Gomorra è una collina di merda

E‘ vero che di solito ad agosto i quotidiani hanno poco da dire e per evitare la fuga dei lettori si riesumano argomenti ormai masticati e rimasticati abbellendoli con qualche sparata che si pretende forte, magari a firma di qualche personaggio di spicco, ma che poi alla fine è sempre la solita minestra. Stessa cosa è capitata a Napoli nei giorni scorsi quando alcuni quotidiani locali hanno rilanciato la diatriba circa la fiction „Gomorra". Cito da uno di questi editoriali: "La verità è che Gomorra la serie non ha nessuna missione pedagogica e forse non sarebbe nemmeno giusto che l‘avesse. Del resto vietare alla produzione di Sky di girare in un quartiere è una sciocchezza". Mi fermo qui, perché la riesumazione è sempre un atto per stomaci forti. Alla fine in queste 2 frasi c‘è già tutto. 
Questi sono gli intellettuali di oggi in Italia. Facciamo una cosa. Accostiamo a questa frase un‘altra frase: "Di fronte all'ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro". Questa è una frase di un altro intellettuale italiano, pronunciata durante un programma televisivo in Rai agli inizi degli anni '70.

The shameful story trapped between two fires

One day 10 years ago I was thinking a lot about a quote attributed to Honoré de Balzac. This statement not only spells out the difference between the story of past events reported in the history books and the actual tale that comes from those facts. This sentence is both a complaint and a philosophical assumption. Complaint since it acquires a logical consequence of power (that chooses the contents of history books in fact) and the removal of the true causes enclosed in facts, so that the responsibilities of power are not detected. The philosophical assumption, especially for the benefit of all those who try to tell the history with a free spirit, is a sort of Epicurean acceptance of a fact: if you want to write history books, make yourself be on a good payroll. If you want to tell the story as it is, limit yourself to tell it to your relatives, your friends, and occasionally slightly to wider audiences. Marco Polo himself told his Million to one person, in a closed cell, Rustichello. He was not the one who wrote those stories. Who knows what history Balzac has told, who knows if he was the victim of censorship and oblivion, how he has circumvented them in case, if he gave up sometimes to tell the truth to make it more attractive to current tastes or if he just tried to manage it between two opposites .
This still is the phrase that opens "Isti'mariyah - windward between Naples and Baghdad":

La storia ignominiosa presa tra 2 fuochi

Un giorno di 10 anni fa rimasi a riflettere a lungo su una frase attribuita a Honoré de Balzac. Questa frase non solo enuncia la differenza tra il racconto dei fatti passati riportato dai libri di Storia e il racconto reale che da quei fatti proviene. Questa frase è al tempo stesso una denuncia e un assunto filosofico. Denuncia nel senso che acquisisce come logica conseguenza del Potere (quello che sceglie i contenuti dei libri di Storia appunto) la rimozione delle vere cause racchiuse nei fatti, perché le responsabilità del Potere non vengano scoperte. L‘assunto filosofico, a beneficio soprattutto di tutti coloro che la Storia la provano a raccontare con spirito libero, è una sorta di accettazione epicurea di un dato di fatto: se volete scrivere libri di Storia, fatevi pennivendoli. Se volete raccontare la Storia così com‘è, limitatevi a raccontarla ai vostri parenti, ai vostri amici e occasionalmente a platee leggermente più ampie. Lo stesso Marco Polo raccontò il suo Milione a una sola persona, nel chiuso di una cella, Rustichello. E‘ lui che trascrisse quelle storie. Chissà quale storia abbia raccontato Balzac, chissà se lui sia stato vittima di censura e oblio, come li abbia aggirati nel caso, se abbia rinunciato talvolta a raccontare la verità per farsi più appetibile ai gusti correnti o se si sia semplicemente destreggiato tra i 2 opposti.
Questa comunque è la frase con cui si apre „Isti'mariyah - controvento tra Napoli e Baghdad":

10 years windward - 10 anni controvento

Exactly 10 years ago I was in Syria, without permission to do what I was doing, accompanied by a handful of madmen (or brave men), at risk of arrest and deportation, perhaps even something worse, certainly something worse for those who accompanied us. From Damascus to Aleppo, through Masyaf, then Ar-Raqqa, Deir Az-Zor and return. On the streets of Syria I was trying to understand with the need to tell a story. A story that became "Isti'mariyah - windward between Naples and Baghdad" (you know other independent documentaries shot in Syria with these issues before 2011?). I was looking for the source of the Terror, the overriding reasons why Bush had convinced half the world to invade Iraq and to put the entire Middle East under target. Instead the only thing that I found for sure were the effects of Colonialism, beginning with the regime which even then was perfectly recognizable and that was just the other wall of the cage. Between the regime on the one hand and the threat of an American military intervention on the other, a whole generation has been lost in Syria. And maybe I have been with them.

Armenians: the reasons behind the word "genocide" - Armeni: le ragioni dietro la parola "genocidio"

Today is the 100th anniversary of the "Medz Yeghern", the great crime. Which is the fatal raid on the Armenian population during the last gasps of the Ottoman Empire that resulted in the death of an unknown number of people that could range from 800 thousand to 1 million 500 thousand people. Many others formed the Armenian diaspora scattered in the world. Others remained in Turkey, some of them were assimilated, especially children, adopted by Turkish families.
For many it was the first genocide in history, although the term is coined several decades later.
Denying the facts is now a historic stunt in which even the Authority of Turkey would not perform anymore. That there was a plan to expel the Armenian community from the borders of the Ottoman Empire, if not to exterminate it, even this can be assumed by the same reasons with which those who deny the term "genocide" tend to giustify what happened.
However, I'm not passionate about this dispute on the word "genocide". It does not change the historical facts, doesn‘t help us to understand.
Assign all the blame to the Turks and raise the Armenians as sacrificial victims responds to a specific European aim, present even then, that can only provoke hatred and cause divisions today.

Kobane train station - Stazione di Kobane

Last november I took part in Bari in a debate on the Kurdish question. It was the hardest time of the siege of the town of Kobane, Syria, by gangs of Isis and this story was already making inroads into the hearts of many activists in Europe and getting the deserved attention.
I was surprised by the intervention of a man, there as an expert member of the longstanding Italian militancy in favor of Kurdistan, for the truth fallen from grace for several years until the recent events of last summer.
It struck me that he proposed a map of the Middle East marked with a different color in the area with the presence of the Kurdish population, which roughly coincided with the area of ​​historic Kurdistan, non-existenting in reality although claimed in several stages and with the contribution of many arguments. It struck me because I thought that if we wanted to mark with other colors the areas with presence of Arabs, Turkmens, Armenians and various other ethnic groups in the region we would substantially superimposed colors on colors achieving a result rather confusing.

Da Sarajevo a Damasco: saggio sul conflitto siriano visto da una prospettiva balcanica

Nell‘ultimo passaggio in Italia ho preso con me un libro che lessi 15 anni fa e che ho poi riletto molte altre volte. E‘ un libro che noi Italiani dovremmo tenere in grande considerazione. Non perche‘ e‘ uno dei migliori libri mai scritti sulle guerre nella ex-Jugoslavia, ma perche‘ e‘ molto di piu‘ che un libro su quelle guerre, e‘ una sorta di manuale su cosa sia la guerra oggi, con tutti i suoi meccanismi moderni che ci rendono tutti responsabili, non solo chi ne e‘ a favore ma spesso anche chi a parole e ad azioni (quali?) dimostra di esserne contro. Si presenta in questo libro un‘analisi di sofisticati meccanismi di massa che rende la cui lettura estramemente utile anche oggi. Nondimeno il libro e‘ scritto in seguito ai viaggi come inviato di guerra e pertanto e‘ magistrale l‘applicazione sulla carne viva della storia di quelle chiavi di lettura utili a decodificare fatti che altrimenti sarebbe spiegabili solo con il surrealismo o con il catastrofismo. Niente di tutto questo. Cio‘ che e‘ caos per molti, per pochi e‘ una congeniata situazione per manipolare e perseguire rapidamente obiettivi scandalosi.

La volgarità non mi farà divorziare dalla mia gente - Vulgarity will not make me divorce my people

La pancia dell'Italia è in subbuglio e al Paese è venuto un gran mal di testa. Sì, sono lontano, ma con la punta dell'orecchio teso ascolto il dibattito interno, un sibilo di vento tra le correnti che si agitano sopra il Mediterraneo. Un sibilo piuttosto fuorviante per orecchi non abituati e sprovveduti.
Il problema dell'Italia, mi si dice, è la volgarità, l'intemperanza, la rozzezza di una forza politica nuova che alle ultime elezioni della scorsa primavera ha raccolto il 25% dei voti e ora fa l'unica opposizione ad un governo fatto con tutto ciò che di peggio si poteva mettere insieme, da destra a sinistra, diciamo i rimasugli di questi tragici ultimi 20 anni, costretti a stare insieme per non essere spazzati via. 

L'artista è solo un medium - The artist is just a medium

Un mese esatto di Italia. Giusto il tempo di fare una dozzina di concerti con i Kara Güneş, solcare da sopra a sotto la penisola, rivedere gente, posti, incrociare nuovi percorsi, nuove esperienze, nuove storie, lasciare una cicatrice al contrabbasso, tornare nella campagna barese per le feste, che già le strade di Istanbul sono tornate in rivolta e io sono sulla rotta del ritorno.
Cercavamo buoni samaritani e gente cui raccontare e da cui farci raccontare. Abbiamo trovato tutto ciò. E con una naturalezza ed un calore tali da confortare l'idea che questa sia stata una strada giusta da battere. E allora lasciate che ricordi quelle persone che spontaneamente ci hanno soccorso aprendo le loro case, le loro vite. Riccardo e Francesco a Vicenza, Carla e Corrado a Brescia, Giorgia e Chantal a Milano, Murat, Gepi e Achille a Torino, Giulia a Bologna, Francesco e Francesco a Pisa, Francesca, Davide e Davide a Napoli, Fabrizio a Massa, Angelo e Raffaele a Perugia e i ragazzi del Metropoliz Lab a Roma. Sono sicuro che ciascuna di queste persone ci abbia soccorso perché voleva sentire, ascoltare, imparare. Perché c'era un messaggio da cogliere e far girare e queste persone per questo ci sono venute incontro.

Quel fertile letame italiano - That fertile italian manure

Sì, stiamo raccontando. Ci proviamo almeno. Siamo in Italia ormai da 3 giorni. Siamo stati a Vicenza, per il primo concerto del "Dall'Eufrate al Po" tour che si è tenuto al Bocciodromo. Un centinaio di persone attente e affettuose. Prima di cominciare a suonare abbiamo provato in pochi minuti a raccontare cosa la sollevazione di Gezi ha significato per noi e soprattutto per gli amici turchi. Certo si è parlato di questo anche in altre occasioni.
Ma questa mattina, in piazza della Loggia a Brescia, a una 50ina di metri dal punto dove la bomba esplose quasi 40 anni fa, mi sono reso conto che la cosa più importante che ci può capitare di raccontare è com'è che per la strada bastano pochi strumenti per unire la gente, per farle aprire il cuore, per farle immaginare un altro modo di stare insieme.
Non è la prima volta in questi giorni. Abbiamo suonato già nella stazione di Brescia il giorno dell'arrivo, una mezz'oretta, in attesa del treno per Vicenza. Abbiamo suonato a Vicenza, in corso Palladio. E la sensazione è sempre la stessa. Qui non suona mai nessuno per la strada.

Viaggiare è raccontare - Travel is to tell

Ogni volta che si parte, si parte un po' anche per raccontare. Si va portando con sé ciò che si è visto, ciò che si è imparato, ciò che chissà potrebbe essere utile altrove. E se si parte per un viaggio musicale tornando nel proprio paese, tutto questo diventa un riflesso immediato. Torno per raccontare, per lasciar raccontare i miei compagni di viaggio. Torno per raccontare perché sono partito. E perché la distanza è solo un'invenzione di chi ci vuole divisi. In realtà, per quanto si possa andare lontani, non si andrà mai abbastanza lontani per sentirsi stranieri, quando si è cittadini del mondo.
Domani insieme ai Kara Güneş voleremo in Italia, a Milano. Comincia il tour "Dall'Eufrate al Po", o "Fırat'tan Po'ya" come si dice in Turco. Per ora 11 concerti, ma gli eventi sono in continua evoluzione. Il 29 novembre a Vicenza il primo appuntamento.

Ovunque a mio agio, ovunque fuori posto - Everywhere at ease, everywhere out of place

Con oggi sono passati 3 mesi esatti dal mio ritorno a Istanbul. Ieri scadeva anche il visto. Perciò per prolungare il mio soggiorno, mi sono dovuto adeguare alle leggi vigenti e richiedere un permesso, non senza contributo economico per le autorità turche. Così funziona: se paghi, puoi stare.
Ieri sera "L'uomo con il megafono" è stato proiettato al Napoli Film Festival, ma io non c'ero, ma tanto la sala era vuota. C'era Vittorio, non c'era Napoli. Io, si potrebbe dire che, piuttosto che tornare a Napoli, ho pagato il mio asilo alle autorità turche. Si potrebbe infatti, perché non è poi tanto lontano dalla realtà. Ho dovuto scegliere, ho scelto di restare qui. Magari un giorno tornerò a Napoli, ma ora dovevo decidere, o le pratiche dei documenti o il festival. E ho deciso senza dubbio. Perché da questa Napoli non mi aspetto più nulla. Il destino ha messo la proiezione il giorno dopo la scadenza del visto turco, come un velato invito, un po' civettuolo, a tornare. Ma ho scelto di restare qui.

Summer is over - L'estate è finita

I noticed it a few days ago. I was playing in the street with Kara Güneş along Istiklal Caddesi, when at one point passed a squad of riot police immediately followed by a Toma, an armored car. Like this, out of nowhere. I had like a shiver down my spine. The scene seemed so absurd as to be almost laughable. However I had a shiver down my spine, as in september when the first autumn breeze hits you and suddenly you realize that the next day perhaps you'd better wear something heavier.
This is how it happened. A few days later, that is 2 days ago, Ahmet Atakay, a 22 years old boy, was killed in the city of Hatay by a tear gas canister pulled by the police who hit him in the head. It must be said, someone has to do something now, someone should say something now, because this is practice of killing, put in place to kill. I don't know who, but someone has to say something now or in a few days maybe we'll be here crying new victims.

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