immagini, tutti gli attimi, tutti i fatti che si sono verificati nella Storia. E lì in fondo giacciono anche le storie di ognuno di noi, cittadini di Baghdad. Certo, a volte sarei tentato di abbandonarmi allo sconforto. Poi guardo il Tigri, il fiume, e vedo che lui è sempre lo stesso, lui raccoglie tutto ciò che accade, lo raccoglie sul suo fondale, che siano immagini, fatti, gesti, parole, e li conserva. Lui ne ha viste di cose nei secoli della Storia, splendori e miserie, tempo di pace e tempo di guerra, eppure guardalo, è rimasto sempre se stesso. E anche adesso, guardalo, credi che si spaventi per tutte queste cose che succedono adesso? No. Scoppiano le autobomba, la gente salta per aria, oppure stenta ad arrivare a sera, le ingiustizie sono a tutti gli angoli delle strade, eppure ancora il Tigri placido scorre e quando penso a lui mi convinco che tutto passerà e mi rassereno>>.
Era una torrida mattina di un giorno come tanti di luglio del 2004 a Baghdad, al piano superiore della Biblioteca Nazionale, ormai ridotta ai muri portanti, bruciacchiati, le scale sospese per aria e pericolanti. Tutto era spettrale dopo i ripetuti incendi che l’avevano sventrata eppure Bassem si aggirava come se si sentisse a suo agio tra quegli ambienti. Bassem sembrava voler bene a quei muri, tra i quali ormai restavano solo cumuli di cenere e polvere del deserto.
Era una torrida mattina di un giorno come tanti a Baghdad. In quel luglio del 2004 il mondo girava in un banale e scontato susseguirsi di eventi. Immagino che in Italia le spiagge fossero affollate in quei giorni, immagino che in Spagna le “plazas de toros” fossero gremite di gente in delirio, immagino, per dire, che le sponde di quasi tutti i fiumi del mondo fossero popolate di pescatori immersi nella quiete in adorazione della loro canna da pesca protesa sulle acque. Il mondo girava nel modo più banale e ripetitivo cui si può pensare. A Baghdad quasi tutti i giorni scoppiava un’autobomba e una decina di persone saltavano per aria: tutto normale insomma. E Bassem rispondeva alle nostre domande:
<<Ma come ti è venuto in mente di costruire una statua per la piazza “Al Firdaus”?>>.
<<Mah, è stata una cosa spontanea. Ci siamo accorti che il mondo guardava Baghdad come da uno spioncino, alloggiato comodamente nelle stanze dell’hotel Palestine, l’hotel dei giornalisti superprotetto, guardandosi bene dall’aggirarsi per le strade della città. I giornalisti si affacciavano furtivi sulla terrazza dell’hotel e da lì realizzavano i loro servizi, con la piazza alle spalle e montando a volte le immagini girate il giorno prima per le strade di Baghdad dai cineoperatori locali che rischiano la loro vita per poche immagini di copertura, sempre che il servizio sia abbastanza lungo da averne bisogno. Facci caso, quando vedi un servizio dall’Iraq, gli Iracheni, almeno quelli che non giacciono a terra morti, sono come pesci in un acquario: c’è sempre un capannello di persone che parla, lo si può capire dalla bocca che si muove, ma cosa staranno dicendo mai? Non si sa, come pesci in un acquario sono senza sonoro. Il sonoro lo mette il giornalista che realizza il servizio e parla dalla terrazza dell’hotel. Qualsiasi cosa abbiano detto gli Iracheni, il giornalista si è già preparato un discorso da sovrapporre. Per questo abbiamo pensato di lanciare un messaggio al mondo che non fosse la nostra voce sempre coperta dalla voce dei giornalisti. Così ci siamo detti: “Il piedistallo dove un tempo stava la statua di Saddam, proprio lì in piazza Al Firdaus, davanti alla terrazza dei giornalisti, è rimasto vuoto. Costruiamo una bella statua, l’andiamo a mettere proprio lì sul piedistallo, una statua che comunichi al mondo che qui a Baghdad ci sono persone che vivono, lavorano e amano. In questo modo tutte le televisioni del mondo saranno costrette a riprendere questa statua posta nel mezzo della piazza e così il nostro messaggio raggiungerà tutte le case del mondo, un messaggio diverso da quello che la gente è abituata a ricevere da Baghdad“. Così io ho realizzato questa statua e quando è stata pronta, con alcuni amici l’abbiamo portata lì e l’abbiamo issata sul piedistallo, noncuranti del carro armato che presidia la piazza. La gente ci guardava un po’ sorpresa, ma nessuno ha detto niente e noi siamo riusciti nel nostro proposito>>.
Il mondo girava con il suo solito modo di essere perfettamente ripetitivo e uguale a se stesso, pressoché in ogni angolo del mondo. Eppure, per un attimo, al sentire queste parole, mi sembrò che il mondo si fermasse per un attimo, che il rumore che imperversava per la strada si facesse silenzio, come se tutti quanti si fossero fermati a sentire quello che Bassem aveva da dire.
Bassem ora è in fondo al Tigri a godere di quella piena tranquillità che il fiume gli ha da sempre raccontato. Un pneumatico scoppiato. Mentre guidava in località Kut lo scorso 18 settembre, mai fermo, placidamente e inarrestabilmente, come le acque del Tigri. Un banale pneumatico scoppiato. Oppure la guerra è anche questo: pneumatici logori, strade dissestate e altre priorità sempre davanti per pensare alla strada, per pensare ai pneumatici. La macchina diventa incontrollabile e si rovescia. Laddove non è arrivata l’indifferenza del mondo, laddove non sono arrivate le autobomba, è arrivato un banale pneumatico.
Però, se il Tigri avesse un volto, qualsiasi volto possa essere, mi immagino la smorfia di fronte a Bassem, un sorriso di riconoscenza e forse qualche parola sussurrata: “Vieni qui, figlio mio, prendi posto tra tutte le persone di animo buono che hanno vissuto, lavorato e amato sulle mie sponde. Tu figlio prediletto che hai speso le tue giornate tra le giornate più tristi di questa bellissima città chiamata Baghdad. Vieni, guarda con me, dal fondale, tutto quello che succede e pensa, qualsiasi cosa accada, che sempre io placido scorrerò e tu sempre placidamente dalla mia corrente sarai cullato”.
Caro Bassem, anche dentro di me c’è un posto che ho lasciato vuoto perché tu lo possa sentire tuo ogniqualvolta ti venga voglia di venirmi a trovare e a raccontarmi cosa Baghdad ti ha mostrato e cosa lo scorrere lento e eterno delle acque ti ha raccontato. Vieni, ogni tanto, quando ti capita, perché ho così tanto bisogno di qualcuno che mi ricordi dello stupido affannarsi della gente, dell’egoismo di chi ha una soluzione a tutto e attenzione per nessuno, che non esiste paura per chi sa che tutto scorre, che i riflessi del sole sulle acque del fiume sono la gioia dell’oggi e niente altro più importa su questa terra. Addio, Bassem. La pace sia con te.
Queste parole sono di Bassem Hamed Al-Dawiri, scultore iracheno membro dell’Associazione degli Artisti Iracheni, fondatore dell'associazione "Survivors' Group", gruppo dei sopravvissuti. Bassem avrebbe oggi 34 anni.
<<E ora invece: non hai paura della guerra, del terrorismo, dei soldati americani, delle autobomba?>>.
<<Non posso. Hai mai camminato lungo il Tigri? Vedi, è lui che ha vegliato la nostra crescita. In fondo al fiume sono depositate tutte le immagini, tutti gli attimi, tutti i fatti che si sono verificati nella Storia. E lì in fondo giacciono anche le storie di ognuno di noi, cittadini di Baghdad. Certo, a volte sarei tentato di abbandonarmi allo sconforto. Poi guardo il Tigri, il fiume, e vedo che lui è sempre lo stesso, lui raccoglie tutto ciò che accade, lo raccoglie sul suo fondale, che siano immagini, fatti, gesti, parole, e li conserva. Lui ne ha viste di cose nei secoli della Storia, splendori e miserie, tempo di pace e tempo di guerra, eppure guardalo, è rimasto sempre se stesso. E anche adesso, guardalo, credi che si spaventi per tutte queste cose che succedono adesso? No. Scoppiano le autobomba, la gente salta per aria, oppure stenta ad arrivare a sera, le ingiustizie sono a tutti gli angoli delle strade, eppure ancora il Tigri placido scorre e quando penso a lui mi convinco che tutto passerà e mi rassereno>>.
Era una torrida mattina di un giorno come tanti di luglio del 2004 a Baghdad, al piano superiore della Biblioteca Nazionale, ormai ridotta ai muri portanti, bruciacchiati, le scale sospese per aria e pericolanti. Tutto era spettrale dopo i ripetuti incendi che l’avevano sventrata eppure Bassem si aggirava come se si sentisse a suo agio tra quegli ambienti. Bassem sembrava voler bene a quei muri, tra i quali ormai restavano solo cumuli di cenere e polvere del deserto.
Era una torrida mattina di un giorno come tanti a Baghdad. In quel luglio del 2004 il mondo girava in un banale e scontato susseguirsi di eventi. Immagino che in Italia le spiagge fossero affollate in quei giorni, immagino che in Spagna le “plazas de toros” fossero gremite di gente in delirio, immagino, per dire, che le sponde di quasi tutti i fiumi del mondo fossero popolate di pescatori immersi nella quiete in adorazione della loro canna da pesca protesa sulle acque. Il mondo girava nel modo più banale e ripetitivo cui si può pensare. A Baghdad quasi tutti i giorni scoppiava un’autobomba e una decina di persone saltavano per aria: tutto normale insomma. E Bassem rispondeva alle nostre domande:
<<Ma come ti è venuto in mente di costruire una statua per la piazza “Al Firdaus”?>>.
<<Mah, è stata una cosa spontanea. Ci siamo accorti che il mondo guardava Baghdad come da uno spioncino, alloggiato comodamente nelle stanze dell’hotel Palestine, l’hotel dei giornalisti superprotetto, guardandosi bene dall’aggirarsi per le strade della città. I giornalisti si affacciavano furtivi sulla terrazza dell’hotel e da lì realizzavano i loro servizi, con la piazza alle spalle e montando a volte le immagini girate il giorno prima per le strade di Baghdad dai cineoperatori locali che rischiano la loro vita per poche immagini di copertura, sempre che il servizio sia abbastanza lungo da averne bisogno. Facci caso, quando vedi un servizio dall’Iraq, gli Iracheni, almeno quelli che non giacciono a terra morti, sono come pesci in un acquario: c’è sempre un capannello di persone che parla, lo si può capire dalla bocca che si muove, ma cosa staranno dicendo mai? Non si sa, come pesci in un acquario sono senza sonoro. Il sonoro lo mette il giornalista che realizza il servizio e parla dalla terrazza dell’hotel. Qualsiasi cosa abbiano detto gli Iracheni, il giornalista si è già preparato un discorso da sovrapporre. Per questo abbiamo pensato di lanciare un messaggio al mondo che non fosse la nostra voce sempre coperta dalla voce dei giornalisti. Così ci siamo detti: “Il piedistallo dove un tempo stava la statua di Saddam, proprio lì in piazza Al Firdaus, davanti alla terrazza dei giornalisti, è rimasto vuoto. Costruiamo una bella statua, l’andiamo a mettere proprio lì sul piedistallo, una statua che comunichi al mondo che qui a Baghdad ci sono persone che vivono, lavorano e amano. In questo modo tutte le televisioni del mondo saranno costrette a riprendere questa statua posta nel mezzo della piazza e così il nostro messaggio raggiungerà tutte le case del mondo, un messaggio diverso da quello che la gente è abituata a ricevere da Baghdad“. Così io ho realizzato questa statua e quando è stata pronta, con alcuni amici l’abbiamo portata lì e l’abbiamo issata sul piedistallo, noncuranti del carro armato che presidia la piazza. La gente ci guardava un po’ sorpresa, ma nessuno ha detto niente e noi siamo riusciti nel nostro proposito>>.
Il mondo girava con il suo solito modo di essere perfettamente ripetitivo e uguale a se stesso, pressoché in ogni angolo del mondo. Eppure, per un attimo, al sentire queste parole, mi sembrò che il mondo si fermasse per un attimo, che il rumore che imperversava per la strada si facesse silenzio, come se tutti quanti si fossero fermati a sentire quello che Bassem aveva da dire.
Bassem ora è in fondo al Tigri a godere di quella piena tranquillità che il fiume gli ha da sempre raccontato. Un pneumatico scoppiato. Mentre guidava in località Kut lo scorso 18 settembre, mai fermo, placidamente e inarrestabilmente, come le acque del Tigri. Un banale pneumatico scoppiato. Oppure la guerra è anche questo: pneumatici logori, strade dissestate e altre priorità sempre davanti per pensare alla strada, per pensare ai pneumatici. La macchina diventa incontrollabile e si rovescia. Laddove non è arrivata l’indifferenza del mondo, laddove non sono arrivate le autobomba, è arrivato un banale pneumatico.
Però, se il Tigri avesse un volto, qualsiasi volto possa essere, mi immagino la smorfia di fronte a Bassem, un sorriso di riconoscenza e forse qualche parola sussurrata: “Vieni qui, figlio mio, prendi posto tra tutte le persone di animo buono che hanno vissuto, lavorato e amato sulle mie sponde. Tu figlio prediletto che hai speso le tue giornate tra le giornate più tristi di questa bellissima città chiamata Baghdad. Vieni, guarda con me, dal fondale, tutto quello che succede e pensa, qualsiasi cosa accada, che sempre io placido scorrerò e tu sempre placidamente dalla mia corrente sarai cullato”.
Caro Bassem, anche dentro di me c’è un posto che ho lasciato vuoto perché tu lo possa sentire tuo ogniqualvolta ti venga voglia di venirmi a trovare e a raccontarmi cosa Baghdad ti ha mostrato e cosa lo scorrere lento e eterno delle acque ti ha raccontato. Vieni, ogni tanto, quando ti capita, perché ho così tanto bisogno di qualcuno che mi ricordi dello stupido affannarsi della gente, dell’egoismo di chi ha una soluzione a tutto e attenzione per nessuno, che non esiste paura per chi sa che tutto scorre, che i riflessi del sole sulle acque del fiume sono la gioia dell’oggi e niente altro più importa su questa terra. Addio, Bassem. La pace sia con te.