Sono tornato sulle sponde dell'Elba, per un periodo di estraniazione, lontano dalle beghe italiane, un periodo in cui ripensare, riprogettare, riposare (?) ma in fondo no, perché da qui vorrei che nascessero cose nuove. La lingua tedesca innanzitutto. Pensare se stessi in un altro modo, immaginare un'altra vita, praticare la distanza, che poi non è altro che la vicinanza ad altre cose.
La prima serata è cominciata con il botto. Una splendida festa in un palazzo del centro della città. Un'atmosfera piena di fascino, avvolta in una bolla spazio-temporale. L'odore del carbone tra le prime cose. Talvolta camminando per le strade di Dresda sento l'odore del carbone, ancora qui lo si usa per scaldarsi d'inverno, non tutti, ma qualcuno. E mi fa sentire a casa. Mi riporta ogni volta che lo sento dritto alle giornate d'inverno in Bosnia, tra il 1996 e il 1998, poi qualche altra volta in seguito. Il paesaggio innevato a perdita d'occhio (qui ancora niente neve), la desolazione, la prostrazione, il mistero di echi lontani e di strati sommersi di Storia che riaffiorano come le piante da sotto alla coltre di neve.
Dresda è ancora Est. La periferia socialista, il sapersi accontentare della gente, o forse sarebbe meglio dire il non sapersi accontentare, ossia sapere sempre cogliere un traguardo al di là delle apparenze e delle possibilità. Come una festa privata in un intero palazzo per esempio, trasformato in un albergo psichedelico, chiuso, rinchiuso, libero, liberato, in un eterno gioco di relazione tra il dentro e il fuori, tra il pubblico sotto controllo e il privato cospirativo. Ecco l'Est , dunque, con i suoi odori, la sua gente.
Una splendida festa, dunque. Forse 100 ragazze e ragazzi, musica "underground", su diversi piani, seduti sulla tromba delle scale, bottiglie di birra appoggiate ad ogni ripiano, fumo, incontri.
Tedesco, tanto, incomprensibile, duro, ma anche Spagnolo, Inglese e galeotto Italiano. Insomma una bolgia festante notturna a vele spiegate verso l'alba, al riparo dalla gelata delle strade quasi deserte di fuori, un intero palazzo pulsante tra passato e presente, così, sospeso, in bilico. Musica dal vivo, contaminata, improvvisazioni psichedeliche sulla tastiera e la batteria a galoppare sulla base sintetizzata e sospinta dal basso elettrico in fraseggio con i ricami elettrici della chitarra.
Una stanza gremita, gomito a gomito, a saltare sulle traballanti travi di legno del pavimento. Alcuni ragazzoni entrano, ubriachi, ma questo più o meno tutti lo eravamo. Alti e grossi, giubbotti inequivocabili, teste inequivocabili. Spintoni, aria da gradassi, voglia di calpestare un po' chiunque, delirio maschilista. E la reazione, prima o poi, oltrepassata la soglia di tolleranza. Io già in osservazione da alcuni minuti. Parapiglia, botte, ondate di spintoni dal fondo verso il centro e ritorno, danza e lotta ormai un inestricabile tutt'uno, la musica continua a pompare gli animi, quintali di ignoranza a schiacciare contro le pareti malcapitati e povere innocenti.
Situazione assurda. Una finestra aperta sul delirio. E pertanto involontariamente comica. Quasi una scazzottata cinematografica se non fosse che i coinvolti a schiacciante maggioranza non fossero di questa propensione. E un'altra lettura: pochi maschi, tante femmine. Una a un certo punto tirata nel parapiglia, io già sull'orlo della risata ne rimango stupefatto: "Ah, però. Pensa, così esile in mezzo a quegli energumeni si lancia nella bolgia per una salutare scazzottata. Che spirito queste tedesche!!". La spiegazione qualche secondo dopo:
<<Aiuto, sono rimasta incastrata, uno mi tira per il maglione!!!>>.
Allora la prendo di peso e la strappo alla mischia: forse è meglio lasciare la stanza.
Bilancio al termine di incomprensibili battibecchi: 2 nasi rotti, di incolpevoli malcapitati come da copione, qualche ettolitro di plasma impregnato sulle travi di legno del pavimento.
<<Es muy tipico aquì..>>. Commenta in Spagnolo un amico tedesco. Bah, sarà..
Alla fine i pseudo-nazi messi alla porta, con le buone o le cattive, da una coalizione di qualche maschio moderato e con un'attività cerebrale certo più vivace.
Bah, che dire? Folclore locale: "es muy tipico aquì..". Penso sia un problema di rappresentazione del sé in ambito maschile. Un problemi di modelli culturali e sociali. Ossia un modello, il loro, per nulla convincente tra l'universo femminile presente. E un'interpretazione cavernicola del successo con le donne: la forza bruta, l'unico mezzo a disposizione. L'affermazione sociale perseguita con un disperato rigurgito del selvaggio che sopravvive in loro. Affermazione sociale che in una sera come quella manifesta in modo palese l'obiettivo intrinseco: l'affermazione sessuale.
Il risultato: 2 nasi rotti, insulti dalle ragazze disgustate, un tardivo intervento degli altri maschi, infine fuori al freddo della strada a sbollire gli istinti selvaggi. Anche l'incivilimento può essere una necessità di sopravvivenza. Ma l'ingegno ha bisogno di modelli. E la prepotenza di pochi ha bisogno di tempestiva presa di posizione dei restanti perché non nuoccia. E' una storia vecchia in fondo, no?