biografia

Michelangelo Severgnini. 
 
Born in Crema (Italy) in 1974 was editor of Radio Onda d'Urto from 1999 to 2001. In 2000 was author of the book "Good morning, Pristina! - Diary of a radio journalist from Kosovo and Serbia" (Prospettiva edizioni). In 2001, as contrabassist and composer, recorded the album "2001: crashed odysseys at the outskirts of the Empire" (MAP produzioni). His first documentary was shot in 2002, "The return of Aarch - villages of Kabylia shake Algeria" (60'). In July 2004 shot in Iraq "...and the Tigris placid flows by - snapshots from occupied Baghdad" (70 '). Between 2004 and 2008 worked as videoauthor for H24 tv agency in several television documentaries broadcast on LA7 and Rai3 Italian tv channels, including "State of fear", prize of the critics "Ilaria Alpi" 2007. The third independent work (shot in 2005-6) was officially released in September 2008, "Isti'mariyah - windward between Naples and Baghdad" (80', Peacereporter.net editions, music by Radiodervish) and wan in 2006 the "International Documentary Reportage of Mediterraneo award" and in 2008 the first prize for the best documentary at "Sole e Luna" Doc festival in Palermo. The movie was also screened at ArteEast festival in New York in 2007 and at Mowqvemat Film Festival in Tehran in 2010.. Since 2007 edits kapdkjumb.it on which keeps an online diary. In summer 2008, after quitting for scruples of conscience his collabration with the Italian TV due to the governmental political changes, he left his homecountry, Italy, and moved to Istanbul, Turkey, where he worked on his projec"Katırlar doğurunca" ( = "When the mules will give birth"). The movie was not released despite exists a complete version, for reasons related to the censorship ruling in the country. In 2011, back to Italy, shot "The man with the megaphone" (60', Figli del Bronx production) in Scampia, Napoli, a portrait of Vittorio Passeggio, presented at the International Film Festival of Rome. In summer 2013 back to Istanbul, started again playing the contrabass with Kara Güneş, a turkish anatolian jazz-folk band. In december 2013 they realized the "From Euprates to Po" tour playing in more than 10 different italian cities. The tour is organized the following year too, with the title "Between Revolution and barbarism". In May 2014 "Gezi'nin ritmi - The rhythm of Gezi" (45', Tunnel productions), directed with Güvenç Özgür, is presented at Uluslararası İşçi Filmleri Festivali (International Workers Film Festival) in Istanbul. In december 2014 he moves to Berlin.
 
WORKS:
-> 2000 - author - (book) "Good morning, Pristina!", Prospettiva edizioni.
-> 2001 - contrabbassist, composer - (cd) "2001 - odissee infrante alle periferie dell'impero", Krosmos, MAP produzioni.
-> 2003 - director - (vhs) "Il ritorno degli Aarch - i villaggi della Cabilia scuotono l'Algeria", (60') "Carta" settimanale.
-> 2004 - director - (dvd) "La tarde", (7').
-> 2004 - director - (dvd) "...e il Tigri placido scorre - istantanee dalla Baghdad occupata", (70').
-> 2005 - videoauthor - (tv) "Ultimi giorni a Lampedusa", LA7.
-> 2006 - videoauthor - (tv) "Questa è la mia valle", LA7.
-> 2006 - videoauthor - (tv) "Via Cavezzali, 11", LA7.
-> 2006 - director - (dvd) "Isti'mariyah - controvento tra Napoli e Baghdad", (80').
-> 2007 - videoauthor - (tv) "Stato di paura", LA7.
-> 2007 - videoauthor - (tv) "La memoria ha un costo", (cap 1, cap 2, cap 3, cap 4), LA7.
-> 2008 - director - (tv) "Naples, garbage and democracy", (7') Current tv.
-> 2008 - director - (tv) "Vicenza, casa mia", (7') Current tv.
-> 2008 - videoauthor - (tv) "Napoli comincia a Chiaiano", (54') LA7.
-> 2012 - director (dvd) "L'uomo con il megafono", (60').
-> 2014 - director (dvd) "Gezi'nin ritmi - The rhythm of Gezi", (45').
 
 
Italiano
Nato a Crema nel 1974 e’ redattore di Radio Onda d’Urto dal 1999 al 2001. Nel 2000 e’ autore del libro Good morning, Pristina! – diario di un giornalista radiofonico tra Kosovo e Serbia (Prospettiva edizioni). Nel 2001 in qualita’ di compositore e contrabbassista incide l’album 2001: odissee infrante alle periferie dell’impero (MAP produzioni). Realizza li primo documentario nel 2002, Il ritorno degli Aarch- i villaggi della Cabilia scuotono l’Algeria (60’, Carta, settimanale). Nel luglio 2004 gira in Iraq ...e il Tigri placido scorre – istantanee dalla Baghdad occupata (70’). Tra il 2004 e il 2008 partecipa come videoautore per l’agenzia H24 a numerosi documentari televisivi in onda su LA7 e Rai3, tra cui Stato di paura premio della critica "Ilaria Alpi" 2007. Il terzo lavoro indipendente esce nel settembre 2008, Isti’mariyah – controvento tra Napoli e Baghdad (80’, edizioni Peacereporter.net, con le musiche dei Radiodervish), gia’ vincitore nel 2006 del "Premio Internazionale Documentario Reportage Mediterraneo" nella sezione creatività e nel 2008 del primo premio assoluto per la miglior opera in concorso al "Sole e Luna" doc festival. Dal 2007 cura il sito kapdkjumb.it su cui tiene un diario in rete. Nell'estate 2008, dopo essere stato costretto a interrompere la sua collaborazione con la tv in seguito ai cambiamenti politici al Governo, lascia il suo Paese di origine e si è trasferito ad Istanbul, Turchia, dove ha girato il film "Katırlar doğurunca" ( = Quando le mule partoriranno). Il film non e' ancora stato presentato nonostante ne esista una versione completa. Nel 2011, tornato in Italia, gira "L'uomo con il megafono" (Figli del Bronx produzioni) a Scampia, Napoli, un ritratto di Vittorio Passeggio, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Nell'estate 2013 torna a Istanbul dove ricomincia a suonare il contrabbasso con i Kara Güneş, una band turca di musica popolare anatolica con sfumature jazz. Nel dicembre 2013 realizzano il tour "Dall'Eufrate al Po" suonando in piu' di 10 citta' italiane. In maggio 2014 "Gezi'nin ritmi - The rhythm of Gezi" (45', Tunnel productions), diretto con Güvenç Özgür, viene presentato all'Uluslararası İşçi Filmleri Festivali (Film Festival Internazionale dei Lavoratori) in Istanbul.
Viaggi nel mondo.
Viaggi in Europa (in rosso in motocicletta)
BIOGRAFIA LETTERARIA
INFANZIA (1974-1984) ------------------------------------------------------------------
Kapdkjumb è nato in una torrida nottata d’agosto circa a metà degli anni ‘70 in un triste ospedale a Crema, una piccola città della “Bassa”, la cosiddetta zona depressa della Pianura Padana, depressa in senso altimetrico (la specifica è d’obbligo, qualcuno non a torto potrebbe equivocare). Soli 4 mesi più tardi già solcava come un pacco postale lo stivale italiano verso Bari, città natale della mamma. Ma l’indirizzo forse non era corretto perché pochi giorni più tardi, terminate le vacanze natalizie, il pacco postale è tornato al mittente, mamma e papà compresi. E quella tratta, Milano-Bari-Milano, in treno, in automobile, in motocicletta, Kapdkjumb l’ha rifatta infinite volte da allora a oggi. E a essere sinceri, l’indirizzo esatto ancora non ha capito qual è. Sarà forse per questo che diversi anni più tardi Kapdkjumb ha smesso di pensare che il suo indirizzo andasse cercato tra queste due sponde e ha cominciato a sentirsi a casa un po’ ovunque si sia trovato.
Kapdkjumb ha trascorso un’infanzia bucolica, inseguendo farfalle nei prati, rane nei fossi, rondini nel cielo. La campagna teatro di queste fiabesche escursioni era il territorio circostante la città di Crema, luogo ricco di suggestioni storiche legate al medioevo. Un tempo paludi e prima ancora il bacino del lago Gerundo circondavano l’isola Fulcheria, dove sorse la città di Crema forse nel 570 d.C., in seguito alla discesa dei Longobardi da cui il nome (crem = altura). Campagna di casolari avvolti dalle nebbie e d’inverno in quei tempi distese di neve a perdita d’occhio. Campagna braccata dalla crescente espansione edilizia sotto l‘influsso della vicina Milano, campagna oggi ormai umiliata e offesa. Ma l’infanzia di Kapdkjumb è stata anche una nonna gioviale e fanciullesca, scalza nel cortile dal sorriso gioioso e sdentato, come quello di quasi tutte le nonne di tutti i tempi e di tutti i luoghi. L’infanzia è stata anche un fratellino bello come un angelo, con un ciuffo scuro in testa e lo sguardo perso e innocente di una creatura che non sembra appartenere a questo mondo. E’ stata una mamma ciclista e bibliotecaria, avanti e indietro tra due paesini con la nebbia, le gelate, la pioggia, l’afa e i libri letti sotto le coperte nella solitudine degli altarini a San Nicola. E’ stata un papà con la radiolina del “tutto il calcio minuto per minuto” all’orecchio ai bordi dello steccato dove Kapdkjumb gironzolava in groppa ai suoi cavalli.
E’ stata una casa lontana 10 ore di autostrada, lontana un mondo perché con il suo mondo non aveva niente in comune. Un armadio in corridoio dove nascondersi e due piccole zie da tormentare e i loro tanti baci, le loro filastrocche, io il loro "kapdkjumb" e il poster del torello con una fattoria in lontananza, le sieste sopportate e interrotte, lo scirocco sul terrazzo e una gatta che ha partorito dietro la siepe in giardino. E poi la sedia di legno a dondolo, le antiche fotografie spolverate da nonna e la magia e i misteri della libreria di nonno mai conosciuto alta fino al soffitto.
ADOLESCENZA (1984-1993) --------------------------------------------------------------
Intorno ai 10 anni l’infanzia si è scontrata con la città, la piccola città di Crema, in particolare con la “tana dei satrapi“, nei fatti un istituto religioso dove per 7 anni Kapdkjumb ha espletato gli studi. Preteso centro scolastico di eccellenza della città, è stato al contrario una palestra di resistenza all’autorità e al bigottismo, espressi impudicamente fino a rendere Kapdkjumb da lì in avanti immune ai massimalismi. Eppure proprio lì e non altrove si è dissetato di dubbio e di ricerca, presso sorgenti aliene eppure connaturate. Proprio lì ha cominciato per necessità a utilizzare lo spirito critico (e non quello santo) come unica fonte di ispirazione ai propri pensieri di fronte al mondo e alle sue differenti e deviate logiche. Lì i riverberi a piede libero di Barbiana e della Teologia della Liberazione lo hanno protetto e cresciuto, per lo più inconsapevole, fino al momento della fuga, ormai agnostico.
Fuga avvenuta nell’estate dei 18 anni, verso l’amenità dei paesaggi umbri, ad Assisi, una sorta di esilio ascetico, celeste e silenzioso.
Fuga da un senso di costrizione, ma esilio da una Rondinella dai baci dolci e casti, nel silenzio all’ombra delle chiesette di campagna, o nelle stellate di grilli e lucciole, lontani dagli echi del tritolo mafioso e ignari delle lotte massoniche e golpiste, spensierati tra le rogge e le feste estive di paese, lasciate con nostalgia e sognate per un anno intero.
GIOVENTU' (1993-1999) ----------------------------------------------------------------
L’anno successivo, di ritorno oramai quasi uomo, un’adolescenza a muso duro sul davanzale della stanza chiusa a suonare la chitarra terminava scontrandosi con un’altra città, la Milano di metà anni ‘90, la città delle tangenti e dei bicchieri d’orzata in cui galleggiare.
Una città irrespirabile, attraversata con un fazzoletto di oli essenziali in tasca dentro cui affondare un naso selvatico non ancora uso ai gas di scarico. Una città inascoltabile, attraversata con un album di Bob Marley nelle orecchie, una città inguardabile, attraversata con un libro di poesie di Federico Garcia Lorca in tasca dentro cui affondare la mente libera non ancora usa allo spettacolo del compromesso. Il suo rifugio allora era l’Università Statale di Milano, una cattedrale pretesa marxista, covo di satrapi laici e ben più insidiosi: la casta degli universitari. Qui l’incontro con un manipolo di docenti e compagni ostinati e contrari, anarchici e libertari, e nel baco di un’aula a sottoscala o all’ombra di un chiostro ecco la metamorfosi interiore ed esteriore alla ricerca di un‘identità necessaria e più consona.
Anni di ritorni a Crema, in fuga da gas di scarico, rumore, compromessi. Anni da pendolare. Anni di ore e ore intorno a una pista di buon passo con un cavallo tenuto per la corda e schiere di ragazzini su quei cavalli docili e dolci. Era l’ippoterapia, tra la penombra delle stalle e gli odori degli stalloni e fogli di carta riempiti di lupi e cavalli, questi ultimi gli amici più fidati contro le paranoie dell‘esistere.
Anni con Campanellino, incontrata in un quadro, intorno a uno stagno, seduta lì sul ponte di “Le bassin au Nympheas” di Monet, a penzoloni i piedi scalzi che tirano calci all’aria. Anni di “notturni lunari vasti e ventosi”, scorribande psichedeliche tra covoni a seccare nei campi al chiaro di luna e stanze spoglie e spettrali di casolari abbandonati e pericolanti, lei e Kapdkjumb, che certamente così da lei allora non era chiamato. Anni di esistenzialismo tardo-freak, basso a tracolla e gruppi musicali. Un amico argentino, affettuoso, inseparabile, “rosarino” e guevariano, umile e nobile, generoso e ingenuo, compagno di utopie donchisciottesche.
Poi un giorno una proposta: “Vuoi venire in Bosnia?” e una risposta senz’ombra di esitazione. Il colpo di coda dei convogli umanitari a guerra appena terminata, non per questo meno invischiati ancora negli ingranaggi di quella stessa guerra, ma pur sempre un’occasione d’incontro con esodi di profughi isolati tra le montagne e emittenti radiofoniche ultimo baluardo del sentimento civile. E i Balcani da lì in poi percorsi solitario in autobus, in treno, autostop, a piedi.
Un anno d’esilio tra intirizziti pulcinella in pigiama lungo l‘argine del Po, obiettore di coscienza in un ricovero per creature troppo vecchie per destare affetto in chi con l’affetto di loro era cresciuto.
Poi via, ancora obiettore, casco bianco, malato di terre d’oltre-Adriatico, in Kosov@, tra guerriglia albanese e reparti jugoslavi, tra monti di trincee e villaggi abbandonati. Tra giovani di città, cosmopoliti e non rassegnati all’ignoranza e all’odio, disillusi e consapevoli, con le spalle sui termosifoni accesi e lo sguardo là dove il futuro è annunciato da foschi e infallibili presagi, a pochi mesi dai bombardamenti alleati.
MILANO (1999-2004) -------------------------------------------------------------------
Ritorno a Milano, questa volta eletta a metropoli d‘appartenenza. Gas di scarico, rumore e compromessi non più ostanti, ma pur sempre evitati per quanto possibile, stando l’alternativa una circea Crema, isola ammaliante da cui non bastano anni per tornare al discorso lasciato, alla propria Itaca che da qualche parte esisterà ma di certo non lì, smarriti e annientati nella provincia lombarda.
La metropoli appresa annusandola dagli angoli più nascosti, “là dove la città si pente e si spaventa”: il sottoscala di una radio libera, le fabbriche abbandonate e occupate, i campi di “rom” affollati e degradati alla periferia della città.
E lunghe dirette telefoniche con Belgrado, per ascoltare da increduli protagonisti le inaudite misure di sicurezza e repressione del Democratore (dittatore democratico), sicurezza da cosa del resto fuorché da esso? Mentre colava la bava di illusi occidentalisti, precoci e antichi sindacalisti nei sottoscala anche loro tenevano accese le candele dell’anarchia, sempre repressa, nel ‘900, negli anni ‘90, nel 2000, in Jugoslavia come dovunque.
E a Belgrado, alla caduta del Democratore, un’intervista a un quotidiano con l’unica risposta che Kapdkjumb pensò legittima: “Non credo al processo democratico”, perché non è stata la mancanza di democrazia interna a condannare la ex-Jugoslavia, ma la Democrazia, quella degli altri, quella che ha squartato il suo povero corpo tirando di qua e di là, come tanti lupi avventati su quella pecorella che è stata la povera gente, mentre i lupi, sia detto per inciso, siamo stati noi, per interposte persone.
Un ritorno precipitoso da questa memorabile trasferta per volare a San Francisco, dove Campanellino era rimasta con le ali appiccicate. Ma Kapdkjumb non era andato lì per liberarla, perché la libertà di Campanellino era anche restare appiccicata, ma per l’ultimo tributo al suo amore. Sullo sfondo una città in subbuglio, mentre il Democratore locale, quello globale, truffaldino e sanguinario, prendeva posto alla Casa Bianca a pochi mesi dall’11 settembre.
Intanto anche in Italia ci si preparava allo scontro con il Democratore “de noantri“. E questa volta i manganelli sono passati davvero tanto vicini sopra la testa, quando a Genova chi aveva una pistola carica nel fodero si difendeva legittimamente e chi non ce l’aveva veniva massacrato nei sacchi a pelo, in una “macelleria messicana”, mentre Kapdkjumb osservava impotente dalla finestra della scuola di fronte, incolume ma piantonato da agenti di colpo miracolosamente inibiti da una diretta radiofonica. In quei giorni nasceva una generazione, che forse non ha ancora fatto la rivoluzione, ma ancora non ha smesso di cercarla.
Il contrabbasso, i concerti e un manipolo di prodi musicisti, erano i Krosmos, rinati e mai così raffinati e dolci. Una nuvola ancora troppo piccola in una Milano ancora troppo arida cosicché la nuvola si è piano piano dissolta senza che germogliasse nulla, ma le musiche sono ancora lì e il tempo dirà cosa sono state.
Anzi, a proposito di nuvole, un amico cubano, “una nuvola di cielo, un’onda di mare”, esule e rivoluzionario, “habanero” e martiano, affettuoso, inseparabile, zen, visionario e visualista, clandestino e apolide, compagno di utopie dongiovannesche.
Un manifesto appeso in un centro sociale milanese, un depistaggio finito bene, un richiamo fuorviante: il Festival della Gioventù e degli Studenti ad Algeri. Ospiti segregati del Democratore socialista-islamista-filoamericano, in un campus universitario militarizzato, una parodia del socialismo reale: proteggere per isolare più che isolare per proteggere, purché il militarismo prevenga la presa di coscienza. E quindi la fuga, quando nessuno là dentro sapeva dei 100 giovani uccisi dalla Gendarmeria in Cabilia e delle marce di protesta, eppure si parlava di gioventù là dentro. Una fuga di soppiatto e via in auto, con amici conosciuti di nascosto, verso la Cabilia e il Mouvement Citoyen des Aarchs, e una conferenza stampa improvvisata per raccontare anonimo la fuga alla stampa algerina, un atto dovuto, un elementare sussulto di giustizia e la scoperta di un popolo ribelle e di una lotta nobile e giusta, ignorata da coloro che di lì a poco l'hanno poi imitata a loro insaputa in altre parti di mondo.
E i primi lavori da video-attivista, un po‘ per caso, tra i “rom” di periferia, sospinto dal laboratorio di Sociologia Visuale in Bicocca, l’Est tanto inseguito incontrato improvvisamente dietro casa, accampato e circondato dall’odio dei palazzi e di palazzo.
Una trasferta pasquale a Napoli durante le esperienze musicali a teatro e all’improvviso, uno sceneggiato a più episodi, che era la vita, su e giù dal palco, e come la vita tremendamente grottesco, in cui commuoversi e soffrire, ma più allegri di allora forse mai, felici può darsi. E con l’eleganza e la fragilità di un Giglio c’era chi occupava le ore diurne e notturne, permalosa e complicata, smarrita e adorabile.
... continua ...

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